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ESCLUSIVA TA - Nicola Radici: "L'acquisto di Inzaghi è mio. Questa Atalanta ha tutto per la Coppa Italia"
Oggi alle 00:00Primo Piano
di Claudia Esposito
per Tuttoatalanta.com

ESCLUSIVA TA - Nicola Radici: "L'acquisto di Inzaghi è mio. Questa Atalanta ha tutto per la Coppa Italia"

L'ex ds nerazzurro si racconta: «Essere dirigente a 22 anni portò troppe pressioni. Palladino molto intelligente, Juric ha fatto da cavia»

A Bergamo ci sono nomi che non solo si pronunciano, ma si rispettano. Radici è uno di questi e significa responsabilità, visione, appartenenza. Nicola Radici, direttore sportivo nerazzurro per tre anni e mezzo, dal 1995 al 1998 e con una lunga esperienza come dirigente sportivo nel calcio italiano, è stato uomo chiave dell’area tecnica in una fase delicata e strategica del Club. Figlio dell’imprenditore Miro Radici, già vicepresidente e azionista nerazzurro, Nicola ha vissuto l’Atalanta su un doppio binario: quello della continuità familiare e quello delle decisioni sportive quotidiane. Non un ruolo simbolico, non un incarico di rappresentanza, ma fatto di scelte, trattative, costruzione della rosa e responsabilità dirette. L’intervista concessa in esclusiva a TuttoAtalanta.com non è soltanto un racconto personale: è uno sguardo trasparente e onesto, che arriva dall’interno, su un passaggio fondamentale della storia atalantina.

GLI INIZI E IL PESO DEL COGNOME 

Nicola, quanto ha pesato crescere in una famiglia che l’Atalanta non l’ha solo tifata, ma anche gestita?
«Per rispondere bisogna tornare agli anni ’90. Sono passati tanti anni, anche per me. L’analisi va fatta nel periodo in cui ho ricoperto il ruolo di direttore sportivo dell’Atalanta. Ogni tanto in questi anni ci ho pensato. Ultimamente meno, ma mi è capitato di farlo».

E cosa ha pensato?
«Partiamo dal presupposto che è andata come doveva andare. Nella vita e nella crescita di una persona, anche a livello umano, succede che le cose prendano una direzione diversa da quella che avevi immaginato o magari desiderato. Poi col tempo ti dici che doveva andare così e va bene. Se metto sul piatto della bilancia quell’esperienza, vedo sia le cose positive che quelle più complicate. Tra le prime c’è sicuramente la grande opportunità che mi è stata data di poter fare il direttore sportivo dell’Atalanta per tre anni e mezzo. È stata un’esperienza importante e, nel complesso, positiva. Il rammarico, invece, forse è quello che avrei potuto resistere un po’ di più».

Nel senso che sente di aver lasciato troppo presto quel ruolo?
«Ero giovanissimo: avevo 22 anni quando ho iniziato la mia esperienza all’Atalanta. Ero il direttore sportivo più giovane d’Italia. Prima avevo fatto il responsabile del settore giovanile del Leffe, vincendo subito il Campionato Berretti, per la prima volta nella storia bergamasca. Insieme a mio cugino Maurizio, mi fu affidata la prima squadra e arrivarono risultati importanti. Poi mio padre e mio fratello, azionisti dell’Atalanta, insieme al presidente Ruggeri, mi diedero la possibilità di dirigere l’Atalanta. Non voglio essere presuntuoso, ma a livello di conoscenze calcistiche mi sentivo preparato. Non avrei le competenze per ricoprire quello stesso ruolo nel calcio moderno, ma per quegli anni, anche oggi, a distanza di anni, posso dire che la competenza non mi è mai mancata. Non mi ha mai spaventato né l’incarico che mi era stato assegnato. Ero preparato. Se sbaglio, lo ammetto. Ho tanti difetti, ma non mi sono mai sottratto alle responsabilità. Sul sentirmi preparato, però, non ho mai avuto dubbi, nonostante qualche errore commesso. Quello che invece ha inciso molto nell’andarmene è stata la pressione dell’ambiente».

