ESCLUSIVA TA - Beppe Maestri: "Under 23 e Primavera sono il futuro. A Toloi ho insegnato le parolacce in bergamasco"
Collaboratore tecnico del settore giovanile dello Scanzorosciate, membro del gruppo Pensiunácc e tra i fondatori delle BNA, storico gruppo del tifo nerazzurro, Beppe Maestri è una figura che attraversa generazioni di tifosi bergamaschi. Dalla Curva Nord ai campi del vivaio, ha vissuto l'ambiente orobico in ogni sua dimensione, seguendone l’evoluzione dentro e fuori dal campo e oggi continua a osservare il mondo nerazzurro con lo sguardo di chi conosce il valore dell’appartenenza, il peso della memoria e l’importanza di ciò che cresce lontano dai riflettori.
IL VIVAIO, L'UNDER 23 E I TALENTI DEL FUTURO
Beppe, con il gruppo Pensiunácc di cui fai parte avete organizzato un pullmino di 28 persone e siete andati a Milano a vedere la finale di Coppa Italia Primavera vinta dai nostri ragazzi. Che emozione è stata?
«È stata una grande emozione, soprattutto perché questi ragazzi li vediamo crescere da vicino – confida in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Negli anni abbiamo perso tante finali senza meritarlo. Stavolta il portiere ci ha tenuto a galla: Anelli, classe 2008. Segnatevi questo nome. Al di là dei rigori, ha salvato almeno tre gol fatti durante la gara. Anche Padoin ha apprezzato molto le sue qualità. Ci sono diversi elementi interessanti in Primavera che l’anno prossimo potrebbero salire in Under 23. Il problema è che non possiamo tenerli tutti. I migliori vengono cercati subito da squadre di Serie B. Abbiamo già Del Lungo all’Entella, un terzino che gioca sulla fascia destra, e Cittadini al Frosinone, stopper centrale, alto 1.98».
Sull’altro fronte, l’Under 23 sta preparando la gara di playoff a Caserta…
«Ho visto i ragazzi molto carichi. Il loro dovere l’hanno fatto. Sono arrivati alle fasi finali. Per passare il turno devono vincere. Non hanno nulla da perdere. Sono gli altri a rischiare di sbagliare la partita. Li ho visti tranquilli, ma convinti di andare a giocarsi la partita. Alcuni li conosco da anni, da quando erano negli Allievi. Il bello del nostro settore giovanile è che si cresce bene. Anche se non diventano campioni, sono bravi a giocare a pallone e sono bravi ragazzi. Studiano. Alcuni vanno all’università. Sono come tutti i loro coetanei».
Ti aspettavi che l’Under 23 potesse arrivare ai playoff?
«Sì e avrebbe potuto avere anche più punti. È stata penalizzata dai troppi errori arbitrali. Sarà vero che il calcio è diventato più veloce di una volta, ma la classe arbitrale condiziona i campionati. Si rallenta troppo il gioco, si fischia per niente o, al contrario, non si fischiano proprio falli evidenti. Detto questo, la nostra Under 23 è una buona squadra e anche una buona occasione di crescita all’interno del club. Prima eravamo costretti a mandare tanti giocatori in prestito e di questi ne giocavano pochissimi. Qui giocano e sono migliorati tutti».
Ma c'è il rammarico per qualcuno che è stato mandato via e che, invece, avremmo potuto tenere qui?
«A volte sono i giocatori stessi a voler andare via per fare nuove esperienze, tentare il salto, ma non sempre va come ci si aspetta. Zuccon, un 2003 fortissimo, gira da due anni e ha giocato 10 partite. Purtroppo qui non c’è spazio per tutti, anche perché bisogna liberare posti per chi di anno in anno sale dalla Primavera. Io spero che quest’anno almeno cinque giocatori dell’Under 23 possano fare il ritiro con la prima squadra e, magari, potrebbe ripetersi quello che è successo con Bernasconi, che poi c’è rimasto».
Secondo te chi meriterebbe quest’occasione?
