Lo sciopero, il caso Ronaldinho, l'Europa. I frutti della (sotto)cultura sportiva
Luca Serafini
La nostra sottocultura sportiva qualche volta rompe gli argini e tracima, come i torrenti in piena. Solo che invece di fare danni, potrebbe servire a ripararli. Purtroppo, una volta riparati gli argini del suo letto, la nostra sottocultura sportiva torna a scorrere dolcemente nella sua valle sfiorita e ricomincia a nutrirsi dei suoi molti frutti.
Il Mondiale per club è il trofeo dell’amicizia soltanto per noi. Per il centro-sud America è un evento unico e suggestivo e sbarcano centinaia di tifosi ad Abu Dhabi per sostenere le loro squadre. Ora l’Inter scoprirà l’atmosfera magica vissuta dal Milan in Giappone per 20 anni e capirà che si tratta di una cosa vera, importante, magica per chi ha la fortuna di viverla sul posto. Lo stesso discorso vale per l’Europa League: all’Atletico Madrid nella passata stagione è valsa due trofei, essendo stati poi i coclhoneros capaci di conquistare la Supercoppa europea contro i nerazzurri, mentre l’odiato Real finiva con zero titoli. Le nostre squadre invece dall’Europa League sembrano non vedere l’ora di andar fuori, dopo aver inseguito l’Europa in campionato per un anno intero, strombazzandolo come un obiettivo vitale. Ora lo sciopero dei giocatori, che esalta in un colpo solo la sottocultura di tutte le componenti del calcio: la stampa, i tifosi, le società e i giocatori stessi. La stampa, perché non riesce a spiegare e sviscerare bene le ragioni dell’una e dell’altra fazione, allineandosi al superficiale giudizio dei tifosi che contestano i milionari senza approfondire. Le società perché non sanno ammettere che quando sono loro a voler rompere i contratti, tutti i predicozzi fatti a calciatori e procuratori restano nel gozzo.
I giocatori, che non se ne vanno mai dal campo per i buu razzisti e non solidarizzano mai con nessun’altra categoria, non trovando una forma di protesta diversa da quella dei metalmeccanici per sostenere le proprie idee.
A noi resta la voglia di approfondire il motivo per cui campioni arrivati come Oddo, De Sanctis, Tommasi, Chiellini si espongano in prima persona. Resta la voglia di approfondire dove stiano ragioni e torti dell’una e dell’altra fazione, non potendo ignorare che i presidenti del calcio sono gli unici imprenditori al mondo che, al momento di alzare la saracinesca, invece di rischiare del proprio hanno già in cassa i proventi dei diritti televisivi, degli sponsor e degli incassi. Se poi sprecano fiumi, vagonate di soldi a vanvera, sono problemi loro. Nella passata stagione il Vicenza, ingaggiato il decano Nedo Sonetti a metà campionato garantendogli un anno e mezzo di contratto per 500.000 euro complessivi, lo esonerò dopo 10 giorni e 3 partite giocate (una sola persa). Giusto per fare un esempio. Resta la voglia di sapere, infine, se sia normale che questo accasa in un Paese dove il presidente della Federcalcio sia la terza scimmietta che durante l’esistenza in vita di Calciopoli, non vedeva, non sentiva e non parlava. Indignatevi pure, ma non stupitevi, per favore, per questa farsa di uno sciopero dei pallonai miliardari, facendovi almeno venire il sospetto che tutti i torti non stiano solo dalla loro parte.
Il caso-Ronaldinho al Milan fa discutere perché ha i connotati sgradevoli di quel mobbing (se lo scopo è davvero quello di stancarlo e non rinnovargli il contratto, se non addirittura mandarlo via a gennaio), strumentalizzato dallo scioperanti. Da qualsiasi parte la si voglia girare, mandarlo in campo a 5’ dalla fine ad Auxerre e a 4 secondi dal 90’ a Genova è un’onta che non merita, non fosse che per il suo atteggiamento positivo e partecipativo in questo frangente.


