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Barzagli: "Nessuno sta riuscendo a ricreare la Juventus di una volta. Così da tre dirigenze"

autore
Dimitri Conti
ieri alle 21:39Serie A
autore Dimitri Conti
21.10.2026 21:39Serie A
L'ex difensore ha concesso una lunga intervista nella quale ha ripercorso le sue tappe del passato da calciatore e il presente con l'Italia U21.
www.imagephotoagency.it
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L'ex difensore Andrea Barzagli è stato intervistato all'interno del podcast 'Colpi da Maestro' su YouTube: "Il calcio si è modificato, anche il ruolo del difensore sta cambiando: gli viene chiesto di più in impostazione, in un gioco molto più veloce. Una base del difensore come prima non c'è più. Si andava più nello specifico, su cose noiosissime, che ti fanno perdere tempo e fatica mentale". Il suo cammino da allenatore comincia con l'Italia Under 21. "Allenare era un progetto. Non fisso, subito dopo aver smesso: lì volevo prendermi degli anni, ma volevo mettermi alla prova. E iniziare affiancando qualcuno: ho cominciato e vediamo come andrà a finire". Lei Allegri lo conobbe a Pistoia, quando ancora giocava. E dice che è grazie a lui se l'hanno scoperta difensore. "Eravamo in una fase dove io stavo iniziando e lui finendo. Più di una volta mi è successo, ma non ho mai chiesto a Bepi Pillon se sia vero. Prima di andare a Pistoia avevo fatto due anni da centrocampista e credo che in quel ruolo non sarei mai arrivato a un certo livello. Ho avuto la fortuna di trovare grandi maestri, anche come compagni, e fatto campionati tosti. In C ad Ascoli... O ti cimenti, o è dura. In casa avevamo 10mila persone, una piazza esigente: o cresci o smetti". La tappa di Palermo cos'è stata? "Quattro anni di esperienza bellissima, che mi ha fatto molto crescere. Sono arrivato che avevo una mentalità da ragazzo, da ragazzino. Non nego che mi sono anche divertito, per come vedo adesso mi sembra di notare maggior professionalità dei ragazzi di oggi rispetto ai miei tempi. Ho vissuto a Mondello, calcisticamente sono stati anni intensi. Soprattutto i primi: di stadi ne ho fatti, come confusione di decibel penso che il Barbera sia uno di quelli più incredibili. Mi sono preso la responsabilità di voler diventare capitano a 27 anni, non ero pronto e devo dire che sono finito anche in crisi, ma tutto ha fatto esperienza". Quindi, il Wolfsburg. "Vabbè, è stata una parentesi... Che dire. Quelle cose che nascono dal niente, ricordo che arrivai una notte per visitare Wolfsburg, era fine giugno, la mattina dopo vedo lo stadio che è una bomboniera e mi raccontano della città e della comunità di italiani presenti in un paese che gira attorno alla fabbrica Volkswagen. E poi l'allenatore considerato un guru in Germania (Magath, ndr): mi convinco. L'allenatore ti portava a livelli che quando dicono di Conte, non c'è nulla a che vedere. Roba da militare. In quell'anno il Bayern non aveva ammazzato il campionato, a metà stagione eravamo noni e abbiamo finito vincendo la Bundesliga con dei numeri folli. Una roba irripetibile. Da lì sono rientrato in Italia, alla Juve, che avevo una famiglia, mi stava nascendo il secondo figlio. L'anno dopo la Bundes non è stato semplicissimo, sono stato messo anche fuori rosa. Poi è arrivata questa botta di fortuna, io la chiamo così: alla Juventus è arrivato Paratici, che veniva a vedermi a Wolfsburg, quando mi hanno detto dei bianconeri son voluto andare subito. Sapevo che sarebbe stata la mia ultima opportunità. Mi aspettavo una grande dopo il Mondiale 2006 e forse quello mi ha infastidito. A 29 anni mi son ritrovato l'occasione di andare in una grande squadra e ci sono andato da uomo maturo e