Cambiare tanto, quasi tutto, per non aver cambiato quasi niente. La dolce illusione estiva che sta tramontando. I nuovi dubbi su Li Yonghong e la speranza che possano essere fugati con certezza
Pietro Mazzara
Se a metà luglio qualcuno mi avesse detto: “Guarda che a novembre il Milan avrà già compromesso il suo campionato”, oggettivamente gli avrei fatto una pernacchia sonante. Perché dopo 230 milioni di euro spesi per ribaltare la mediocre rosa degli ultimi anni, era giusto, lecito e, sotto certi punti vista, obbligatorio, aspettarsi un Milan totalmente diverso, nel gioco e nei risultati. Perdere a Napoli, di questi tempi, non è né un disonore né un’umiliazione, soprattutto quando la sconfitta viene mitigata parzialmente da un abbozzo di reazione come quella che c’è stata nella fase che ha preceduto il gol del 2-0 di Zielinski. Ma questo non può bastare, perché contrariamente a quanto dice Montella in diretta tv, come si fa ed esser soddisfatti della prestazione di ieri? La prova era durissima, il rischio di non superare l’esame era molto alto, ma c’è modo e modo di analizzare le cose. Perché c’è chi si tiene la prestazione e chi, invece, si è preso i tre punti. Ed è successo sempre contro tutte le squadre che precedono il Milan in classifica. E guardando indietro nel passato, questo Milan mi ricorda molto la prima Juventus in Serie A post Calciopoli, quando i bianconeri infarcirono la rosa di giocatori di media qualità convinti di aver risolto il problema. C’è chi pensa, come Bonucci, che lo scalino per il salto sia li vicino, ma il campo sta dicendo tutt’altro.
Già in tempi non sospetti, la critica intera aveva bocciato in toto il 3-5-1-1che in un’altra città di mare, ovvero Genova, era affondato miseramente. Suso ha predicato nel deserto, ma a parte due tiri imprecisi verso la porta di Reina, si è eclissato. Kalinic continua a non essere incisivo perché il Milan, ad oggi, non ha una fase offensiva vera e propria. È evidente che la squadra faccia una fatica bestiale a creare occasioni da gol, gioca troppo lontana dall’area di rigore e dentro i 16 metri – quando ci entra – non ha peso e concretezza. Non si vuole esser cattivi a tutti i costi, ma è anche arrivato il momento di mettere da parte l’eccesso di buonismo che questa società si è creata dopo aver liberato il Milan da Berlusconi e Galliani. Perché i risultati, quelli del campo, dicono che anche Fassone e Mirabelli vanno messi alla sbarra. Montella non può essere l’unico colpevole di questa situazione, perché se è vero che il Milan non è riuscito a battere l’AEK Atene per due volte per delle mancanze oggettive di ritmo, occasioni e soluzioni, è altrettanto vero che l’architetto ed il capocantiere, se una costruzione viene su male nonostante abbiano rifatto le fondamenta, devono prendersi le loro responsabilità pubblicamente.
Ma sono anche i giocatori a dover essere convincenti sul campo. Perché anche loro si siedono al tavolo dei colpevoli, in quanto non ancora capaci di rendere per quelle che sono le loro reali potenzialità. Certo, in questo aspetto, il fattore allenatore è importante, ma perché nel secondo tempo del derby si è avuta la sensazione che tutti abbiano tirato fuori orgoglio e attributi per non perdere, salvo poi spegnersi nelle altre grandi occasioni? Ci sono profili che stanno deludendo tantissimo, come Calhanoglu, Kalinic e Biglia. Alcuni che sembrano aver ritrovato la retta via come Bonucci e, forse, Kessie (anche se a Napoli non ha fatto granché rispetto alle sue doti). In campo, alla fine, ci vanno loro e sono loro che devono tirare fuori il Milan da queste acque paludose e melmose che si stanno trasformando, sempre più, in sabbie mobili.
Anche perché le ultime notizie emerse su Li Yonghong non è che siano proprio delle carezze all’azionista di maggioranza del club. Le sberle del New York Times, che non è la Calderina o il Corriere di Topolinia, hanno fatto riemergere legittimi dubbi su una situazione che, anche ai più accesi difensivisti del nuovo corso, non possono non venire. Sia chiaro, non mi sto schierando nelle trincee talebane di chi non ha mai creduto in questa operazione, ma se si sommano le tante indiscrezioni venute fuori da media e agenzie internazionali sulla figura del presidente milanista, è giusto fermarsi a riflettere. La speranza è che, dietro di lui, ci sia effettivamente Huarong con il suo carico di milioni e di sogni, ma fino a quando non ci verrà fatta chiarezza totale sul suo profilo, i dubbi rimarranno. Come è normale che sia. Così come rimane forte la sensazione che, al 20 di novembre, il Milan rischi di essere davvero fuori dalle ambizioni Champions, il che sarebbe – oggettivamente – un fallimento sportivo.


