Inzaghi come Sinner: sul carro si sale e si scende con facilità disarmante
Chissà se Jannik, tifoso milanista, apprezzerà il paragone. Ricapitoliamo per chi fosse meno avvezzo alle cose di tennis: nelle ultime settimane, Sinner è stato massacrato, a livello mediatico, per aver deciso di non giocare in coppa Davis con l'Italia. Una scelta, bene precisarlo, dettata da motivi fisici e presa di concerto con il ct Volandri, che infatti non ha in alcun modo polemizzato; peraltro, visto il girone degli azzurri, non sarebbe realisticamente stato indispensabile, come infatti non è stato, l'apporto del nostro miglior tennista. Nelle ultime ore, dopo aver superato Alcaraz e Medvedev, rispettivamente in semifinale e finale, nel torneo Atp di Pechino - che, con un po' di equilibrio, si potrebbe definire non il più ambito dai tennisti di primissimo piano - l'altoatesino, oltre ad aver guadagnato per la prima volta la quarta posizione nel ranking mondiale maschile, è tornato a essere una specie di idolo nazionale.
Sul carro c'è posto? È un ribaltone, quello nei giudizi, al quale Simone Inzaghi è ormai ben abituato. In uno sport di squadra forse solo i portieri e gli allenatori catalizzano l'attenzione in una maniera paragonabile a quella di altre discipline individuali. Il tecnico dell'Inter, in questo, è campione. Dopo il luccicante secondo tempo sfoderato contro il Benfica, è tornato a godere dell'aura di santità calcistica che lo ha accompagnato sino a Istanbul e anche oltre, o che è circolata nelle prime giornate di campionato, specie dopo il derby. La stessa che sembrava pura utopia a marzo 2023, o che ho la immiracolosamente abbandonato a cavallo tra il pareggio di San Sebastián e la sconfitta interna col Sassuolo. Su quando l'Inter vola, giù dalla torre al primo passo falso. Tra erudite dissertazioni tecnico-tattiche, a sostegno di uno o dell'altro argomento, e variopinte considerazioni sulla gestione della rosa. È il famoso gioco di salire sul e scendere dal carro: disciplina, questa sì, nella quale noi italiani siamo inimitabili.
Più luci… Il resto sono alcuni numeri. Per esempio, con l'1-0 al Benfica, Inzaghi è salito al 64,41 per cento di successi sulla panchina dell'Inter. Di fatto, al primo posto nella storia nerazzurra: chi lo precede si può considerare, ma fino a un certo punto. Non per mancanza di rispetto, ma perché le 78 gare di Simone sono difficilmente paragonabili alle 23 del duo Mauro/Resegotti (73,91 per cento di vittorie quando neanche esisteva la Serie A) o alle 32 di Leonardo (65,62 per cento). I numeri di Lautaro, che non ha mai segnato quanto sotto la gestione del piacentino, o di Thuram, che porta a casa un gol o una realizzazione ogni 69 minuti. Della difesa dell'Inter, fin qui la meno perforata nei cinque grandi campionati europei. Del mercato, perché un certo tipo di giocatore - non di primo pelo ma non ancora esploso - se messo in mano a Inzaghi è una sorta di cambiale destinata a prendere valore nel tempo. Onana l'ultimo esempio pratico; gente come Calhanoglu o Dimarco, perché non lo stesso Thuram, l'attualità e magari il futuro.
… che ombre. E poi, dato che appunto si tratta non di salire e scendere, quanto di tentare uno sguardo lucido, c'è anche dell'altro. In questa stagione, per esempio, Inzaghi una partita - quella col Sassuolo - l'ha sbagliata e crediamo lo sappia benissimo; idem la scelta Arnautovic dall'inizio all'Anoeta. Allo stesso tempo, se in Europa è tutto oro quel che luccica, il campionato 2023/2024 è quello in cui deve dare una risposta: sa vincere uno scudetto? La beffa milanista di due anni fa suggerisce di no; la cavalcata trionfale del Napoli alleggerisce il peso delle 12 sconfitte della scorsa stagione; il terzo indizio è quello che farà prova. Sull'altare dell'equilibrio, si precisa: l'obbligo tricolore non esiste per nessuno; quello di fare in modo che al massimo siano i meriti altrui a superare i propri demeriti, sì. Sui giovani, tanto per chiudere, Inzaghi ha delle pecche: l'attacco dell'Inter, che non è folto, si poteva rimpolpare con un talento "verde". Non avrebbe avuto senso, perché non è l'allenatore per questo. Allo stesso modo, 7 milioni per un Bisseck sono un investimento che è improbabile si possa apprezzare, almeno in tempi rapidi. Le ombre, come le luci, ci sono. Pro e contro: si fosse perfetti ci sarebbero tennisti che giocano e vincono tutte le partite, allenatori che durano trent'anni nello stesso club e fanno incetta di trofei. La questione è di calibro e di carro: alle volte, si può semplicemente stare seduti a guardare dove va, senza dover a tutti i costi salire o scendere.