Pressioni legate al cognome che porta?
«Pressioni nel dover gestire una società così in una piazza come quella di Bergamo. Non è una passeggiata. Oltre alla parte tecnica, c’erano la gestione dei tifosi, della stampa, dell’ambiente. Averlo fatto a 22 o 23 anni pesava. Sicuramente, poi, proprio essendo così giovane, la differenza l’hanno fatto anche i miei genitori che, non vedendomi stare bene, hanno iniziato a preoccuparsi, mettendomi di fronte alla possibilità che quello potesse anche non essere il mio futuro. I primi due anni e mezzo furono bellissimi. Il primo arrivai a metà stagione e la squadra ottenne la promozione in Serie A. Il secondo siamo arrivati in finale di Coppa Italia contro la Fiorentina. Il terzo è stato l’anno di Inzaghi capocannoniere e sfiorammo l’Europa. Quindi stagioni prolifiche dal punto di vista dei risultati in anni in cui l’Atalanta alternava salvezze e retrocessioni. Era una costante retrocedere ogni tre o quattro stagioni. L’ultimo anno, purtroppo, fu proprio più complicato e arrivò la retrocessione. A quel punto, anche per l’età che avevo, ragionando insieme alla mia famiglia, decisi di fare un passo indietro. In quel momento mi sembrava giusto lasciare la possibilità a qualcun altro di ricostruire la squadra dopo la retrocessione. Ma tornando indietro, col senno di poi non lo rifarei».

Per quale motivo non lo rifarebbe?
«Poi sono retrocessi anche tanti altri. Fa parte del ruolo di un dirigente: non può andare sempre tutto bene. Inoltre, proprio in quegli anni il calcio iniziava a cambiare. Cominciavano a girare molti più soldi e probabilmente ho perso un’opportunità di continuare a lavorare e operare in un sistema che di lì a poco sarebbe diventato molto diverso rispetto a quegli anni. Però è andata così. Mi tengo il positivo: è stata un’esperienza importante, affrontata a testa alta nonostante la giovane età. È qualcosa che mi resta».

IL MERCATO E I COLPI STORICI

C’è un acquisto, un’operazione di mercato che sente più sua o di cui va particolarmente fiero?
«A volte sorrido quando leggo articoli o libri che parlano di quegli anni. È passato tanto tempo e ognuno racconta la storia a modo suo. Io ho una mia verità, ma il bello è che ognuno ha le sue. È normale che nel tempo le cose vengano viste in maniera diversa. Quindi ho rispetto dei meriti che tante persone si sono prese, da Mondonico a Ivan Ruggeri, ma io penso di aver inciso tanto nell’arrivo di Inzaghi all’Atalanta. Solo io so quanto pressing ho fatto su di lui, che era già stato con me a Leffe due anni prima. Sapevo quanto era forte e ho creduto ciecamente in lui. L’ho difeso in estate quando, arrivato a Bergamo dopo un infortunio, fece fatica in precampionato e fu sotto pressione. La stampa lo attaccava. Mondonico, dal canto suo, avrebbe voluto Silenzi, che era già stato con lui a Torino. In quel momento preferiva un giocatore più esperto, ma poi, da grande tecnico e persona intelligente qual era, quando alla seconda partita Pippo fece una doppietta con la Fiorentina capì di aver in rosa un giocatore forte e gli diede piena fiducia. Ma non possiamo dimenticare i primi mesi di Pippo a Bergamo, dove, probabilmente, se non ci fossi stato io, le cose sarebbero anche potute andare in maniera diversa. Questa è la mia verità. Ho letto cose diverse, ma ci sta. Però nella mia testa quella di Inzaghi è un’operazione che mi appartiene. Lo sento un acquisto mio».

