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#iorestoacasa - Le storie della buonanotte: Iribar alfiere dell’Ikurriña. Athletic a vita grazie a un coroTUTTOmercatoWEB.com
sabato 04 aprile 2020 01:05Serie A
di Simone Bernabei

#iorestoacasa - Le storie della buonanotte: Iribar alfiere dell’Ikurriña. Athletic a vita grazie a un...

#iorestoacasa - Tuttomercatoweb.com propone ai suoi lettori delle storie di calcio per tenerci compagnia in queste giornate tra le mura domestiche
Un’enciclopedia vivente. Di calcio e di vita vissuta, di storia e di storie. E di attaccamento alla propria terra, al proprio popolo, alla propria maglia. Si dice, con cognizione di causa, che la storia di amore e passione fra José Angel Iribar e l’Athletic Club abbia trovato la propria sublimazione nel 1966. La squadra basca perse la finale di Copa contro il Real Zaragoza dei Cinco Magníficos, ma nonostante l’amarezza il pubblico si alzò in piedi per omaggiare il proprio portiere: “Iribar, Iribar, Iribar es cojonudo, como Iribar no hay ninguno”. Un canto sincero che mise in ombra gli interessi confermati di Real Madrid, Atletico e Valencia: “Quel giorno capii che mai avrei lasciato l’Athletic. In pratica firmai un contratto a vita”, raccontò qualche anno dopo.

Euskal Herria nel cuore - Semplicemente il modo autoctono per indicare i Paesi Baschi. Nato a Zarautz nella provincia di Guipuzkoa, Iribar proveniva da una famiglia numerosa e di estrazione contadina. La famiglia del padre era tradizionalista, quella della madre nazionalista, normale che per quieto vivere la politica rimanesse fuori da quella casa affacciata sul golfo di Biscaglia. Nonostante questo già da giocatore partecipò attivamente alla sfera politica della regione, lui che ha vissuto a cavallo fra la dittatura franchista ed il ritorno alla democrazia. Si è esposto in prima persona e ha sempre aiutato la sua terra, sebbene la pubblicità dei suoi gesti per gli altri lo abbia sempre fatto indispettire. Il legame con le sue origine è sempre stato accentuato, quasi morboso, e il castigliano ci viene incontro per capire realmente il suo sentimento: compromiso. Con la sua terra, col suo popolo, con le sue tradizioni e la sua lingua.

El Txopo, el Chopo - Il Pioppo, in italiano. Soprannome strano, per un portiere che non amava certamente stare fermo sulla linea di porta. Il nomignolo gli arrivò ai tempi della scuola professionale, Iribar studiava e apprendeva per diventare tornitore. Poi il calcio lo strappò a questa carriera e lo consegnò alla storia. Quel che colpiva maggiormente era il suo coraggio e la sua atleticità, caratteristiche che gli vennero donate dal gioco di strada e dai tuffi sulla spiaggia davanti casa. Calmo e timido fuori, autorevole e rassicurante in campo, dopo il primo anno al Basconia si trasferì all’Athletic. L’esordio arrivò in una fugace apparizione a Malaga, quindi la giornata seguente ecco la prima al San Mames di fronte al Real Madrid. Le gambe tremavano, ma il carattere c’era, come dimostra il trash talking verso un certo Puskas che si apprestava a battere un rigore (palesemente inesistente, per la cronaca): “tiralo fuori, tanto lo sbagli”, sussurrò all’orecchio dell’ungherese. Il quale ovviamente segnò.
Il suo modo di parare era per molti l’attrazione del giorno della partita, anche se nei primi anni giocava senza guanti, usanza dell’epoca: “Col tempo inizia a metterli, ma per lo più guanti di lana o comunque improvvisati per quando pioveva o faceva freddo. In Germania avevano iniziato ad usare guanti da portiere intorno al ’78. I miei primi li ho comprati in una trasferta a Birmingham, li presi perché li avevo visti a Gordon Banks”.

