Pirlo, il nome che divide. Ma il problema della Nazionale non è mai stato il commissario tecnico
Dopo il garbato rifiuto di Pep Guardiola, Paolo Maldini e Leonardo hanno deciso di affidare la panchina azzurra all’ex regista campione del mondo. Una scelta destinata inevitabilmente a dividere. Perché nel calcio funziona sempre così: chi decide si assume una responsabilità e, nello stesso momento, raccoglie metà degli applausi e metà delle critiche.
Le obiezioni sono già note. La carriera di Pirlo da allenatore è stata fin qui modesta, senza risultati tali da giustificare, almeno sulla carta, una chiamata così prestigiosa. È un’osservazione legittima. Ma è anche un ragionamento che, quando si parla di Nazionali, rischia di essere profondamente fuorviante.
La storia recente insegna infatti che il curriculum da allenatore di club conta molto meno di quanto si voglia far credere. Luciano Spalletti, probabilmente il miglior tecnico italiano degli ultimi anni, un autentico maestro di calcio, non è riuscito a trasferire il suo valore sulla panchina azzurra. Dall’altra parte ci sono esempi opposti: Joachim Löw ha costruito una Germania campione del mondo, Lionel Scaloni ha riportato l’Argentina sul tetto del pianeta e Luis de la Fuente ha rilanciato la Spagna. Nessuno di loro era considerato, al momento della nomina, il tecnico più affermato del panorama internazionale.
Per un motivo molto semplice: la Nazionale non è un club. È l’errore che molti continuano a commettere. Ci si concentra ossessivamente sul nome del commissario tecnico, come se bastasse cambiare uomo per risolvere problemi che si trascinano da anni. Ma una Nazionale non si allena quotidianamente. Non hai mesi di lavoro sul campo, non puoi costruire automatismi come in un club. In pochi giorni devi creare uno spirito comune, gestire un gruppo, fare scelte, trasmettere idee semplici e costruire identità. Il commissario tecnico è certamente importante, ma non è il centro dell’universo.
Pensare che l’Italia abbia saltato due Mondiali per colpa di Giampiero Ventura, che abbia deluso per responsabilità di Roberto Mancini o che il fallimento sia riconducibile soltanto alla gestione Spalletti-Gattuso significa guardare il dito e non la luna.
Il problema è molto più profondo. Da anni il calcio italiano fatica a produrre talento come un tempo, vive difficoltà strutturali nei vivai, soffre un sistema che ha perso competitività e credibilità internazionale. Prima ancora di discutere il nome del commissario tecnico, bisognerebbe interrogarsi sullo stato di salute dell’intero movimento. È lì che si vince o si perde. La priorità dovrebbe essere ricostruire un sistema, restituire autorevolezza alla Federazione, creare un progetto tecnico condiviso e una filiera capace di accompagnare i giovani verso l’alto livello. Solo dopo si potrà discutere serenamente se il CT ideale sia Pirlo, Capuano o chiunque altro.
Perché nessun allenatore, da solo, può risolvere problemi che nascono molto più in profondità. Andrea Pirlo rappresenta una scommessa. Potrà rivelarsi una scelta vincente oppure no. Lo dirà il campo, come sempre. Ma giudicarlo oggi esclusivamente sulla sua esperienza in panchina significa non aver compreso la natura di una Nazionale e, soprattutto, non aver individuato il vero nodo del calcio italiano.
Nel frattempo, una cosa è certa: chi indosserà quella panchina avrà bisogno del sostegno di tutti. Perché il successo della Nazionale non appartiene al commissario tecnico, ma all’intero movimento calcistico italiano.
In bocca al lupo, Andrea Pirlo.