La scelta più coraggiosa del suo triennio, invece, qual è stata?
«Io ho commesso una grande ingenuità dettata dall’età. Paradossalmente mi è servita tantissimo, perché è arrivata all’inizio della mia esperienza e mi ha messo subito alla prova. Ho capito che non stavo giocando, che non ero più in un ambiente protetto come quello del settore giovanile del Leffe, dove ero cresciuto e conoscevo tutti. L’Atalanta era un’altra cosa. Forse fu anche un po’ una trappola da parte di qualcuno che operava con me. E anche questo ci sta quando ricopri un ruolo come il mio. A ogni modo portai in Italia un giocatore brasiliano, Alexandre. Rimase solo per la preparazione estiva, un mese e mezzo o due, poi non fu confermato. Per quell’operazione mi fecero un processo enorme. Oggi può sembrare normale: ogni squadra prende dieci giocatori dal Brasile o dall’Africa e li valuta facendoli girare tra Primavera, Under 23 e prima squadra. Ma allora non era così. Gli stranieri erano pochi, uno o due, e dovevano essere pronti subito. Il mio era un investimento, un’operazione in prospettiva, ma in quel momento sembrò un azzardo enorme. Probabilmente ero andato un po’ troppo avanti rispetto al contesto. Dovevo concentrarmi su giocatori pronti, come poi feci con Mirkovic, Dundjerski, Herrera e altri innesti che diedero un contributo immediato. Quella di Alexandre fu una scelta coraggiosa, ma più da inesperto che da stratega. Eppure mi è servita. Quei giorni di forte pressione mi hanno temprato e mi hanno aiutato nei tre anni e mezzo successivi a gestire le cose in modo diverso».

Suo padre ha mai influenzato le sue scelte nel decidere chi acquistare o meno?
«Secondo me mio padre ha influenzato a volte le scelte di mio zio Franco Previtali. Erano molto legati, un po’ cane e gatto: discutevano, bisticciavano, ma si stimavano profondamente. Mio zio era un grandissimo intenditore di calcio, un personaggio di un altro calcio davvero. Io ho avuto la fortuna di crescere con lui e di lavorarci insieme per un paio d’anni. Era talmente competente dal punto di vista tecnico che, paradossalmente, nel calcio di oggi farebbe fatica a stare. Aveva una visione tecnica totale, pura. Oggi il calcio è molto più fisico, più legato a tante componenti che vanno oltre la tecnica. Lui era uno che scovava talenti veri, di quelli che oggi rischiano di perdersi. Io sono cresciuto con quella visione e in parte mi sento un suo allievo. Forse è anche per questo che dico che nel calcio di oggi farei fatica: ho una formazione molto tecnica, molto legata a quel tipo di cultura. Caratterialmente mio padre, secondo me, con un po’ di pressione riusciva talvolta a condizionarlo. Per quel che mi riguarda, invece, durante gli anni all’Atalanta non ricordo sue pressioni dirette sulle mie scelte. Lui è una persona che può influenzare, perché è un imprenditore, uno abituato a decidere. Forse in quegli anni era preso anche da altri progetti imprenditoriali e poi all’Atalanta c’erano figure molto forti: Ivan Ruggeri, Mondonico, Randazzo. Non erano persone che si lasciavano mettere sotto. Forse anche per questo mio padre fu meno incisivo rispetto agli anni precedenti con mio zio. Io non ricordo pressioni particolari da parte sua nelle mie scelte tecniche. Le pressioni, semmai, me le fece da padre, insieme a mia madre, quando arrivò il momento di lasciare. A un certo punto capii che per loro sarebbe stato meglio se io avessi preso un’altra strada. E in quel senso mi hanno orientato. Poi è chiaro che senza mio padre a 22 anni non sarei mai diventato direttore sportivo dell’Atalanta. Sarebbe ipocrita negarlo. Ma allora era un contesto diverso rispetto a oggi. Oggi la figura del giovane imprenditore nel calcio è normale. All’epoca no. All’epoca il giovane che lavorava nel calcio veniva spesso visto come uno che non lavorava, un nullafacente. E anche questa cosa ha inciso sui miei sensi di colpa. Dall’esterno c’era la sensazione che stavo lì a fare nulla, ma non era così. Il calcio stava iniziando a diventare un’azienda, ma non era ancora percepito come tale. Oggi nessuno metterebbe in discussione il ruolo di un giovane imprenditore, di un giovane dirigente in un Club strutturato, vedi quello di Luca Percassi, ma allora la mentalità era diversa. C’era meno comprensione del fatto che il calcio stesse diventando un sistema imprenditoriale a tutti gli effetti. Quel contesto ha inciso anche sulle mie scelte e sul modo in cui ho vissuto quell’esperienza. Però, guardandomi indietro, resta la consapevolezza di aver fatto quel percorso con serietà, in un momento di grande trasformazione del calcio italiano».

