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Abbiamo visto MaradonaTUTTOmercatoWEB.com
© foto di Federico De Luca
giovedì 26 novembre 2020 08:00Editoriale
di Luca Marchetti

Abbiamo visto Maradona

Di Diego abbiamo visto e vedremo tutto. Abbiamo letto e leggeremo tutto. Diego è stato un’icona. Un mito. Il talento al servizio del popolo. Diego se n’è andato all’improvviso, come se fosse una finta delle sue.
Aveva appena festeggiato i 60 anni, purtroppo con un’operazione delicata in ospedale. Ma nessuno pensava, nonostante gli eccessi che Diego potesse morire. Di certo non ora. Diego non può morire perché Diego è immortale.
Diego ha sposato due popoli (quello argentino e quello napoletano) e si è immedisimato in loro. Era uno di loro. Maradona Argentina e Napoli, tanto che per anni (e chissà ancora per quanto tempo) avremo il cruccio di aver giocato la semifinale mondiale del 90, contro l’Argentina di Maradona, proprio a Napoli.
Diego ha segnato un epoca. A Napoli e in Argentina dopo di lui i Diego si sono moltiplicati. Diego ha marchiato a fuoco due popoli, gli stessi due che gli sono entrati dentro. Diego era un rivoluzionario, Diego era il calcio. Diego era l’eccesso. In campo e fuori. Era sublime, quasi etereo, e allo stesso tempo pragmatico, quasi malefico. La partita con l’Argentina, nel suo Mondiale, è il suo emblema. Il gol del secolo e la mano de Dios. Alfa e Omega. In 90 minuti. Le cadute e le risalite. Campione del Mondo e beccato positivo alla cocaina nel 94. Scudetti (gli unici nella storia del Napoli) e cadute. Ora lo stadio sarà intitolato a lui: giusto e tempestivo.
Ma Maradona ha fatto divertire anche il calciomercato. Maradona non è stato nella stessa squadra: era troppo per non essere condiviso.
Chi lo scoprì, ancora ragazzino, è stato Gianni Di Marzio. Allora allenatore del Napoli (nel 1978) lo scovo su un campetto polveroso di periferia consigliato dal suo amico Settimio Aloisio. Gli strappo la promessa di farlo venire al Napoli: ma non ci riuscì. Sia per via delle norme che impedivano allora agli stranieri di arrivare in Italia (le frontiere aprirono solo qualche anno dopo) sia per via - ha raccontato lui tante volte - perché il Napoli con l’allora presidente Ferlaino (che poi nell’84 lo comprò) non credeva nei giovani. Una soluzione per gli stranieri si sarebbe trovata, magari facendolo giocare prima in Svizzera.
Giocò invece a Barcellona. Ma a un certo punto i dirigenti azzurri scoprirono che el Pibe de Oro era in rotta con il suo club. E cominciarono la trattativa. Difficilissima non solo con gli spagnoli ma anche con le banche per trovare i 13 miliardi necessari per acquistarlo. 50 giorni ci vollero. Allora il mercato chiudeva il 30 di giugno. E fu necessario sfruttare anche l’ultima ora dell’ultimo giorno, forse addirittura oltre. Perché tutto si sbloccò alla fine. E Ferlaino - così ha raccontato diverse volte - consegnò una busta senza niente dentro. Salvo poi far arrivare a Milano Maradona, farlo firmare e nella notte (con la complicità di una guardia) sostituire la busta con quella del contratto.
Maradona fu presentato il 4 luglio. Si pagava mille lire. Per vederlo palleggiare. Poi l’hanno visto giocare. E si sono innamorati.
E noi con loro. E’ per questo che Maradona rimarrà sempre nella storia del calcio. Perché è stato il calcio nella sua forma primordiale. La classe, l’intuito, l’istinto. La passione. Quella che riesce a sovvertire gli schemi. Le regole, anche quelle della fisica. A Maradona è stato perdonato tutto (e forse questo è stato un suo limite) ma perché quello che lui ha donato con la sua classe ai suoi popoli è stato unico.
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