De Frede per Bianconeranews.it: "L'ora più buia"
L’ora più buia, Darkest Hour, è un’espressione tragica che fu utilizzata da Winston Churchill durante la seconda guerra mondiale: la frase rievoca il periodo che va dal settembre del 1940 al maggio del 1941, durante il quale gli attacchi della Luftwaffe tedesca sull’Inghilterra minacciavano non solo l’isola, ma le democrazie occidentali. Il Regno Unito era rimasto solo a fronteggiarla senza l’ausilio di altre grandi potenze. Espressione tragica sì, ma pregna di forza e di speranza: per scongiurare l'arrivo dell’irreparabile era dunque necessario che gli Inglesi facessero quadrato attorno ai loro doveri tenendo ben presente che se la sopravvivenza dell'Impero britannico e del Commonwealth venisse garantita dalla vittoria finale, allora i posteri avrebbero ricordato quel frangente tragico come una delle più grandi opportunità per la Gran Bretagna e per il mondo intero: Their finest hour, L'ora più bella, appunto.
Con le dovute proporzioni, questo attuale momento storico della Juventus è il peggiore, più oscuro di quello di calciopoli, in quanto allora il nemico era esterno, ora lo abbiamo in casa e si chiama ignavia (facendoci compagnia per tante partite, sperando in un suo addio dal derby di ieri), l’esatto opposto di ciò che servirebbe per combattere e vincere come lo fu per gli inglesi. L’ignavo è una persona pigra, indolente nell’operare per una questione di mancanza di volontà e di forza spirituale, senza amor proprio, quasi arriva alla codardia.
Nella Divina Commedia, Dante definisce gli ignavi come “l’anime triste di coloro / che visser sanza infamia e sanza lodo”. Gli undici in campo, ma a questo punto riprendendo le parole del presidente, tutti gli ottanta e più persone dello staff, sembrano di stare lì per caso, ognuno per i fatti suoi, dimenticando completamente il concetto di gruppo e di squadra, inanimati, solitari nel loro destino, stupidamente ammutinati, svogliati, indolenti e atterrati da un pianeta di un’altra galassia, con la fretta di ritornarsene a casa, non sapendo il motivo della loro venuta qui.
I calciatori, che per fortuna nell’occasione vestivano una maglietta non bianconera, nella partita europea d’Israele hanno mortificato la Juventus e tutti coloro che da sempre amano la storia e la leggenda bianconera. Pare si siano vergognati, almeno così è sembrato nelle interviste fatte dopo la sciagurata partita: la parola vergogna è saltata fuori spesso, addirittura dal presidente, in verità molto composto e speranzoso di chi già sa cosa fare…, e da qualche marziano imbambolato e rincitrullito, prima che ripartisse per il suo pianeta, fatto di soldi e di strafottenza.
La vergogna è quel sentimento più o meno profondo di turbamento e di disagio suscitato dalla coscienza o dal timore della riprovazione e della condanna, morale o sociale di altri per un’azione, un comportamento o una situazione, che siano o possano essere oggetto di disprezzo o di discredito. Nel contempo ci consente di fare i conti con noi stessi, di verificarci, di riflettere, di correggerci, in definitiva, e senza troppa paura, di farci crescere. Il valore di una persona dipende anche dal numero di cose delle quali si vergogna, scriveva George Bernard Shaw. Ma questi calciatori di quante vergogne hanno bisogno prima di riscattarsi e di recuperare la dignità perduta? Quante sconfitte indecorose (su tutte Benfica, Monza e Maccabi Haifa) deve subire la gloriosa Juventus prima che coloro che vestono oggi indegnamente la casacca diventino uomini veri, orgogliosi, vincenti e con la personalità più dura dell’acciaio? Se siamo nella condizione dell'impossibilità di poterci veder chiaro, almeno vediamo chiaramente le oscurità, e ne sono tante. La vergogna in fin dei conti è un sentimento nobile, ha bisogno di una grande anima ferita: siamo certi che questi hanno un’anima ferita? Se davvero l’avessero combatterebbero in campo come dei leoni, e il capitano darebbe loro forza e coraggio, senza pensare ai record di presenze personali o a scriver letterine.