Il gemello di Zoff, l’idolo Yashin e l’aneddoto su George Best - Uno dei suoi soprannomi era proprio questo. ‘Il gemello di Zoff’. Aprite google e fatevi una rapida carrellata, ogni dubbi sarà fugato. Iribar era quasi coetaneo di Zoff e caso vuole che oltre alle peculiarità stilistiche e di interpretazione del ruolo, i due si assomigliassero realmente. In carriera si sfidarono 4 volte, due con la Spagna e due in finale di Coppa UEFA nel 1977, Juventus-Athletic. Con Zoff oltre all’aspetto fisico Iribar condivideva stazza e pacatezza e fra i due non sono mai mancati vicendevoli apprezzamenti. Ma il suo vero idolo era un altro: il Pallone d’Oro Lev Yashin. Dura da credere, in un’epoca dove il calcio non era televisivo: “Il calcio a volte lo devi anche immaginare” - spiega Iribar - “Ai tempi andavo dal parrucchiere e guardavo le riviste sportive, era la stessa cosa”.
I due si sfidarono in finale dell’Europeo nel ’64, vittoria della Spagna per 2-1. A fine partita Iribar, timido ed introverso, mandò il compagno Paquito a chiedere la maglia al collega sovietico, cimelio che puntualmente arrivò. Solo che… era la maglia della Dinamo Mosca, non dell’URSS. “Avevo dei dubbi, ma riguardando le immagini della gara mi resi conto che effettivamente giocò con quella e non con la divisa dell’URSS. Ai tempi non c’erano regole rigide, bastava che il portiere fosse riconoscibile”, fece sapere il basco.
Infine un curioso retroscena su Geroge Best, raccontato dalla profonda voce del protagonista: “Giocai la partita-omaggio a Eusebio fra World Team e Benfica. Cruyff, Beckenbauer, Gordon Banks… e pure George Best. O meglio: si presentò alla cena il giorno precedente, salvo poi sparire il giorno della partita. Quindi la sera successiva eccolo di nuovo a tavola per la cena ufficiale. Faceva la sua vita al di là del calcio, come tutti sanno…”.

La straordinaria riapparizione dell’Ikurriña - “Perdemmo 5-0. Ma sono stati i 5 gol più belli che io abbia mai subito”. Questa pare sia stata la reazione di Iribar dopo quella partita contro i rivali storici della Real Sociedad. Il generale Franco aveva dichiarato illegale, già dal 1938, la ikurriña, lo storico vessillo dei Paesi Baschi. Decisione ovviamente mal digerita dal focoso popolo basco ma accettata anche 'grazie' a repressione e violenza da parte della Guardia Civil dell'epoca. Dopo quasi 40 anni, era il 5 dicembre del '76, sfruttando la morte del dittatore e il periodo di transizione politica (le prime libere elezioni avvennero nel '77) le due squadre decisero autonomamente di dare un segnale forte al governo di Madrid. Promotore dell'iniziativa fu Uranga, onesto mestierante della Real Sociedad e abertzale (indipendentista in basco), che il giorno prima del derby chiese alla sorella, di professione sarta, di cucire per lui una ikurriña a regola d'arte.
La mattina della partita Josean la nascose nell'alloggiamento della ruota di scorta per occultarla ad eventuali posti di blocco (fu effettivamente fermato durante il tragitto, senza conseguenze) e arrivò senza problemi all'Estadio de Atocha a San Sebastian, all'epoca sede delle partite casalinghe della Real. Fece entrare la bandiera da una finestra dello spogliatoio e raggiunse i compagni, incaricando il capitano Inaxio Kortabarria di chiedere ai giocatori dell'Athletic cosa ne pensassero di un'eventuale ingresso in campo con la bandiera in bella mostra. I due capitani, rrivali storici ma uniti nell’intento, entrarono in campo col vessillo in mano. Era dai tempi della guerra civile che la ikurriña non veniva esposta in pubblico senza scatenare la reazione delle forze di polizia (negli anni precedenti, quando era vietata, molti baschi andavano allo stadio col tricolore italiano vista la somiglianza cromatica).

La Spagna. E la Euskal Salekzios - Non passò molto tempo prima che anche la Roja si accorgesse delle sue parate. E infatti già dal ’64 iniziò a difendere la porta della Spagna. Lo stesso Franco, dopo il successo all’Europeo, pur non approvando le animosità indipendentiste della sua terra d’origine, si congratulò con lui e durante la cerimonia pubblica gli sussurrò: “Sei l’idolo di questa squadra”. Nel ’76 fu escluso dalla Nazionale, si dice, per via del presidente della RFEF Pablo Porta, uomo dichiaratamente di destra. E nel ’79 giocò la prima e unica partita con la Euskal Selekzioa, Nazionale dei Paesi Baschi che però non fa parte né della UEFA né della FIFA. E fino al 2010 è stato allenatore e direttore tecnico di una selezione che fin dai suoi primi anni di vita era sogno e ambizione.

La politica e Herri Batasuna - Già da calciatore si appassionò di politica, avvicinandosi a qusto mondo facendo le veci del “sindacalista” della squadra. All’Athletic, lui e i compagni, ci stavano per amore, ma le paghe erano decisamente sotto la media. Per capirci, gli scarti dei baschi che magari andavano al Malaga, o al Betis, guadagnavano il doppio, il triplo, rispetto alle stelle dell’Athletic. Iribar e compagni un bel giorno si stufarono e decisero di contrattare col club seguendo l’esempio del campo: in gruppo, proprio come una squadra. Qualche anno dopo, colpito dal processo di Burgos che condannò a morte 6 militante dell’Eta, Iribar decise di entrare in politica e aiutò lo sviluppo dell’Herri Batasuna, partito che voleva la creazione di uno stato socialista che potesse avviare il processo di indipendenza dei Paesi Baschi. Sì, proprio lui che era il numero 1 della Spagna, gloria e vanto del generale Franco fino a pochi mesi prima.
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