L'arbitro escluso, l'Iran, le Falkland: negli Usa il Mondiale più politico
(ANSA) - ROMA, 20 LUG - Il Mondiale più politico è finito con quello che avrebbe dovuto esserne l'antipasto, Spagna-Argentina. Le due campionesse d'Europa e America dovevano giocare una "Finalissima" il 27 marzo in Qatar, ma qualche settimana prima l'attacco di Stati Uniti e Israele e la risposta dell'Iran hanno messo a ferro e fuoco la regione. Il recupero è andato in scena quattro mesi dopo, al MetLife Stadium, davanti all'uomo che la guerra l'ha scatenata: il presidente americano Donald Trump, vincitore del Fifa Peace Prize. Epilogo del primo Mondiale in cui l'aggressore ha ospitato le partite dell'aggredito, che faceva base in un altro Paese, in un torneo con Qatar, Giordania, Arabia Saudita e Iraq, tutti colpiti da bombe e droni negli ultimi mesi. E alla fine ha vinto la Spagna, il Paese che più di tutti ha condannato la guerra e osteggiato la politica trumpiana.
Difficile trovare una manifestazione sportiva globale così permeata dalla politica, forse le Olimpiadi di Città del Messico 1968 disputate mentre i moti studenteschi contagiano mezzo mondo, l'Urss invade la Cecoslovacchia, gli americani protestano contro la guerra del Vietnam e a Tlatelolco si contano le vittime dell'esercito messicano. Di quei Giochi resta la foto del podio dei 200 metri con Tommie Smith, Peter Norman e John Carlos, tre atleti a cui quella giornata costò la carriera. È presto per dire cosa resterà tra 60 anni di un Mondiale che fuori dal campo è sembrato una lunga rissa da saloon. Anche perché la Fifa, con le sue norme, ha fatto di tutto per evitare che la politica rovinasse lo spettacolo con un bagno di realtà. Come svuotare il mare con un secchiello: ha giusto costretto Haiti a cambiare la maglia che raffigurava la battaglia di Vertières del 1803 e l'omaggio ai soldati polacchi che contribuirono all'indipendenza dai napoleonici, mentre sull'attualità il proposito si è sgretolato. Forse gli studenti del futuro rivedranno il video di Lukaku che balla la Trump dance coi compagni belgi, festeggiando il 4-1 sugli Stati Uniti che avevano recuperato lo squalificato Balogun dopo una telefonata di Trump a Infantino. Oppure recupereranno le immagini del ct egiziano Hossam Hassan, che dopo aver portato i Faraoni a uno storico ottavo di finale, sventola la bandiera della Palestina e in conferenza stampa denuncia: "Se una persona, in qualsiasi parte del mondo, non prova compassione per il popolo palestinese, allora ha perso parte della sua umanità". O scopriranno che i governi, in un pianeta pieno di guerre, trovavano il tempo di intervenire sui Mondiali. Non solo Trump, anche Londra col dimissionario Keir Starmer ha chiesto alla Fifa di indagare sullo striscione sulle "Malvinas argentine" sventolato dai giocatori dell'Albiceleste dopo la vittoria in semifinale contro l'Inghilterra. Una polemica quasi vintage, buona da 40 anni per ogni Argentina-Inghilterra. Più attuale e significativo dell'epoca il fatto che il Mondiale si sia giocato in tre Paesi le cui relazioni sono ai minimi termini. A sud Trump ha stretto le maglie del muro che separa il Messico dagli Stati Uniti, dichiarando guerra ai migranti. Al nord è l'opposto, sogna di fare del Canada il 51/o Stato americano. E se questa è l'atmosfera tra partner, è facile immaginare il trattamento ricevuto dagli iraniani in guerra. La squadra ha giocato negli Stati Uniti ma ha fatto base in Messico e sono stati negati i visti a diversi membri della delegazione, mentre gran parte della rosa non giocava da febbraio.
Gli iraniani hanno ricordato le 168 vittime, per lo più bambine, dell'attacco americano contro una scuola. Non è andata meglio a molti tifosi: respinti alle frontiere quelli di Haiti, Iran, Costa d'Avorio e Senegal, cauzioni da 5 a 15mila dollari imposte a 50 Paesi, di cui trenta africani. Tra loro cinque partecipanti ai Mondiali: è il caso di Capo Verde, con la mamma del portiere Vozinha rimasta a casa per il costo del visto. Il Mondiale più inclusivo della storia ha escluso anche l'arbitro somalo Omar Artan e il tifoso-statua congolese Lumumba Vea, ammesso in Messico ma non negli Stati Uniti. Il torneo che voleva escludere la politica non è riuscito nemmeno a oscurare gli assenti, come Palestina e Israele. Se Hassan ha sostenuto la causa palestinese, Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, ministri israeliani sanzionati da Londra, hanno esultato alla vittoria dell'Argentina sull'Inghilterra. "Non posso entrare in Gran Bretagna perché sto smantellando l'idea dello Stato di Palestina, ma due gol sono entrati benissimo", il commento di Smotrich nel complimentarsi con l'"amico" Javier Milei. Da Gaza, intanto, arrivavano le immagini del parroco argentino Gabriel Romanelli che esultava al 3-2 dell'Albiceleste contro l'Egitto, tra bambini che festeggiavano e altri sconsolati. A ricordare come andrebbe vissuta una partita di calcio, ci ha pensato chi ha visto l'inferno in terra. Magari resterà questo. (ANSA).