A casa sua si parlava di calcio a tavola?
«Assolutamente sì. Sono nato e ho avuto la fortuna di crescere calcisticamente in un ambiente dove il calcio era quotidianità. Mio padre era azionista dell’Atalanta, mio zio Franco Previtali era sempre a casa nostra, Cesare Bortolotti veniva a cena una o due volte al mese. Io sono cresciuto in mezzo a queste persone, ascoltando discorsi di calcio fin da bambino. Quindi ero giovane quando ho assunto l’incarico di direttore sportivo, ma ero cresciuto accanto a persone che mi avevano formato molto. Un’altra figura che frequentava spesso casa nostra era Ottavio Bianchi. Quando parlava di calcio, ti lasciava sempre qualcosa. Per questo, pur essendo poco più che ventenne, avevo già un bagaglio importante di conoscenze. Ho avuto la fortuna di crescere nel calcio degli anni ’80, che per me sono stati anni immensi, forse i più belli della storia del calcio. E quel contesto, inevitabilmente, mi ha dato qualcosa in più».

LA FINALE DI COPPA ITALIA E L'ATALANTA DI OGGI

Sotto la sua direzione l’Atalanta arrivò in finale di Coppa Italia, giocandosi il titolo con la Fiorentina. Cosa ricorda di quel percorso?
«Innanzitutto bisogna dire che quell’Atalanta non era quella di oggi. Non era una squadra abituata alle prime posizioni. Eravamo una provinciale, una squadra che ogni tanto saliva e ogni tanto scendeva. Arrivare a una finale di Coppa Italia, per noi, era un evento straordinario. Oggi può sembrare diverso, ma allora non era normale e quindi l’intera situazione era diversa. Il contesto era differente e partivamo da sfavoriti. Io ricordo una grande tensione personale. Sentivo tantissimo l’evento. Essere in finale di Coppa Italia significava vivere qualcosa di enorme per una realtà com’era la nostra. Ci arrivammo un po’ stanchi e con qualche assenza, ma la Fiorentina era più forte di noi. Però ce la giocammo: a Firenze perdemmo 1-0. Al ritorno avevamo ancora la possibilità di ribaltarla. Lo stadio era strapieno e c’era un entusiasmo incredibile attorno alla squadra. La finale la preparammo al Castello di Clanezzo, ad Almenno San Salvatore, dove l’anno prima avevamo fatto lo stesso con la partita decisiva dell’ultima giornata di campionato con la Salernitana e che valeva la promozione. Mondonico era bravissimo in queste cose: nei momenti importanti sapeva isolare la squadra per tre o quattro giorni, chiuderla e darle la giusta concentrazione. Gli anni successivi ci spostammo invece al Golf Hotel a Paratico. Erano luoghi scelti con attenzione. Facevano parte della sua gestione psicologica del gruppo. I ricordi della preparazione alla finale sono ancora molto vivi. C’era tensione, ma anche grande orgoglio».

In quel percorso verso la finale c’era stata una partita che aveva segnato la svolta?
«Sì, la vittoria contro la Juventus. Partita unica agli ottavi di finale e noi vincemmo 1-0 ai supplementari con il gol di Fabio Gallo e con una grandissima prestazione. Era la Juve di Lippi, una squadra fortissima. Fare una partita del genere contro di loro fu un segnale enorme. È la famosa gara dei gesti di Mondonico verso la tribuna, che non si capì mai a chi fossero rivolti. Il giorno dopo ci aspettavamo entusiasmo a Zingonia, invece c’erano giornalisti da tutta Italia per capire cosa fosse successo. Quella vittoria ci diede consapevolezza. Fu un’impresa vera. Mio padre era amico di Moggi e Giraudo. Dopo la partita era prevista una cena societaria, ma non si fece più. Loro non vennero. Moggi non l’aveva digerita, anche perché prima era stato a Torino con Mondonico e c’era già stato qualche attrito. Poi noi superammo il Cagliari ai quarti e il Bologna in semifinale».

