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Dalla testata di Zidane sono passati vent'anni: nel frattempo, l'Italia cosa ha fatto per il nostro calcio? L'abisso strutturale con la Francia si riflette nei numeri

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Tommaso Bonan
Oggi alle 00:00Editoriale
autore Tommaso Bonan
02.10.2026 00:00Editoriale
Diciamoci la verità. Francia-Italia ci è mancata. A tutti noi, soprattutto ai più nostalgici, capita spesso - a distanza di 20 anni - di rivedere, di riascoltare, di riassaporare anche solo un frammento di quella notte di Berlino. Ma Francia-Italia, tanto per non andare troppo indietro nel tempo, rievoca anche i fantasmi del 1998, così come quelli del 2000. Altri tempi, altri scenari, altre competizioni soprattutto. Oggi è Nations League, un torneo imposto dalla UEFA che ancora facciamo fatica a comprendere, che ancora facciamo fatica a considerare all’altezza delle altre grandi competizioni internazionali (forse perché semplicemente non lo è). Questo Francia-Italia, però, appare diverso da tutti gli altri. In primis, è l'incrocio tra due icone che cercano di ridisegnare il destino delle rispettive nazionali. Da una parte la Francia che ha voltato pagina dopo il lunghissimo ciclo Deschamps affidandosi al mito di "Zizou"; dall'altra l'Italia che richiama l'architetto del trionfo di Euro 2020 per guarire le ferite delle tre mancate qualificazioni mondiali consecutive (di cui lo stesso Roberto Mancini, ahinoi, è corresponsabile). Francia e Italia, due archetipi culturali opposti e complementari, di nuovo faccia a faccia. In una partita che deve dirci molto di quello che siamo, dello stato di avanzamento dei lavori del nostro calcio. Fuori dal campo, in terra italica, regna il caos. A livello dirigenziale, amministrativo, persino di rappresentanza. Tra nomine precarie, dimissioni e politica del pallone, la nostra Nazionale naviga in acque agitate ma al contempo ha la formidabile opportunità di dimostrare ancora una volta di riuscire a giocare meglio quando indossa i panni dell'antieroe sottovalutato. Piuttosto, visto che ci si affanna spesso nel ricordare la testata di Zidane a Materazzi in campo a Berlino, ci sarebbe da chiedere a chi di dovere che cosa – proprio da quella notte di 20 anni fa – sia stato fatto per il calcio italiano. Mentre Mancini sta affrontando la sfida più dura, ovvero ricostruire morale e gioco in un ambiente vessato dagli ultimi tre fallimenti mondiali (eccezion fatta per Euro2020), dall’altra la Francia raccoglie da anni i frutti di una programmazione impeccabile a livello giovanile. Un modello industriale che produce talenti in serie, al punto da potersi permettere di lasciare a casa fuoriclasse assoluti. Vi ricorderete questa estate, prima del Mondiale, l’annuncio dei convocati francesi: paradossalmente, una nazionale capace di schierare almeno quattro formazioni di livello. Quarantaquattro giocatori. Il calcio italiano negli anni, tra riforme mancanti e cambi di rotta tecnici, ha fatto di tutto tranne che darsi una continuità e solidità di progetto. Oggi, guardando alle rose delle due nazionali, forse (eufemismo) sarebbe stato meglio copiare, sì copiare, l'idea di programmazione ai cugini d'oltralpe, i cui successi moderni nascono dalle ceneri del disastro del Mondiale 2010. Il potenziale undici della Francia, dati Transfermarkt, vale quasi il doppio dell’Italia. Con una sperequazione in favore dei Blues soprattutto se si guarda al reparto d'attacco. L’abisso strutturale che c’è tra le due nazionali ha portato a questo. In Italia si parla di linea verde, in Francia è un concetto all’ordine del giorno da anni. Il nuovo corso "multietnico" e sperimentale di Mancini riuscirà ad accorciare il processo intrapreso per cercare di colmare il gap generazionale? La risposta passa anche da gare come Francia-Italia, da sempre non una partita qualunque.

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