Il blackout della Dea in Sardegna: Scamacca illude, ma il Cagliari firma la condanna europea
L'Atalanta esce dall'Unipol Domus con le ossa rotte e il morale sotto i tacchetti, incassando una sconfitta per 3-2 che sa di definitivo ridimensionamento stagionale. Non è bastata la furente reazione d'orgoglio nel finale di primo tempo per raddrizzare una barca che fa acqua da troppe parti: le scorie delle eliminazioni in Champions e Coppa Italia pesano come macigni sulle gambe e sulla testa dei ragazzi di Raffaele Palladino, apparsi incapaci di gestire l'aggressività di un Cagliari affamato di salvezza. È un pomeriggio amaro, che certifica una crisi d'identità profonda proprio nel momento cruciale della volata europea.
L'APPROCCIO DA INCUBO - La cronaca si apre con un autentico suicidio tattico dei nerazzurri, trafitti dopo appena sessanta secondi dal giovane Mendy. Il classe 2007, lanciato a sorpresa nella mischia, banchetta sulle incertezze di una retroguardia rimasta negli spogliatoi, raddoppiando già all'ottavo minuto grazie a una carambola grottesca propiziata da un rinvio svirgolato. La squadra orobica, nervosa e sfilacciata, rischia addirittura il tracollo definitivo sotto i colpi di Michel Adopo e Sebastiano Esposito, salvandosi solo grazie ai riflessi di Marco Carnesecchi e a un briciolo di imprecisione sarda.
L'ILLUSIONE FIRMATA SCAMACCA - Quando il baratro sembrava ormai inevitabile, è salito in cattedra l'unico raggio di luce della serata bergamasca: Gianluca Scamacca. Il centravanti azzurro ha caricato la squadra sulle spalle, prima accorciando le distanze al 40' con un destro a giro di rara bellezza su invito di Charles De Ketelaere, e poi trovando il pareggio allo scadere della frazione con una zampata rapace da centro area. Un uno-due micidiale che pareva aver ristabilito le gerarchie tecniche del match, restituendo speranza a un ambiente apparso fino a quel momento impietrito.
LA DOCCIA FREDDA E IL MURO DI CAPRILE - Le speranze di rimonta sono però evaporate all'alba della ripresa, quando un'altra amnesia collettiva ha permesso a Gennaro Borrelli di siglare il sorpasso definitivo. Da quel momento è iniziato un assedio disperato quanto disordinato, con l'Atalanta che ha gettato nella mischia ogni risorsa offensiva disponibile, da Ederson a Krstovic. Il finale è diventato un monologo nerazzurro, ma sulla strada del pareggio si è eretto un monumentale Elia Caprile: il portiere sardo ha compiuto tre miracoli salva-risultato, negando la gioia del gol a un generoso Pasalic e chiudendo ogni varco nel convulso recupero, reso ancora più teso dall'espulsione dei collaboratori in panchina.
Questa sconfitta brucia non solo per il tabellino, ma per la sensazione di fragilità che la squadra continua a trasmettere. La flessione fisica e mentale dell'ultimo mese e mezzo è diventata una voragine che rischia di inghiottire quanto di buono costruito nella prima parte di stagione. Mentre il Cagliari festeggia una salvezza virtuale, per l'Atalanta è tempo di riflessioni profonde: senza una ritrovata solidità difensiva, il palcoscenico continentale rischia di restare un rimpianto sbiadito.
© Riproduzione Riservata






