Il grande dilemma e la possibile soluzione
Fabrizio Tomasello
Nel corso dell’estate, finalmente purificati dall’urticante “metodo Galliani”, li abbiamo eletti nuovi beniamini del popolo rossonero, i nuovi dioscuri del football milanista, Castore & Polluce della pedata. Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli ci hanno messo poco ad entrare nel cuore dei tifosi (un po’ meno degli osservatori neutrali) per aver rifondato del tutto una squadra con undici nuovi acquisti ed altrettante cessioni.
Le qualità di un manager, però, in qualsiasi campo ci si muova, si vedono nella gestione dei momenti di crisi. E da questo punto di vista l’operato del neo ad e del direttore dell’area tecnica di casa Milan sta mostrando le prime crepe. Partiamo dall’ad, protagonista di quell’impetuosa dichiarazione al termine di Sampdoria-Milan che ha inchiodato pubblicamente Montella alle proprie responsabilità, con il duplice - e purtroppo deleterio - risultato di delegittimarlo agli occhi dei calciatori e concedere a questi ultimi un alibi di non colpevolezza che adesso i rossoneri, chissà quanto inconsciamente, stanno utilizzando per sfoderare prestazioni inguardabili.
L’altra sera invece, alla vigilia di Aek Atene, è toccato a Mirabelli, con quel messaggio di warning a Montella che ha gelato l’ambiente: una lettera degli otto giorni per l’allenatore da strappare solo in caso di duplice vittoria nei prossimi due impegni in campionato contro Genoa e Chievo, e poi sabato prossimo nel big match contro i campioni d’Italia della Juventus. È evidente che al diesse rossonero non deve essere andata già l’analisi tanto approssimativa quanto infondata di Vincenzo Montella al termine del derby, quando a legittima domanda sul perchè del 3-5-2 il tecnico rossonero ha scaricato le colpe su un mercato che gli ha tolto gli attaccanti esterni (esplicito il riferimento alla cessione di Niang nelle ultime ore) costringendolo a rivedere le idee tattiche della squadra.
Certe polemiche interne però dovrebbero rimanere tali. Nelle ultime dichiarazioni a La Stampa, Fassone ha spiegato questo desiderio di glasnost con «il dovere di essere trasparenti con i tifosi». È sotto gli occhi di tutti che troppa sincerità finisca per nuocere alla serenità dell’ambiente. E allora torniamo all’abilità del manager: meglio essere sempre così diretti o mediare tra trasparenza e bene comune?
La risposta appare evidente, anche perchè il risultato di una comunicazione così disinibità è che la squadra è sempre più in balia della tempesta. L’ennesima prestazione sconfortante dei ragazzi di Montella, usciti alla fine tra i fischi di un San Siro tornato ad essere desolatamente vuoto (ieri contro i greci appena 17.000 tifosi milanisti paganti a fronte degli oltre 65.000 della prima uscita stagionale contro il Craiova), ha certificato uno stato di crisi che sembra di difficile risoluzione. Il Milan è apparso ancora una volta imprigionato nelle proprie paure e nelle proprie insicurezze emotive, ancor prima che tattiche e tecniche. Innegabile che, esternazioni discutibili della dirigenza a parte, molto sia da imputare alle decisioni di Montella, ostinato nel voler cambiare modulo e passare alla difesa a 3, salvo poi cercare tutti i vari aggiustamenti del caso.
Pensate ad esempio al lavoro che hanno dovuto svolgere contro l’Aek Atene i vari Calabria e Rodriguez, sulla carta due terzini, impiegati invece rispettivamente uno come esterno alto, l’altro come centrale di difesa, salvo poi scalare in situazioni di possesso palla degli avversari e ricomporre la tanto agognata difesa a 4. Senza dimenticare la scelta misteriosa di mettere insieme in campo i tre uomini di fantasia del Milan, Suso, Bonaventura e Calhanoglu, ma tutti fuori ruolo, con lo spagnolo sempre più spaesato da mezzala, mentre Jack e il turco si pestavano i piedi intasando pure le linee di penetrazione di Rodriguez che ogni tanto provava a salire.
La sensazione sempre più evidente è che Montella stia giocando a mosca cieca, proceda bendato, a tentoni alla ricerca di una soluzione che non si trova. Così le esibizioni del Milan sono diventate uno sconcertante concentrato di lanci lunghi più o meno a casaccio, possesso palla lento e inutile alla ricerca di un’illuminazione che non arriva, e la consapevolezza che questi ragazzi scendano in campo senza uno spartito o un'idea di gioco.
Chiariamo subito però che io sono contrario all’ipotesi esonero. Gradirei molto di più vedere Montella tornare al modulo più caro ai rossoneri, quel 4-3-3 con cui a inizio stagione (e l’anno scorso) sono arrivati i risultati più incoraggianti. Potrebbe non bastare visto il livello di scoramento che, per ammissione dello stesso allenatore rossonero, ormai ha contagiato tutti a Milanello, ma da qualche parte occorre ripartire. E quanto di buono fatto nei primi 15 mesi di panchina varrà pur qualcosa. Non resta che sperare in un miracolo, nella famosa miccia evocata qualche giorno fa in grado di riaccendere la fiamma momentaneamente spenta: un po’ pochino per una società che in estate ha investito 230 milioni per costruire una squadra di vertice e che adesso si trova a fare i conti con i primi inquietanti segnali della crisi.