professionista". Lippi cosa è stato per lei? "Ricordo che quando sono andato al Wolfsburg mi telefonò e mi disse che non mi avrebbe convocato probabilmente per qualche partita perché per lui la mia era stata una scelta sbagliata. A volte sentirsi dire certe cose fa male, ma tutta la vita chi lo fa: se non ti chiamano direttamente, significa nessuna importanza e nemmeno il coraggio di dirmelo. Mi sono perso la Nazionale per 3-4 anni...". Alla Juventus avete creato l'iconica BBC. "Lì si è creato qualcosa, forse anche per una mentalità comune a tutti. Compreso Gigi Buffon dietro, che se non lo citi si arrabbia. Abbiamo trovato un'affinità incredibile sul campo, senza mai dirci niente l'uno con l'altro: solo uno sguardo. Ogni anno ripartivamo con l'obiettivo di fare qualcosa di più, spingendoci a vicenda e quella probabilmente è stata la vera fortuna della Juventus. La mentalità era quella di arrivare all'obiettivo, la voglia era di prendere il posto all'altro e alzare ancora di più il livello. Certe volte gli stranieri arrivano e sono un pelo più distanti, invece per quella Juventus sono stati proprio importanti. La base forte era italiana, entravi e notavi la professionalità e la forza di ognuno, al di là dei vari leader. Per primo Buffon, quello assoluto. E dico che mentalmente è dura, anche più del fisico: stare dietro a quel calcio è tosta, sei esausto". La Juventus di oggi come la guarda? "Da anni intraprende cambiamenti non semplici, siamo alla terza dirigenza. La cosa buona sarebbe ottenere un risultato importante con un gruppo che c'è magari da qualche anno e riesce a mettere una base. In questi anni, nessuno è riuscito a metterla per ripartire e creare la Juve di una volta. Non per forza la mia, eh, ma ci sono state Juventus con le basi forti, che si tirano su e da lì costruiscono. Io vedo che ogni anno cercano di fare qualcosa e non ci stanno riuscendo". Lei ha avuto sia Conte che Sarri che Allegri. Cosa le viene in mente? "Sono completamente diversi. Tre appassionati di calcio e lavoratori incredibili, grandissima mentalità, quella vincente. Con una visione e una gestione differente, sia col gruppo che a livello di informazione e comunicazione, interna con i dirigenti e anche esterna. Ora è fondamentale tener d'occhio tutti: quello che dici viene letto e sentito in primis dai calciatori, che vanno sempre a leggersi le interviste. Bene o male, lo fanno tutti. E poi lanci cose alla dirigenza, ai tifosi e soprattutto alla stampa. Approcci e personalità diverse ma tre allenatori importanti". Come va in Under 21? Come li vede i nostri giovani? "Ci manca il grande talento, quello generazionale. Però abbiamo giocatori bravi e un gruppo di bravi ragazzi, che sgomitano e provano a fare il salto, impegnandosi tantissimo. Hanno anche grandi qualità, siamo nel processo del primo anno. All'estero danno per scontato che a 18-20 anni giochi già in prima squadra, noi siamo un po' più tardivi ma è sempre stato così. Ci vuole coraggio, attendendo che crescano anche sbagliando. Un nuovo Barzagli? No, ognuno è diverso". Mi abbina Yildiz a un vino? "Uno champagne, bello fresco e frizzante, che può invecchiare". E Pio Esposito? "Un ragazzo che mi ha colpito tantissimo per come ragiona, non sembra uno di vent'anni. È già molto maturo, come vino metto un bel Barolo italiano. O anche un Brunello di Montalcino, due grandi vini". Mbappé? "Fortissimo e francese, un Borgogna, una grande eccellenza". Cristiano Ronaldo? "Sarebbe semplice dire un Porto del 1950, no? Si vai massimi livelli, Bordeaux". Chiellini? "Giorgione visto che è di Livorno, lo metto come un bel Bolgheri. Conosciuto nel mondo e della sua zona".

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