Quindi un po’ come in questa Coppa Italia. Anche quest’anno la vittoria con la Juve ha rappresentato un punto di svolta. È ben augurante?
«Fare paragoni con l’Atalanta di oggi è improponibile. Negli ultimi dieci anni il Club ha raggiunto dimensioni completamente diverse. Oggi giocare contro la Juventus non è più un evento straordinario: l’Atalanta può batterla perché ormai è una realtà consolidata. All’epoca era tutto diverso: anche una partita in casa contro una medio-piccola poteva essere vissuta come un obiettivo da raggiungere, anche se l’Atalanta storicamente ha costruito squadre competitive: prima per stare in Serie A, ora per stare in Europa».

I valori, però, sono rimasti. Quelli che hanno sempre contraddistinto la famiglia Radici sono gli stessi che vediamo in quest’Atalanta più moderna?
«Al di là della famiglia Radici, rappresentata poi in maniera eccellente dai miei cugini, Maurizio e Angelo, che sicuramente hanno dei meriti nel percorso fatto dai nerazzurri negli ultimi 10 anni, la serietà della società è sempre stata il tratto distintivo dell’Atalanta. Dall’epoca dei Bortolotti, poi con mio padre, con Ruggeri, fino alla gestione Percassi, la costante di questi oltre 100 anni di storia è stata la solidità, la correttezza, la presenza dei soci. Poi è chiaro che la famiglia Percassi ha fatto qualcosa di straordinario, andando oltre ogni aspettativa, anche dal punto di vista infrastrutturale. Per anni ho sentito parlare dello stadio: oggi è una realtà concreta. E questi sono fatti che contano. I Percassi hanno realizzato quelli che per generazioni sono stati i sogni di tutti».

Quest’anno ce la facciamo a vincere la Coppa Italia?
«È una grande occasione. L’Atalanta di oggi può giocarsela e anche vincerla. Per me le favorite sono Atalanta e Inter. Attenzione però alla partita con la Lazio, perché è una gara trappola. Negli ultimi anni non vado spesso allo stadio, ma seguo la Serie A e ho visto tutte le squadre giocare più volte. Anche la Lazio. È una squadra a cui quest’anno è successo di tutto, ma l’allenatore è stato bravo a tenerla insieme. Se non ci fosse stato Sarri, secondo me i biancocelesti sarebbero retrocessi in Serie B, anche per l’ambiente che si è creato. Non gli hanno comprato giocatori in estate. Era riuscito a dare una quadra, nonostante lo stadio spesso mezzo vuoto e una situazione non semplice, speranzoso nell’arrivo di rinforzi a gennaio. E invece di comprare, hanno addirittura venduto. Apparentemente sembra una partita scontata, ma non lo è. Sarri ha tenuto la Lazio viva e va affrontata con grande attenzione. Non è una partita da sottovalutare, ma l’Atalanta ha una grande occasione per vincere la Coppa Italia. Ha esperienza, ha vinto l’Europa League ed è arrivata più volte in fondo alla competizione».

E in campionato l’Atalanta dove può arrivare?
«Dopo l’addio di Gasperini c’era un prezzo da pagare. Prima o poi doveva succedere. Forse la scelta di Juric era sbagliata, ma chiunque fosse arrivato subito dopo Gasperini non sarebbe stato ben visto. In questo senso, il tecnico croato ha fatto un po’ da cavia e questo ha aiutato Palladino, che è arrivato in un momento positivo, con l’ambiente che voleva ripartire: la gente lo aspettava e si era dimenticata Gasperini. Lui ha dimostrato di essere molto intelligente. Lo si vede dalle scelte, dalla gestione, da quello che aveva fatto già a Monza e a Firenze, in situazioni complicate. La squadra è forte, competitiva, ma lui ha fatto un grande lavoro, soprattutto mentale. Il calcio è anche questo: lavorare sulla testa dei giocatori. Io non sono dentro lo spogliatoio, ma la sensazione è che abbia rimesso l’Atalanta in carreggiata partendo proprio da lì. Poi c’è un dato oggettivo di cui tener conto: quest’anno la concorrenza è altissima. Inter, Milan, Roma, Napoli, Juventus sono tutte competitive. Per arrivare in Champions una di queste deve per forza sbagliare qualcosa. Se l’Atalanta dovesse centrare anche solo l’Europa League o la Conference, sarebbe comunque un grande risultato».