Già il capitano, altra nota dolente. Figura in campo a volte insulsamente sottovalutata, forse quando non serve, ma imprescindibile soprattutto nei momenti più bui. Capitano, leader, motivatore, guida, punto di riferimento si nasce, non si diventa sol perché in automatico qualcuno ti passa la fascia al tuo braccio, caro Leo e carissimi altri che di tanto in tanto sono investiti di quel sacro piccolo tessuto elastico, senza sapere neanche il significato o credendo di misurare la pressione sanguigna senza sfigmomanometro. Mi pregio ricordare che la Juventus non solo ha avuto gran capitani con la fascia, ma ne aveva tanti in campo anche senza: quando Dino Zoff e Furino la portavano, vi era un certo Gaetano Scirea che bazzicava da quelle parti; quando Del Piero la onorava, Conte (checchè se ne dica ora di lui!), Deschamps (prossimo allenatore juventino dopo il mondiale, con Zizou ai bleus?), Ferrara, Montero e Trezeguet erano lì; quando capitan Buffon dopo quella sciagurata partita col Sassuolo si presentò ai microfoni, con lui c’erano Chiellini e Barzagli a “vergognarsi mortificati” e pronti per il trionfale riscatto. Uomini-Juve, uomini che hanno saputo soffrire e fatto risorgere la squadra, come l’araba fenice, entrando nella leggenda, con l’aiuto anche di chi sedeva in panchina, senza bisogno di umoristici ritiri che nulla hanno a che vedere con quelli veri e duri di un tempo, che davano una sferzata fresca e vincente alla squadra.
Già, la panchina, altro molare dolorante… la vecchia cabina di regia amica dalla quale gesti, fischi, richiami, ordini, consigli, sguardi, abbracci, urla e pacche sulle spalle sono sempre stati manna dal cielo per gli undici in campo. Oggi quella piccola panca è lì, silenziosa, nervosamente triste e imbarazzata, con il caro Allegri completamente destabilizzato, naufrago su una zattera d’oro, senza apparente tempesta in un mare nel quale si tocca il fondo con i piedi, in balia di se stesso, dello spogliatoio, del contratto, legato purtroppo a filo doppio molto più ad una società per azioni che non ad un club, alla Juventus Football Club. Ma oggi i “football club” sono così: molti ragionieri, pochi fuoriclasse, non è colpa di nessuno, o forse di tutti. Mah… a volte chi naufraga spera forse di essere protagonista di una sublime navigazione approdante in nuove avventure, ma non tutti sono come Ulisse sulla spiaggia dell’isola dei Feaci.
Ad Haifa ho scattato una fotografia. La iconica foto di rito che precede il fischio di inizio di una partita, quella dove i calciatori marzialmente fieri si schierano su due file, cinque o sei uomini si pongono in piedi in seconda fila e gli altri accovacciati davanti, con lo sfondo la tribuna dello stadio gremita. L’ho scattata con una vecchia macchina, tanto è che dopo qualche ora, nella mia camera oscura ho sviluppato la pellicola. Una volta stampata la foto, impressa vi era solo la tribuna, lo sfondo, nessuna traccia invece della formazione. Quella macchina fotografica, quell’occhio forse è troppo sensibile, ha bisogno di emozione per essere impressionata.
Gli occhi di chi scrive in questo momento sono lucidi e appannati, e mai avrei voluto scrivervi dell’ora più buia della Juventus, ricordando speranzoso che è sempre più buio appena prima dell'alba luminosa.
Tranquilli. Ho visto anche io il derby ieri sera e qualche pellicola è stata ben impressionata da varie emozioni. I capitani di turno hanno esultato contenti (ok Leo, ok Cuadrado, ok Danilo!), si sono rivisti sorrisi e abbracci, il centravanti ha segnato, Allegri ha urlato nervoso come ai vecchi tempi, la SQUADRA ha giochicchiato, la Juventus ha tenuto, ha vinto, perché non voleva perdere. Che la vittoria nella stracittadina, che ha fatto rabbia ancor di più pensando alle brutte statuine d’Haifa, non sia un illusorio inizio, bensì una nuova realtà, illuminando i miei e gli occhi di tutti i tifosi. Ne dubito – non potrei sinceramente ora fare diversamente -, ma almeno ho una settimana per cominciare a crederci, a credere che stanno ricominciando a far quadrato attorno ai loro doveri, quelli di giocare e vincere, come per oltre un secolo e fino ad un paio di stagioni fa hanno fatto i loro predecessori, tenendo per fermo che per la Juventus vincere è l’unica cosa che conta, superando l’ora più buia che non ci appartiene.






