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Gravina si ferma qui: se pensiamo che l’unico problema fosse lui stiamo sbagliando di grosso

Gravina si ferma qui: se pensiamo che l’unico problema fosse lui stiamo sbagliando di grossoTUTTO mercato WEB
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Ivan Cardia
Oggi alle 15:36Serie A
Ivan Cardia

Gabriele Gravina ha alzato bandiera bianca, Gianluigi Buffon e Gennaro Gattuso lo hanno imitato. L’azzeramento dei vertici della FIGC, chiesto a gran voce dai tifosi italiani e soprattutto dalla politica dopo l’eliminazione in Bosnia, è completo. Era inevitabile, e per molti aspetti anche giusto, quantomeno a livello di forma, che spesso è sostanza: chi ha mancato per due volte la qualificazione ai Mondiali non può rimanere a capo del calcio. Ora c’è la parte più difficile, che ovviamente fa meno rumore. E chi pensa che Gravina fosse l’unico problema rischia di commettere un grosso errore.

Le responsabilità del dimissionario presidente federale sono il punto di partenza. Partiamo, oggi che nessuno li vuole vedere, dai meriti: ha gestito il periodo della pandemia e non è stato facile. Ha spinto contro tutti per un protocollo sanitario e si è impuntato sulla necessità di far ripartire il campionato appena possibile, anche senza tifosi. E poi ha costruito la candidatura dell’Italia agli Europei, non certo semplice in un Paese che non ha stadi decenti: Euro 2032, se non falliremo l’obiettivo, è il suo vero grande lascito positivo. Ce ne sono, ovviamente, di negativi.

A ben vedere, la mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali è la facciata, ma di colpe ce ne sono andando più nel profondo. Gravina ha guidato la Federcalcio per otto anni, è arrivato promettendo una riforma e questa non si è mai vista. Da quando è arrivato a quando si è dimesso, non è cambiato praticamente nulla nel format dei campionati. Ha ventilato più volte idee rivoluzionarie, ma stringi stringi nessuna è andata mai a segno. Ha reso più rigorosi i controlli sulle iscrizioni, ma non a sufficienza. Resteranno nel cassetto l’idea del professionismo arbitrale e la rivoluzione del settore tecnico varata prima della disfatta bosniaca. Sono gli emblemi perfetti: buone proposte, lettere morte.

Ora che Gravina non c’è più - resterà in prorogatio, ma solo per gli affari correnti -, bisogna però anche dire che, se il calcio italiano vive il suo momento più basso, chi gli è stato attorno non ha aiutato. È emblematico, da questo punto di vista, quello che è successo oggi: la nomina del commissario per gli stadi, annunciata da tempo, si è miracolosamente sbloccata soltanto il giorno dopo le dimissioni di Gravina. Il feeling con il governo Meloni non c’è mai stato, e lo conferma anche il caso dell’audizione in Commissione Cultura, prima convocata in tutta fretta e poi annullata: la conferma che serviva solo a mettere pressione. Negli anni la politica ha sbattuto le porte in faccia al calcio in qualsiasi occasione possibile: per citare il caso più spinoso eppure semplice da risolvere, da anni FIGC e club chiedono che venga applicata la normativa UE che prevede il riconoscimento al calcio del diritto d’autore sui proventi delle scommesse. Basta l’1%, non s’è mai visto. Sempre in tema c’è la mancata soppressione del divieto di pubblicità, per citare un altro provvedimento che avrebbe aiutato il rilancio del pallone e non s’è mai visto.

Poi, ecco la Serie A. Quella dove gioca appena il 9% dei calciatori formati nel vivaio dei club, o che non ha trovato un minimo spazio in calendario per aiutare Gattuso a preparare i playoff: non sarebbe servito? In apertura si parlava di forma, conta anche quello. I rapporti con il massimo campionato sono formalmente migliorati in tempi recenti, ma gli attriti non sono mai mancati: per anni Gravina ha dovuto convivere con una lega in mano a Lotito, e anche negli ultimi tempi, nonostante molte big fossero d’accordo con il programma dell’ormai ex presidente, l’accelerata verso una riforma (per esempio la riduzione a 16 o 18, che l’altro ieri ADL proponeva e due anni fa avversava) non c’è mai stata. Gravina ha le sue colpe, ma anche gli altri non scherzano. E, cosa più importante, è da loro che passa il futuro del calcio.

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