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Inter: la rivoluzione (anche dialettica) di Chivu. Milan: il vero problema è la “non crisi”. Juve: l’aggiornamento di Spalletti e la sfida all’algoritmo. Napoli: la stagione di Conte. E un campionato da aggiustareTUTTO mercato WEB
Oggi alle 00:00Editoriale
di Fabrizio Biasin

Inter: la rivoluzione (anche dialettica) di Chivu. Milan: il vero problema è la “non crisi”. Juve: l’aggiornamento di Spalletti e la sfida all’algoritmo. Napoli: la stagione di Conte. E un campionato da aggiustare

Questa settimana, tra le altre cose, facciamo le pulci ai nostri signori allenatori, ci sia consentito. Il problema del Milan non è Allegri. Oddio, per qualcuno è il male assoluto e, certo, a livello di “calcio” non ha mostrato chissà quale evoluzione. Ma non è decisamente il problema del Milan, anzi. Allegri ha “normalizzato” una squadra che l’anno passato aveva messo insieme una stagione “fallimentare” (cit. Furlani) e, quindi, ha certamente fatto molto. Il problema è che, almeno in teoria, non dovrebbe bastare. Non basta se sei “il Milan” perché “Il Milan” e i suoi tifosi sono stati abituati a vincere, non a partecipare. E allora bisogna capire qual è il problema e lo facciamo secondo la nostra visione delle cose. Allegri è a un passo dalla qualificazione alla prossima Champions e, quindi, ha raggiunto l’obiettivo imposto dalla proprietà che, a sua volta, è soddisfatta e bella paciarotta. E questo è il punto: il Milan vive una crisi gestionale proprio perché chi la gestisce… non percepisce alcuna crisi. Una crisi si analizza, si corregge, si affronta, si risolve. Qui invece siamo davanti a qualcosa di molto più difficile da affrontare, ovvero un sistema che funziona esattamente per come è stato progettato. Un sistema che è fatto di conti in ordine, di San Siro sempre pieno, di valorizzazione dei giovani giocatori. Tutte cose che vanno benissimo, sia chiaro, ma che non contemplano quella che definiremo “fame di vittorie”, perché la “fame di vittorie” dipende dalla volontà di osare, rischiare, andare oltre l’ordinario. Ecco, la qualificazione alla prossima Champions League per una squadra che si chiama “Milan” non può essere vissuta come un successo, perché è l’ordinario. Il Napoli sta chiudendo la sua stagione con qualche tensione di troppo. È una situazione tipica della gestione Conte, quella che porta le sue squadre a toccare “vette prestazionali” notevolissime ma anche momenti di nervosismo difficilmente sopportabili. A detta di Conte è colpa dei media e di come recepiscono i suoi messaggi, ma la verità è che certe narrazioni dipendono esclusivamente dal suo modo di fare. Se dicesse: “Ho un contratto e intendo rispettarlo” nessuno farebbe ragionamenti sul suo futuro lontano da Napoli. Ma lui fa esattamente l’opposto, parla di incontri da fare con patron De Laurentiis, ammicca alla nazionale, borbotta e, in definitiva, alimenta le incertezze. Quella che va a concludersi non può essere definita una stagione positiva, perché il Napoli ha raggiunto uno status enorme, figlio della illuminata gestione griffata De Laurentiis. Il piazzamento in campionato, sommato alle eliminazioni precoci in Champions e Coppa Italia dovrebbero essere materiale sufficiente per chiedere conto al tecnico che, invece, come sempre ama passare per vittima di non-si-sa-bene quale nemico invisibile. Antonio Conte quest’anno ha dato meno di quanto ha avuto: è una constatazione elementare, eppure c’è chi riesce a sostenere il contrario. Luciano Spalletti ha fatto una cosa notevolissima: si è aggiornato. E voi direte: “Beh, è normale”. Normale una fava. La Serie A quest’anno ci lascerà in dote le belle cose fatte da Chivu, Fabregas, Cuesta, Grosso, ovvero dei tecnici della “nuova generazione”. Gli altri, quelli più “maturi”, per un motivo o per l’altro hanno sofferto perché incapaci di comprendere che il calcio è andato e sta andando oltre la loro cementata concezione. Spalletti lo ha capito e alla Juve, in un amen, ha riportato quell’identità che mancava da anni. Un lavoro eccellente che ora deve passare da un mercato quantomeno condiviso: meglio ragionare con Lucianone che lasciar fare all’algoritmo, questo è poco ma sicuro. Una cosa sul campionato, un filo allarmante. Tocca trovare rimedi di qualche genere per salvare la Serie A. E questa cosa non dipende dal valore delle nostre squadre che, può piacere o non piacere, ma c’entra nulla con questo discorso. Il problema riguarda il “format” del campionato che, quest’anno in particolare, ha mostrato i suoi limiti. Nell’era tristissima dei giovani che si annoiano in un amen (ma i vecchi pure) un campionato praticamente terminato a cinque turni dalla fine e un campionato che ha un problema serissimo: conosciamo il nome del vincitore, quello delle qualificate alla prossima Champions, ci resta solo da capire chi tra Lecce e Cremonese accompagnerà Verona e Pisa in serie B. Niente brividi, niente emozioni. E non è colpa delle iscritte alla Serie A, ma del format, appunto. Bisogna inventarsi qualcosa: dai playout per l’ultima retrocessione (sfide tra 15ª, 16ª, 17ª e 18ª) ai playoff per la quarta qualificata alla Champions (sfide tra 4ª, 5ª, 6ª e 7ª), in questo modo avremmo squadre “obbligate” alla competizione fino alla fine e non lo strazio attuale. Prendete il prossimo turno di campionato: almeno la metà delle partite in programma mette di fronte squadre che non hanno più nulla da chiedere al campionato e si trasformeranno in sfide agghiaccianti che interessano solo noialtri malati di Fantacalcio. E meno male che c’è, il Fantacalcio. Una cosa su Cristian Chivu, attaccato da molti perché “ha cambiato atteggiamento”. Lo ha cambiato sì e il motivo sta proprio in quel “Io non sono fesso” spiattellato in conferenza. Un certo tipo di comunicazione lo stava trasformando non in quello a cui ispirarsi ma, per l’appunto, nel fesso da punzecchiare. Lo ha capito nelle settimane post Inter-Juve e ha scelto di invertire la rotta. E nel frattempo ha (quasi) vinto un campionato contro colleghi con un’esperienza decisamente superiore alla sua. Presenze in panchina nei club all’inizio della stagione 2025/26: - Cristian Chivu 17 (13+4 Mondiale per club) - Antonio Conte 629 - Massimiliano Allegri 822 L’estate scorsa erano tutti dubbiosi (compreso il sottoscritto): “Ce la farà?”, “Sarà in grado di reggere l’urto?”. Ce l’ha fatta e si è preso pure una finale di Coppa Italia: non è stato bravo, è stato bravissimo.