«Escluso Panada, che andrà a Venezia, in Serie A, penso a Manzoni, che ha fatto un bel campionato, Levak, Misitano, Steffanoni e Vavassori, anche se ha giocato un po' meno. Potrebbero stare 15 giorni in ritiro con la prima squadra. È vero che è difficile avere una possibilità, però capita che qualcuno s’infortuni durante il precampionato e loro potrebbero essere d’aiuto. È bello vederli giocare nell’Under 23, ma lo sarebbe ancora di più provare qualcuno di loro in prima squadra».
E Palestra?
«Alla prima squadra sarebbe sicuramente utile. Bisogna capire le intenzioni della dirigenza. Capire se l’allenatore sarebbe disposto a provarlo o se la società preferisce incassare tra i 40 e 50 milioni per la sua cessione. C’è mezza Europa sulle sue tracce. Certo è che, se restasse, avremmo messo a posto la fascia destra per anni. Palestra è fortissimo. Era già un buon prospetto lo scorso anno in Under 23. A Cagliari gli hanno dato fiducia ed è cresciuto tantissimo, fino alla Nazionale. Come tifoso, ovviamente, spero che resti».
LA GESTIONE TECNICA E LE AMBIZIONI EUROPEE
Quando dici che bisogna capire se l’allenatore vorrà provarlo, credi che il prossimo anno il mister sarà ancora Palladino?
«Non lo so, ma è importante che lo definiscano subito e non a fine campionato. Palladino ha fatto bene. Purtroppo ha perso i mesi inziali. Io credo che se fosse arrivato prima, avremmo quei punti in più che ci permetterebbero di lottare ancora per la Champions League. A me piacerebbe restasse. Vorrei vederlo partire a luglio con la squadra, magari con giocatori che ha scelto lui, e iniziare da zero. Ha fatto qualche errore ultimamente, ma ha raddrizzato la baracca».
L’amministratore delegato nerazzurro, Luca Percassi, ha però detto che questa è la nostra dimensione: sei d’accordo?
«La società ha speso soldi e i risultati non sono stati ottimali. Non possiamo lamentarci, ma magari sarebbe bastato quel qualcosa in più per andare in finale di Coppa Italia. Abbiamo preso qualche bastonata ultimamente, anche non meritata e, nel caso della partita con la Lazio, anche per qualche svista arbitrale. Lo stesso Motta ha ammesso di aver sbagliato sul nostro gol. Fossimo andati in finale cambiava tutta la stagione. Detto questo, io metterei la firma per il settimo posto. Ho vissuto la squadra in C, quindi va bene anche così. Purtroppo, però, gli investimenti societari degli ultimi 2 anni non hanno ripagato a pieno. Una volta spendevamo meno, ma portavamo a casa tanti giocatori di buone prospettive. O forse era l’allenatore bravo a valorizzarli. Io spero nella Conference League. Potrebbe anche essere l’occasione per far giocare alcuni ragazzi dell’Under 23 nei primi turni in modo che facciano esperienza. Anch’io avrei preferito la Champions o la Coppa Uefa, ma vediamo anche il lato positivo. Resta comunque fondamentale avere già da ora le idee chiare su come muoversi in vista della prossima stagione».
LE ORIGINI DEL TIFO E I RICORDI STORICI
Beppe, tu sei un tifoso atalantino da sempre?
«Mio padre e mio zio erano tifosi. Andavano allo stadio. Io ho cominciato a farlo a inizio anni Settanta, quando avevo 10 o 11 anni. A 15 anni lavoravo e mi compravo l’abbonamento da solo e nel ’76 sono stato tra i fondatori delle BNA, lo storico gruppo del tifo nerazzurro. Abbiamo dato l’avvio al tifo organizzato. E anche quando ci siamo divisi e sciolti, sono rimasto sempre in Curva Nord e con Claudio Galimberti (il Bocia, ndr) si sono fatte grandi cose. Lui è stato un collante incredibile del tifo nerazzurro. Lo conosco dalla sua prima trasferta, quando era un ragazzino. Ha pagato e sta pagando troppo e per tutti».
