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Sudtirol, Marolda: "Fame e perseveranza, le fondamenta del lavoro"TUTTO mercato WEB
© foto di Luca Marchesini/TuttoLegaPro.com
ieri alle 20:18Serie B
di Daniel Uccellieri

Sudtirol, Marolda: "Fame e perseveranza, le fondamenta del lavoro"

Sul sito ufficialde del Südtirol troviamo una lunga intervista a Tommaso Marolda, prezioso collaboratore tecnico di mister Fabrizio Castori in uno staff affiatato, che crea quel clima positivo che si riflette sull’intero ambiente. Tommaso Marolda nasce il 14 gennaio 1981 a Venosa, cittadina ricca di testimonianze di un’antichissima storia, oltre all'importante sito preistorico della provincia di Potenza, in Basilicata, di oltre diecimilacinquecento abitanti, nota anche come "città oraziana" per aver dato i natali al poeta latino Orazio. Ex calciatore professionista, attaccante con l’innato fiuto del gol. Circa 280 gare tra Serie C e D con oltre duecento reti in carriera. Ha vestito tra le altre le maglie di AJ Fano, Teramo, Recanatese, O. Agnonese, Taranto, Viareggio, Melfi, Fermana e Nardò. Allenatore di calcio di base dall’agosto 2017. Collaboratore tecnico nel Cesena in Serie B nella stagione 2017-2018 con Castori, poi viceallenatore nel Bari in Serie D nella stagione 2018-2019 e l’anno dopo in Serie C, viceallenatore nel Forlì in Serie D nella stagione 2021-2022, prima di tornare nello staff di mister Castori: collaboratore tecnico in Serie B a Perugia nel 2022-2023 e ad Ascoli nel 2023-2024, prima dell’approdo all’FC Südtirol. Partiamo dall’inizio. Nasci a Venosa nel 1981; al calcio come ti sei avvicinato? “Sono nato con il pallone in mano. Ho fotografie da piccolissimo con il primo pallone che mi regalò mio padre. Venosa è una cittadina ricca di storia, la ‘città oraziana’, ma per me era soprattutto il posto dove rincorrere un sogno. Mi sono innamorato subito del calcio.” Come si sviluppa il tuo percorso giovanile? “Ho fatto tutte le giovanili nel mio paese. Abbiamo vinto campionati regionali e disputato fasi nazionali. Poi dagli Allievi sono passato all’Eccellenza. Lì ho iniziato a segnare tanto: 18 gol a 17 anni, poi 16, poi stagioni da 26, 27 e 32 reti. Solo dopo quei numeri si sono accorti di me.” L’approdo tra i “grandi” non è stato immediato. “No, all’epoca non era facile. Ho iniziato dalla Serie D, tra Marche e Romagna, poi a Fano ho fatto tanti gol. Da lì la chiamata in C2 a Teramo, poi la C1 con Taranto e Viareggio per due stagioni. Successivamente sono tornato in C2, ma da lì è iniziata la fase calante della carriera.” Che tipo di attaccante eri? “Un attaccante mancino che attaccava la profondità. Mi piaceva andare sempre verso la porta. Venivo meno incontro, tecnicamente non ero fortissimo nello stretto, ma vedevo la porta. Forse mi è mancato l’allenatore giusto in un certo momento del mio percorso, qualcuno che valorizzasse al massimo le mie caratteristiche. Avessi avuto uno come Castori, probabilmente avrei fatto una carriera diversa.” Oltre 200 gol in carriera: il fiuto del gol era nel DNA? “Sì, la porta la vedevo. Era istinto, ma anche lavoro. Però nel calcio serve anche l’incontro giusto, il contesto giusto.” Quando hai deciso di smettere? “Un calciatore non vuole mai smettere, perché giocare è la cosa più bella che esiste. Ho smesso di giocare nel 2017. Nell’ultima stagione iniziavo ad avere piccoli infortuni, anche banali, che mi costringevano a stare fermo un mese o un mese e mezzo. Ho capito che le strutture iniziavano a cedere, anche se mi sentivo bene. In quel momento ho avuto l’opportunità di lavorare nello staff del mister e l’ho colta subito.” Come nasce il rapporto con mister Castori? “Le mie caratteristiche da giocatore rispecchiavano le sue idee. Ci siamo conosciuti tramite addetti ai lavori e amici comuni. Nel 2017 mi ha portato con lui a Cesena: eravamo ultimi in classifica e abbiamo fatto un girone di ritorno da playoff. Un’esperienza intensa.” Che formazione professionale hai seguito? “Ho conseguito il patentino UEFA B a Coverciano. Dopo aver smesso sono andato a Napoli per un periodo di osservazione, una sorta di tirocinio. In quel momento c’era Maurizio Sarri alla guida tecnica. Il calcio era diverso, ma ho trovato affinità nella carriera e nella fame, nella grinta. Ho imparato molto anche dai suoi collaboratori sul metodo di analisi e valutazione.” Poi Bari… “Con la rifondazione del Bari voluta dalla famiglia De Laurentiis, che aveva acquisito la proprietà, sono diventato viceallenatore della squadra pugliese, secondo di mister Cornacchini. Abbiamo vinto la Serie D dopo il fallimento.” Quanto è importante l’empatia nello staff? “Fondamentale. Il calcio è vastissimo: aspetti tecnico-tattici, fisici, gestionali. Se non c’è sintonia tra i membri dello staff, le energie si consumano male. Noi condividiamo tutto. Nel calcio di oggi lo staff tecnico non è un semplice supporto dell’allenatore, ma una vera e propria struttura strategica. La sua coesione incide sulla qualità dell’allenamento, sulla gestione emotiva del gruppo e sulla solidità del progetto sportivo.” Come sono distribuiti i ruoli? “Il mister ha la guida. Il vice coordina molti aspetti operativi. Il match analyst analizza allenamenti e avversari, spesso con il drone. Il preparatore atletico cura la parte fisica. Io mi occupo in particolare di analizzare ed elaborare strategie sulle palle inattive. Ma nulla è individuale: tutto viene condiviso e integrato.” Quanto lavoro c’è dietro le quinte? “Tantissimo. Arriviamo al centro sportivo alle ore 8.30 e andiamo via alle 19 o 19.30. Analizziamo allenamenti, dati fisici, carichi di lavoro, video, avversari. L’analisi delle palle inattive richiede ore. La partita è solo la parte visibile.” Il giorno della gara cosa accade a livello gestionale da parte dello staff? “Il mister ha la lettura principale e la decisione finale. Noi forniamo informazioni da prospettive diverse: dalla panchina e dalla tribuna. Ci confrontiamo continuamente, ma l’ultima parola è sua.” Nella vita privata, nel tempo libero che ti resta, cosa ti piace fare? “Il tempo è pochissimo. Da calciatore guardavo tanti film, sono appassionato di cinema. Ora ascolto soprattutto musica: anni ’60 e ’70, rock. Ho tanti dischi. E mi alleno, perché il benessere fisico aiuta anche mentalmente.” Che ambiente hai trovato in Alto Adige? “L’ideale per lavorare. Serenità, ordine, servizi funzionanti. È diverso dalla mia terra, più di mare e pianura, ma è un contesto bellissimo. Mi sono trovato subito benissimo, sia professionalmente sia a livello umano. Sono felice di essere qui.”