L’ultimo battito del Colibrì: la notte in cui l'Ecuador perse il suo Chucho
Il caldo di Doha, a fine luglio, è una cappa pesante che toglie il fiato.
Ma per Christian Benítez quel caldo era solo l’ennesimo scenario da conquistare, l’ennesima sfida di una vita passata a correre più forte dei difensori e del destino.
Lo chiamavano Chucho, un soprannome leggero per un uomo che in campo si muoveva con la potenza di un toro e la rapidità di un colibrì.
A soli 27 anni, il Messico era già ai suoi piedi, l'Ecuador lo venerava come un eroe nazionale e il Qatar lo aveva appena accolto come un re, sborsando 16 milioni di dollari per strapparlo al Club América.
La sera del 28 luglio 2013, Christian indossa per la prima volta la maglia dell'El-Jaish.
Pochi minuti in campo, scampoli di una partita di coppa che per lui è solo un allenamento, i
l preludio a una nuova vita dorata.
Finisce la gara, si torna a casa, ma dentro il corpo apparentemente perfetto di quell'atleta d'ebano, qualcosa sta già cedendo.
Nella notte, il silenzio della casa di Doha viene rotto dalle urla di dolore, non è la fatica, non è un muscolo strappato.
Christian si piega in due, stringendosi il ventre, la corsa in ospedale è frenetica, un viaggio disperato tra le luci della città araba.
Chi gli è vicino parla di ore d'attesa, di un dolore che diventa insopportabile e di una lingua, l'arabo, che rende tutto maledettamente difficile in quei minuti decisivi. Poi, improvviso e devastante, arriva l'arresto cardiaco.
Quel cuore che aveva spinto un intero popolo a sognare i Mondiali del 2014 si ferma per sempre.
La mattina del 29 luglio, l'Ecuador si sveglia nel modo più crudele, la notizia rimbalza da Twitter alle televisioni, lasciando una nazione intera sospesa nell'incredulità.
Antonio Valencia, l'ala del Manchester United e fratello di mille battaglie in Nazionale, non vuole crederci, crolla in ginocchio, piange l'amico di una vita.
A Città del Messico, i tifosi dell'América si radunano spontaneamente, stringendo tra le mani le maglie numero 11 del loro capocannoniere, l'uomo che solo poche settimane prima li aveva trascinati al titolo.
Il corpo di Christian intraprenderà poi l'ultimo viaggio verso Quito, per un funerale di stato dove migliaia di persone sfileranno in lacrime davanti alla sua bara.
Ma in quella maledetta alba del 29 luglio, il calcio ha capito di aver perso qualcosa di irrecuperabile: non solo un bomber implacabile, ma il sorriso pulito di un ragazzo che correva incontro al futuro, senza sapere che il tempo, per lui, era già scaduto.
Gli omaggi sul campo e la qualificazione al Mondiale
La scomparsa di Benítez, capocannoniere e trascinatore della squadra, lasciò i compagni nello sconforto a poche partite dalla fine delle qualificazioni mondiali.
La reazione del gruppo fu straordinaria:
La standing ovation all'11° minuto: Durante un'amichevole di lusso contro la Spagna nell'agosto 2013, il gioco venne interrotto al minuto 11 per permettere a tutto lo stadio di dedicare un lunghissimo applauso a Benítez.
La promessa di Antonio Valencia: La stella del Manchester United e fraterno amico di Chucho, Antonio Valencia, assunse la fascia di capitano per compattare il gruppo. Valencia decise inoltre di tatuarsi il volto e il numero 11 di Benítez sul braccio.
La dedica a Quito: Nell'ottobre 2013, battendo l'Uruguay a Quito, l'Ecuador sigillò il pass per il Brasile. Al fischio finale, i giocatori crollarono in lacrime mostrando magliette dedicate a Benítez, mentre il ct dedicò formalmente lo storico traguardo al "fratello che ci guarda dall'alto".






