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TMW RADIO - Cusin: "La Juventus di qualche anno fa non avrebbe preso Ronaldo ma Mbappé"TUTTOmercatoWEB.com
venerdì 16 aprile 2021 19:06Serie A
di Dimitri Conti
tmwradio

Cusin: "La Juventus di qualche anno fa non avrebbe preso Ronaldo ma Mbappé"


L'allenatore giramondo Stefano Cusin è intervenuto in diretta a Stadio Aperto, trasmissione di TMW Radio condotta da Francesco Benvenuti e Niccolò Ceccarini, iniziando nelle sue riflessioni dal campionato italiano: "Essere propositivi o cercare il risultato è un falso dibattito: classifiche o passaggi del turno si basano sulle vittorie, la cosa più importante è la vittoria. Il nostro campionato è abbastanza scontato, c'è l'Inter che è più forte delle altre e guidata da un tecnico vincente, e poi tutte le altre. Un campionato poco emozionante, dove si cerca di non perdere e se poi si vince, anche meglio".

Dov'è il gap con l'estero?
"Un insieme di fattori, per prima l'intensità. Seguo molto Ligue 1 e Premier League, e lì le squadre di bassa classifica giocano propositive, per vincere. Francia e Inghilterra poi sono avanti a noi per le strutture. Da noi manca competitività: la Juventus per anni è stata dominatrice, ma già da 2-3 anni, sbagliando investimenti e tradendo la sua tradizione, hanno iniziato a mancare. Poi ci sono realtà importanti, vedi Napoli, che però non traducono in punti il potenziale della squadra".

Dove intervenire?
"I settori giovanili sono stati trascurati per troppi anni in Italia. Qualche giovane interessante l'abbiamo trovato, vedi Barella, ma non vedo progetti né politiche. Stiamo trascurando anche la Serie C, il giusto trait-d-union per un giovane tra Primavera e prima squadra. Se si mandano però in posti senza strutture, non si può pretendere di ritrovarsi giocatori pronti. Il sistema va rivisto in maniera globale".

Esagerato dire che PSG e Bayern hanno giocato a un altro sport?
"Mbappe è un giocatore fantastico e Neymar lo stesso. Quando dico che la Juventus tradisce la sua storia intendo questo: qualche anno fa non avrebbero preso Ronaldo ma Mbappe".

Lei quindi avrebbe rinunciato a Kean?
"Mai. Giovane, polivalente, ha forza. Siamo scarsi nella programmazione, vogliamo tutto subito senza pensare a seminare e al domani. Lì c'è il gap".

Siamo indietro sulla concezione dei giovani?
"Non penso, credo proprio manchino i giocatori. Gli allenatori se uno è bravo lo fanno giocare... Ho avuto la fortuna di lavorare al Wolverhampton, e lì trovi una società che investe tantissimo su scouting, strutture e staff di allenatori. Non si risparmiano perché il domani è di quelle persone. Da noi meno investimenti e strutture e di conseguenza meno giocatori".

I club di Serie A dovrebbero essere obbligati ad avere la seconda squadra?
"Può essere un'idea, io sono favorevole. Sono stato tanti anni in Francia e lì hanno seconde e terze squadre: poter seguire i tuoi giovani ha un grande vantaggio. Al Wolverhampton mandavano sempre gli scout a seguire i giovani che giocavano fuori e si sceglievano specialisti ad allenare. In Italia abbiamo molti allenatori bravi tatticamente ma non a costruire i giocatori. Ad esempio ho apprezzato tantissimo Prandelli con Vlahovic, lì si è visto il valore e il lavoro dell'allenatore".

Non è che si sbaglia nella direzione degli investimenti sulle giovanili?
"Rimango stupito quando sento racconti di ragazzi che si allenano su campi sterrati o che mancano gli attrezzi per lavorare. Quelle sono grandi mancanze, vuol dire che non punti sui giovani".

Gli allenatori italiani dovrebbero guardare anche fuori?
"Siamo stati un po' presuntuosi, per tanti anni abbiamo pensato di essere i più bravi e i più furbi e invece c'è un mondo che cambia e ti avanza. Un norvegese come Haaland sarà la punta più forte dei prossimi anni, il mondo è grande. Non c'è solo la tattica per gli allenatori, ma anche altri aspetti come psicologia e gestione, che spesso vengono trascurati. Non è solo preparazione e fase difensiva, ma personalità per imporsi ed essere seguito. All'estero si attacca, da noi il sistema porta gli allenatori ad essere prudenti, ma sul lungo andare sei carente nel creare giocatori e filosofie. Vedo che De Zerbi a Sassuolo sta provando certe cose, ed è perché lo può fare, magari in altre piazze l'avrebbero già messo in discussione".

