Non basta acquistare per acquistare. Ma serve un equilibrio che in Italia non c'è (più)
Jonathan David ne è l'esempio forse più chiaro in quest'estate, ma non è l'unico. Arrivato un anno fa a parametro zero, come uno dei grandi colpi dell'estate juventina, è finito nel dimenticatoio dopo pochi mesi. Non basta un curriculum vitae lungo così, soprattutto per i gol fatti, il tribunale ha già dato la sentenza. Sei milioni di euro per cinque anni per poi essere prestato, stile Arthur per dirne un altro ma senza gli stessi infortuni, alla bell'e meglio, sempre che ci si riesca.
Niente equilibrio
Da quando ci sono i social, la già altissima pressione nei confronti dei calciatori e delle squadre si è moltiplicata. Amplificata. Nkunku viene ceduto quasi per disperazione, El Bilal Touré all'Atalanta ha giocato una sola stagione dopo un infortunio ed è già al terzo prestito. Ma non sono i soli, perché per un giocatore ceduto a prezzo discreto, ce ne sono almeno due che finiscono nel tritacarne.
Anno dopo anno tutte le squadre cambiano almeno cinque, sei, otto giocatori che hanno stipendi altissimi e che all'80% rimangono sul groppone, almeno con una parte di ingaggio. Forse sarebbe dare un freno a questa compulsività di acquisti e di futuro, invece di pensare al presente e costruire qualcosa che possa durare. È capitato alla Juventus di Marotta, all'Inter di Marotta, al Napoli di De Laurentiis, in parte all'Atalanta dei Percassi. Per gli altri enormi saliscendi forse dovuti più alle critiche che non alle reali possibilità di vincere qualcosa in tutti gli anni.






