Quando sanguina una bandiera
Luca Serafini
Com’è difficile distinguere e procedere tra i sentimenti e le emozioni, la tristezza e il vuoto che una settimana come questa scava nell’animo di un cittadino europeo, che ama la vita, lo sport, il calcio. Quello che unisce Bruxelles, ennesimo teatro di sangue, follia, odio dell’uomo nel suo manifesto più selvaggio, alla scomparsa del “profeta del gol” Joahnn Cruijff, è un filo sottile che non sa soltanto di morte tra il Belgio e l’Olanda, poiché questi esili confini si estendono a noi in tempo reale appena vomitati in faccia dalla tv, dal web, dalle radio, dai giornali. Quando sanguina la bandiera di un Paese, così come quando sanguina una bandiera della sport, ci sentiamo senza tetto, profanati, invasi in casa nostra e casa nostra può essere il Belgio come la Siria, la Francia come la Turchia, l’Egitto come l’Iraq, l’Afghanistan come gli Usa o Israele o l’Egitto o la Libia. Non fa differenza. Ci sentiamo più deboli e molto indifesi, vulnerabili, come quando scompare un mito e si trasforma in leggenda, quando il trapasso ci schiaffeggia con la violenza cristiana tra mortalità e vita eterna. Un concetto complesso da affrontare, troppo grande da capire specie quando ci sentiamo devastati tra queste miserie terrene. Tra queste macerie terrene.
Siamo tristi e malinconici, seppure pensando al Profeta un sorriso muti per un attimo l’espressione del volto corrucciato. Assente. Cruijff, accostato sovente al Milan da giocatore ma che la maglia rossonera indossò unicamente in un lontano Mundialito all’inizio degli anni Ottanta, ha suonato il concerto musicale supremo dell’arte immortale dello sport, intesa come movenze, tratti, eleganza, intuizione, fantasia. Il passo avanti della generazione di Cruijff furono l’Ajax e l’Olanda che gli giravano intorno, modelli assoluti di una pagina nuova del calcio destinata a segnare un’epoca e stravolgerla, evolverla. Elevarla. Il primo esempio di globalizzazione al mondo fu generato dallo sport, dal pallone ed era esattamente quel firmamento arancione in cui esplose la luminosità dell’astro Cruijff: ognuno di quei tulipani correva, attaccava, difendeva, svolgeva più ruoli, persino i portieri diventavano spesso giocatori di campo aggiunti come il vecchio “libero”. Lo stesso Cruiff era mezzala, attaccante, ala, punta, mezzapunta, in un ruolo unico, magico, affatto anarchico. Arrivederci caro Profeta, prega anche tu per questo pianeta insanguinato, ricordaci cosa significa giocare l’uno per l’altro, aiutarsi, vincere e perdere insieme e con la stessa dignità con cui tu dovesti inchinarti in Germania e i tuoi compagni in Argentina in 2 finali Mondiali purtroppo in casa degli organizzatori. Meritando di vincerle entrambe.
Perdonateci questa dissertazione in giorni complicati per il nostro Continente, per il nostro mondo. Ci sentiamo a disagio. Così come da milanisti ci sentiamo a disagio ad ogni esternazione di quello che è stato un grande presidente di calcio ed ora saltella dialetticamente da un ramo all’altro come una bertuccia capricciosa. Il campionato rossonero, come facilmente prevedibile, allo scoccare della primavera è concluso e archiviato. Resta tra 2 mesi una finale di Coppa Italia con la Juventus, un’occasione unica per tornare protagonisti una notte, una notte almeno. Sapendo bene, caro Berlusconi, che la mattina del giorno dopo Mihajlovic comunque non sarà più l’allenatore del Milan: speriamo per decisione spontanea di Sinisa, perché significherebbe che ha vinto la Coppa.
Buona Pasqua a tutti voi.