IL PRESENTE E IL FUTURO

Il DS Nicola Radici come valuta la rosa dell’Atalanta? Sarebbe intervenuto ulteriormente a gennaio?
«La rosa dell’Atalanta non credo sia da mettere in discussione. Ci sono tante soluzioni, tante alternative. In attacco ci sono giocatori pagati 20-25 milioni di euro. Se deve vincere la Champions League è un conto, ma per giocarsi l’Europa e poter vincere la Coppa Italia, questa squadra ha tutte le caratteristiche per farlo. Ricordiamoci che è ancora in corsa anche in Champions League. Certo, incontrare il Bayern non sarà una passeggiata, ma l’Atalanta non è mai una squadra facile da affrontare. Lo ha dimostrato negli ultimi anni. Per gli obiettivi realistici, cioè la qualificazione in Europa e la Coppa Italia, l’Atalanta è molto forte. Non credo ci fosse tanto altro da fare a gennaio. La società, del resto, ha sempre risposto presente. A volte leggo che vendono tutti, ma non è così. L’Atalanta vende un giocatore e il giorno dopo lo sostituisce investendo 30 milioni. È successo con Højlund: quando è stato ceduto, è subito arrivato Scamacca pagato una cifra importante. Il Club è bravo a fare calcio. Vende a 90 e compra a 30, ma compra. C’è chi vende e non compra, mentre quella nerazzurra non è una società che incassa e basta. Questo le va riconosciuto».

Però l’acquisto di Pippo Inzaghi di cui parlavamo prima, resta nella storia.
«Pippo Inzaghi resterà nella storia perché era un giocatore forte, anche nell’anima. Magari non aveva caratteristiche tecniche che ti colpivano a prima vista, ma faceva gol ovunque, era un trascinatore, dava entusiasmo. È stato davvero un grande giocatore».

Oggi Nicola Radici è ancora nel mondo del calcio?
«Il mio mandato in Federazione è terminato a giugno 2024 e da allora non ho più accettato incarichi. È stata una mia scelta. Ho deciso di non ricoprire più ruoli ufficiali nel calcio. L’unica cosa che continuo a fare è legata allo scouting. Tra il 2016 e il 2017 ho messo in piedi una struttura di scouting internazionale, con collaboratori che mi segnalano giocatori in Africa, Centro e Sud America. Quando vivevo in Spagna ed ero vicepresidente della Linense, abbiamo portato diversi giocatori in Europa, che poi hanno fatto la loro carriera. Quando sono rientrato in Italia per il ruolo federale, ho mantenuto in piedi questa rete. Oggi, se capita, collaboro in qualche operazione con Renzo Contratto, ma parliamo di situazioni occasionali, nulla di strutturato. Non voglio più ruoli ufficiali. Penso che il mio percorso nel calcio, a livello dirigenziale, abbia fatto il suo corso e che sia stato soddisfacente. Poteva andare meglio? Forse sì. Forse potevo fare di più. Se in quegli anni all’Atalanta avessi tenuto duro probabilmente avrei fatto il dirigente a livelli ancora più alti e per più tempo. Però ho fatto il mio cammino e ne sono fiero. Ho contribuito anche alla nascita dell’Albinoleffe. Qualcosa ho lasciato, ma non sentivo il bisogno di restare per forza dentro al sistema. Il calcio è cambiato, le dinamiche sono diverse e io non mi sento adatto. Non sto dicendo che sia meglio o peggio di prima, semplicemente non è più il mio calcio. E la scelta di farmi da parte, oggi, la sento giusta».

Nel calcio le scelte sono sempre determinanti. Lo erano allora e lo sono oggi, in un’Atalanta che compete stabilmente ad altissimo livello e in cui ogni decisione pesa ancora di più. Nicola Radici racconta un periodo in cui costruire significava dare solidità, equilibrio e prospettiva a un Club che stava preparando la propria evoluzione. Oggi l’asticella si è alzata, ma il principio resta identico: competenza, responsabilità, visione. Perché l’Atalanta non è mai stata frutto dell’improvvisazione. È il risultato di uomini chiamati a decidere nei momenti chiave. E tra quei momenti, il contributo di Nicola Radici resta una pagina importante della storia nerazzurra.

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