Vai sempre allo stadio da allora?
«A parte gli anni in cui giocavo a calcio, sono sempre andato allo stadio. Ho contagiato anche le mie figlie, Federica e Alessandra. Ormai, lo faccio ininterrottamente da 35 anni».
Il tifo nerazzurro è cambiato dai tempi delle BNA?
«A me questi nuovi ragazzi che animano la Curva Nord piacciono. Magliette nere e cappellini. Hanno l’età di quando ho iniziato io. È una ruota. Avevo chiesto loro di venire a tifare i ragazzi della Primavera in finale di Coppa Italia e sono stato felicissimo di vederli. Mercoledì a Milano erano circa un centinaio. Tanti. È stato bello. Loro sono il nostro futuro».
C’è qualche partita che ricordi in modo particolare?
«Ovviamente la semifinale con il Malines. Era la prima volta che raggiungevamo un traguardo così importante ed ero anche più giovane. Eravamo andati in Belgio in auto e per la gara di ritorno a Bergamo avevamo fatto preparare migliaia di bandierine. Oggi si stampano. Noi le facevamo cucire a macchina alle signore anziane dei vari quartieri e ce le consegnavano poco prima della partita. Un lavoro enorme. Una volta una signora me le ha fatte avere un mese dopo la gara. Noi mettevano scotch e bacchetta. Con il Malines c’erano 44.000 spettatori e 35.000 bandierine. Peccato per il risultato. In Belgio avevamo perso male, prendendo gol alla fine e qui aveva segnato uno che di gol in carriera ne ha fatti pochissimi. Giocavamo alle 20.30 e io alle 16 ero già allo stadio a sistemare le bandierine».
Era anche un altro stadio.
«Tanti dicono che era meglio prima. Per me è più comodo ora. Io preferisco stare al riparo in caso di pioggia. Ai miei tempi quando pioveva e tornavamo in auto, si appannavano perfino i vetri dall’umidità. Erano davvero altri tempi».
Ce li descrivi?
«Partivamo dal quartiere Carnovali con i carrelli del supermercato pieni di tamburi e aste delle bandiere e ci facevamo tre chilometri e mezzo all’andata e altrettanti al ritorno. Maschi e femmine, perché noi avevamo portato le donne allo stadio per la prima volta. Adesso c’è stato un ricambio generazionale, ma io ho scelto di restare in Nord, anche se in posizione più defilata perché oggi è giusto che si prendano la scena le nuove leve. Noi vecchi ultras portiamo figli e nipoti. Ci salutiamo tra di noi, tra persone che hanno passato una vita a vedersi in Curva senza magari nemmeno conoscersi davvero. Ma eravamo tutti lì e ci siamo ancora oggi. E poi ci sono gli amici, con cui siamo cresciuti e invecchiarti allo stadio».
È vero che una volta in ospedale ti sei trovato accanto Alemao?
«È successo la domenica che il centrocampista del Napoli venne colpito alla testa da una monetina lanciata dagli spalti. Era l'8 aprile 1990. Io avevo giocato con la mia squadra, il Cenate, a Villa d’Almè. Era la prima volta che c’era l’ambulanza allo stadio. Dopo 10 minuti di gioco mi hanno portato via per una testata e in ospedale mi sono trovato accanto Alemao. Solo pochi istanti perché poi l’hanno spostato in una stanza privata».
Hai partecipato sempre anche alle trasferte?
«In passato sì, mentre in tempi più recenti meno. Quella che ricordo in modo particolare, al di là del risultato, è stata la sconfitta per 3-2 a Dortmund con doppietta di Ilicic. Eravamo in 10.000 ed è stata una serata magnifica. Ce ne sono state altre, come la vittoria a Liverpool e la finale di Europa League. C’ero anche lì, ma Dortmund è stata spettacolare. Veder Ilicic segnare due gol con un pezzo di stadio dipinto dai nostri colori è stato incredibile».
C’è qualche giocatore a cui sei rimasto particolarmente legato?
