Tutti i precari del presidente
Luca Serafini
Ogni maledetto giovedì pomeriggio una piovra si avvinghia all'esofago e sanguina. Ogni benedetto giovedì pomeriggio vorremmo tornare a cantare le lodi del Milan che punta e lotta in alto. Ogni settimana ci piacerebbe parlare di tattica e di formazione, di possibili acquisti e di voci di mercato. Di calcio insomma. E di fantacalcio inteso come fantasie primaverili in vista dell'estate. Invece ogni stramaledetto giovedì restiamo attorcigliati alla rabbia per il weekend alle spalle, per le balle, le mezze verità e le smentite che le fanno apparire ancora più grottesche. La rabbia monta. Non decresce, esattamente come l'amore per i colori. Ci ritroviamo invece a parlare sempre delle stesse cose. Una pellagra.
Mihajlovic pensa e dice da mesi quello che un ottimo e serissimo giornalista come Carlo Landoni ha colto e riportato a Verona: con questa squadra non si può fare di più. Sesto posto era, sesto posto rimane, sesto posto sarà per raicciuffare l'Europa B casomai solo grazie alla Coppa Italia. Di Champions per favore neanche parlarne.
La straordinaria capacità di questa squadra di avanzare al passo del gambero ha inchiodato classifica, problemi e polemiche tutte allo stesso punto. Il centrocampo di Verona era al limite della decenza, rimpiangere Montolivo e Niang di questi tempi è esercizio frutto di inguaribile frustrazione.
Le salde certezze di questa tormentata epoca rossonera sono le precarietà. La precarietà di un presidente distaccato se non quando in dirittura elettorale, per di più in preda a farneticazioni sportive improbabili e grottesche. La precarietà di una società affidata a due amministratori delegati, uno saldamente inchiodato da esosi esigibili pregressi, l'altra confinata nell'orticello delimitato da una casella postale con il cognome di famiglia. Sognando stadi nuovi e campioni che furono. Precario, precarissimo l'allenatore inabile nell'azzeccare briscola con le antiche filosofie milaniste, oggi esistenti solo quando si tratta di venire rinfacciate subito dopo una brutta figura.
Precaria, infine, una squadra con tasso tecnico da calcio in costume, personalità da criceto, rari sussulti di orgoglio, storie individuali mediocri con sbocchi modesti. Precario persino un possibile azzeccagarbugli d'Oriente che da più di un anno vola avanti e indietro con un 48% di niente e nessuno. Il tutto senza necessariamente dover essere paragonato al Milan dei tempi d'oro. Basta paragonarlo a una qualsiasi delle prime 4 in classifica, perché l'Inter sta solo un poco meglio e a condizione che si dimentichi l'ultimo frustrante derby.
Nonostante tutto non siamo riusciti a godere come i non-juventini, mercoledì notte: continuavamo a ripensare a quello 0-2 rossonero a Monaco nel 2007, firmato Seedorf e Inzaghi dopo il 2-2 a San Siro. Analogia e malinconia. La nostalgia ha preso il sopravvento e non se n'è andata nemmeno dopo il 4-2 del Bayern, perché la soddisfazione del miserabile è vedere il prossimo andare in malora. E un milanista di miserabile non può sentirsi addosso nulla nemmeno in quest'epoca miserabile.