Chi altro vede in giro sul suo livello?
"Juric lo ritengo potenzialmente un grande allenatore, si sta confermando ad alti livelli facendo ancora meglio dell'anno scorso. Propone un calcio simile a Gasperini, ma non uguale. Italiano è un altro che con un organico di qualità ridotta riesce ad avere una squadra propositiva. Le novità, però, non sono tantissime. Il resto sono allenatori che giocano per sopravvivere senza porre le basi per progetti vincenti. Si tende a non prendere rischi e lasciare meno potere ai giocatori".

Lo dicono anche altri, vedi Allegri.
"Condivido al 100%. In Francia non ci sono tantissime grandi squadre ma le partite sono quasi sempre emozionanti. Da noi senza spazi lo spettacolo non c'è: questo può andar bene con due squadre che vanno nella stessa direzione, meno se trovi chi ti attacca".

Perché non si marca più stretti come una volta?
"Insegnare ad un difensore a marcare non è semplice, è lavoro complesso, serve tempo, un mattoncino dopo l'altro. Prima eravamo forti a livello caratteriale, e penso a Gentile e Cannavaro, gente di grande temperamento. Non vedo quella rabbia agonistica necessaria oggi, se ripenso al primo tempo col Porto dico che quella non poteva essere la Juventus. Sovrastata da ogni punto di vista ma soprattutto caratteriale. Abbiamo sempre avuto grandi difensori ma nei settori giovanili non si valorizza più un certo tipo di calciatore".

C'è un momento che ha portato alle difficoltà attuali del nostro calcio?
"Ho cercato di capire, secondo me la discesa è iniziata quando abbiamo iniziato a copiare gli spagnoli impostando gli allenamenti su possessi palla e tiki-taka a prescindere, qualsiasi fossero i giocatori, invece di andare incontro al nostro DNA. Ogni paese ha le sue peculiarità, in Inghilterra ci sono tantissimi stranieri ma c'è l'intensità molto inglese che è rimasta, da sempre sono difficili da sfidare nei 95 minuti. L'ho visto sul campo, c'è sempre lo spirito dello 0-0. Noi che avevamo una grande cultura di equilibrio difensivo e costruire giocatori capaci di non prendere gol ma soprattutto dei grandi bomber, quando ci siamo messi a copiare la Spagna senza capire che avevano incontrato una generazione d'oro siamo entrati in un campo non più nostro. Si è creata la confusione che c'è tuttora. La nostra tradizione ci ha permesso di vincere tutto. Allenare una giovanile e una prima squadra son due mestieri differenti, mentre oggi la prima è un mezzo per arrivare ad allenare in Serie A. In più la rabbia che inculcavamo l'abbiamo trasformata in allenamenti di tattica e fraseggio. Si può fare, ma abbiamo una certa storia e cerchiamo di essere efficaci, sfruttando meglio le risorse che abbiamo a disposizione".

La semplicità è così difficile da ricercare?
"Ho lottato per questo una vita. Si prende sempre d'esempio Guardiola, ma lui ha sempre avuto dei giocatori leader nel suo ruolo, oltre che essere lui un grande allenatore. Bisogna essere più essenziali, in questo prima noi italiani eravamo molto bravi. Capire come far rendere i calciatori e vincere. Oggi si va per inerzia verso il bel gioco ma se va male tre partite si cambia e tocca essere più prudente. Questo genera confusione".

Zenga ha ricevuto meno di quanto meritasse in panchina?
"Assolutamente, sfondate una porta aperta. Intanto dico che il Cagliari avrebbe dovuto tenerlo visto che conosceva già la rosa a disposizione e che l'anno prima non potendo incidere, con una partita ogni tre giorni, aveva comunque portato la squadra alla salvezza. Se guardate le sue statistiche, nelle ultime panchine ha sempre fatto meglio di chi veniva prima o dopo. Se poi viene giudicato per il personaggio pubblico, allora si esula, ma per me può dare tanto al calcio".
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