«Toloi. È diventato un vero amico. Gli ho anche mandato il filmato dei ragazzi della Primavera che hanno vinto la Coppa Italia perché lui ci segue ancora. Siamo andati decine di volte insieme a mangiare la pizza. Invitava noi del gruppo Pensiunácc a casa sua a mangiare. È una grandissima persona. Era un bergamasco doc e tuttora, sebbene sia tornato a casa sua, ricorda con grande piacere i 9 anni a Bergamo. Lo portavamo a provare tutti i piatti tipici. Aveva un’apertura mentale incredibile. È stato un onore conoscerlo e viverlo. Non si tirava mai indietro nemmeno se c’era da farci qualche favore. Quando se n’è andato, mi ha regalato 12 paia di scarpe per i ragazzi della mia società sportiva. Era uno di cuore. Sarebbe potuto andare via prima prendendo molti più soldi e invece aveva scelto di rimanere, anche per volontà di moglie e figli. Ha dato il tutto per tutto pur di giocare sempre. Gli ho insegnato anche le parolacce in bergamasco così l’arbitro non capiva (ride, ndr)».
L'ATTUALITÀ E IL FINALE DI STAGIONE
Con il Genoa che partita ti aspetti?
«Non una valanga di gol, ma spero di vedere quello a cui eravamo ormai abituati, comprese entrate e falli. Stiamo vedendo troppa “mollezza” in generale. La delusione della gente è per come perdiamo. Ho visto i giocatori a Zingonia e ho detto loro di darsi da fare. Mancano solo quattro partite. Poi tireremo le somme. Non ha senso rimproverargli gli errori. Lo sanno pure loro di aver giocato male, ma bisogna reagire. La gente vuole vedere un atteggiamento diverso. E con un atteggiamento diverso possiamo ottenere anche il risultato, perché la squadra ha delle buone individualità. Però ultimamente facciamo fatica. Non ne capisco il motivo. Non si può giocare sempre come con il Dortmund, ma nemmeno come a Cagliari o con il Bilbao. In tante partite la squadra è mancata. Con le piccole, per esempio, abbiamo perso troppo punti».
In questi giorni eri a Zingonia: come hai trovato i ragazzi?
«Consapevoli di aver giocato una brutta partita con il Cagliari, ma comunque sereni, né più, né meno delle altre settimane. Spero in qualcosa di meglio con il Genoa e poi domenica tutti a guardare la Primavera, che gioca in campionato con la Fiorentina prima in classifica, e l’Under 23, che di sera ha la gara secca dei playoff».
Possiamo aspettarci soddisfazioni dal settore giovanile?
«La Primavera punta alle finali di Firenze. Accedono le prime sei e siamo quinti. Domenica sarà dura. Abbiamo speso tanto mercoledì in Coppa Italia e affrontiamo la capolista. Fiorentina, Cesena, Parma e Roma, che ci precedono in classifica, sono squadre molto attrezzate e non sarà facile, ma negli ultimi due mesi i nostri ragazzi sono cresciuti molto e ora sono spinti anche dall’entusiasmo dalla vittoria della Coppa. Potrebbero anche regalarci altre soddisfazioni. L’Under 23 scenderà invece in campo la sera a Caserta. Ho visto i ragazzi contenti e carichi. Ci proveranno sicuramente».
Quindi una domenica importante per i nostri colori.
«Non è finita. Anche le Under 15, 16, 17 e 18 si stanno giocando lo scudetto. L’Under 16 ha vinto la gara d’andata a Roma con la Lazio per 4-0 mettendo un bel sigillo sull’accesso ai quarti. Vediamo come si comporteranno questo fine settimana».
Beppe Maestri resta uno di quei tifosi che non hanno mai smesso di esserci. Dalle domeniche in Curva Nord ai ragazzi seguiti nel settore giovanile, il suo legame passa attraverso persone, ricordi e passione quotidiana. Un rapporto costruito negli anni, che continua ancora oggi tra Zingonia, i campi di provincia e quella voglia di vedere la squadra restare fedele alla propria identità.
© Riproduzione Riservata





