Vent'anni senza Franco Mancini
Vent’anni fa, il 24 settembre 2006, moriva improvvisamente Franco Mancini. Aveva 58 anni e apparteneva a quella generazione di portieri cresciuti lontano dalle scuole specialistiche, quando per arrivare in Serie A bisognava soprattutto giocare, sbagliare, ricominciare. La sua strada era partita da Città di Castello, dove era nato nel 1948 e dove sarebbe sempre tornato.
Cominciò nel Città di Castello, in Serie D, poi vennero la Lucchese e il Bari. Era una carriera costruita un gradino alla volta, senza salti. Nell’estate del 1975 arrivò quello decisivo: il Bologna lo acquistò dal Bari e Mancini, a 27 anni, scoprì finalmente la Serie A. Debuttò il 5 ottobre contro il Torino e diventò subito titolare, davanti ad Amos Adani.
Il Bologna di quegli anni non era più quello dello scudetto, ma rimaneva una squadra importante, ancora piena della memoria recente di Bulgarelli e dei grandi anni rossoblù. Mancini ne fu il portiere per tre stagioni. Non aveva il fisico enorme dei numeri uno moderni, era alto poco più di un metro e ottanta, ma aveva agilità e presenza. Lo chiamavano “il Coreano”, per il taglio degli occhi. Nel 1978-79 fece posto a Maurizio Memo e nell’ottobre 1978 arrivò un altro passaggio quasi scritto dal destino: il ritorno in Umbria.
Lo prese il Perugia.
Proprio quel Perugia, quello di Castagner, che avrebbe concluso il campionato al secondo posto senza perdere una partita. Il titolare era Nello Malizia e Mancini visse quella stagione da secondo portiere, ma entrò comunque nella fotografia di una delle squadre più gloriose della storia del calcio italiano. A Perugia rimase fino al 1982, quando chiuse la carriera. Aveva raccolto complessivamente 104 presenze in Serie A e 41 in B.
Poi tornò davvero a casa.
Preparò i portieri del Perugia, allenò il Città di Castello e lavorò nel suo settore giovanile. Riprese anche la professione di geometra. Ma soprattutto dedicò molto del proprio tempo agli altri, impegnandosi nel volontariato e nell’assistenza ai bambini dell’Europa orientale.
Forse è questo che rimane di Franco Mancini vent’anni dopo. Una carriera senza rumore, arrivata fino alla Serie A e poi tornata esattamente dove era partita. Città di Castello non fu soltanto il principio e la fine della sua storia.
Fu il posto a cui Mancini, anche dopo essere diventato un calciatore di Serie A, continuò semplicemente ad appartenere.
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