ESCLUSIVA TA - Samuele Dalla Bona si confessa da doppio ex: "Mi sentirò sempre in debito con l'Atalanta"
Sembrava un predestinato. Samuele Dalla Bona era uno dei talenti più promettenti del vivaio nerazzurro e per lui sembrava prospettarsi una carriera ai massimi livelli. Le nazionali azzurre giovanili, il settore giovanile dell'Atalanta e poi il trasferimento giovanissimo al Chelsea: una scelta che all'epoca fece molto discutere e che ancora oggi rappresenta uno dei primi grandi casi di talento strappato a Zingonia da un club straniero. A Londra ci andò insieme all'amico Luca Percassi, con cui condivise casa e l'impatto con un calcio completamente diverso. Poi il ritorno in Italia e una carriera chiusa forse troppo presto. Oggi, da doppio ex della sfida tra Atalanta e Bologna, Dalla Bona racconta soprattutto il forte legame rimasto con Bergamo e quel debito che sente di non essere mai riuscito davvero a saldare con il club nerazzurro. Tanto che domenica, alla New Balance Arena, il suo tifo sarà inevitabilmente nerazzurro.
Facciamo un grande salto indietro. Com'era arrivato Samuele Dalla Bona all'Atalanta?
«Quando sono arrivato a Bergamo avevo quattordici anni. Giocavo nel Fossalta di Piave, in provincia di Venezia, e mi notò Mino Favini in alcune rappresentative del Veneto. Ero ancora piccolo. Sono stato alla Casa del Giovane per tre anni».
I tuoi genitori cosa ti dissero?
«Fu una scelta difficile per loro, ma eravamo in tre: io, Donati e Bressan, tutti della stessa zona, e in qualche modo ci siamo fatti forza a vicenda. Bressan giocava proprio con me nel Fossalta di Piave, mentre Donati in una squadra friulana. Ci avevo giocato contro, ma l'ho conosciuto meglio poi, a Bergamo».
Essere con qualcuno che già conoscevi ha reso più facile gestire la lontananza da casa?
«Ci facevamo forza in camera. Era dura, però il fatto di essere insieme aiutava tanto. Fu comunque un'esperienza formativa».
Nel tempo libero cosa facevate?
«Anche fuori dal campo stavamo insieme. La domenica andavamo a vedere l'Atalanta. Prendevamo l'autobus e raggiungevamo lo stadio. Eravamo nel parterre. Fumavano le Lucky Strike (ride, ndr)».
Siete rimasti in contatto?
«Certo. E parliamo spesso di quei tempi. Io e Bressan eravamo in classe insieme, al Pesenti, e ogni tanto marinavamo la scuola: con il pullman andavamo in Città Alta, alla Rocca, col freddo e la neve. L'autobus non arrivava fino lì e quindi bisognava farsela a piedi. Lui ancora oggi mi manda messaggi e mi scrive: "Noi che a 14 anni andavamo lì con quel freddo abbiamo fatto la storia"».
E non vi «beccavano»?
«È successo. Diciamo che abbiamo fatto tribolare un po' quelli della Casa del Giovane. Erano rigidi, ma in fondo eravamo solo dei ragazzini. A volte pregavamo quello che doveva parlare per noi con la scuola di inventarsi qualche scusa».
Qual è il ricordo più bello che hai del settore giovanile?
«Ho vinto lo scudetto Primavera. Ero il più giovane di quella rosa, l'unico classe 1981. Vavassori, che avevo già avuto come allenatore, stravedeva per me. Quando passò in Primavera, mi portò subito con lui invece di farmi fare ancora un anno di Allievi».
All'Atalanta c'è stato un allenatore o qualcuno dell'ambiente che per te è stato più importante di tutti?
«Sicuramente mister Vavassori. È stato fondamentale: mi ha portato con quelli più grandi. Nella Primavera ero il più piccolo, ma lui mi faceva giocare. Mi prendeva sempre in giro perché avevo la tendenza a ingrassare. In estate tornavo dalle vacanze sempre un po' gonfio. Provavamo i corner: io ero già alto. Una volta feci gol su corner in allenamento e lui mi disse di aver visto una brioche saltare di testa. E poi c'era Favini, che ne sapeva davvero di calcio. Veniva spesso a parlare con noi. Nel settore giovanile dell'Atalanta il livello era altissimo e tutto era improntato al miglioramento dei giovani sotto tutti i punti di vista».
Eri considerato la promessa del vivaio nerazzurro. Poi cos'è successo?
«Durante l'Europeo Under 16 in Scozia mi notò Vialli, che era appena diventato player manager del Chelsea, e mi disse che cercavano giovani forti per i Blues. Fu una cosa molto veloce. Andare al Chelsea e consacrarmi con loro era un sogno, ma allo stesso tempo oggi c'è una parte di me che si dice che sarebbe stato altrettanto bello fare carriera nell'Atalanta».
Hai sempre speso belle parole per la tua esperienza londinese.
«Era un altro mondo. All'inizio fu difficile: una lingua diversa, una cultura differente. Con me c'era Luca Percassi. Da una parte Londra è stata una favola, ma con il senno di poi, oggi mi sento in debito con l'Atalanta. È successo tutto troppo in fretta. Tutto legittimo, ma non so se oggi lo rifarei. Probabilmente sceglierei un percorso diverso: restare ancora in Italia, nella Primavera nerazzurra, e provare ad arrivare in prima squadra come succede a tanti ragazzi del vivaio. È una strada che avrei voluto percorrere anch'io fino in fondo. Dell'Atalanta mi resta comunque tanto: sono stati tre anni importanti in uno dei migliori settori giovanili in assoluto».
Sei andato a Londra insieme a Luca Percassi. Fu lui a consigliartelo?
«Lui andò qualche mese prima e mi consigliò di raggiungerlo. È difficile da spiegare. Ero contento di andare, era il Chelsea, era una cosa enorme, ma ora penso che mi sarebbe piaciuto anche dare qualcosa all'Atalanta, nonostante quella di Londra fosse un'esperienza fantastica. Una volta deciso di lasciare l'Italia per il Chelsea, forse avrei dovuto restare in Inghilterra e continuare il mio percorso all'estero, in un bel campionato, come mi avevano consigliato sia mister Ranieri che Desailly».
Perché, invece, sei tornato?
«Non avevo nessuna intenzione di lasciare Londra. Poi una sera, dopo Chelsea-Fulham, incontrai Braida e mi disse che il Milan cercava un centrocampista dopo la partenza di Ambrosini. In quel momento, a quel Milan era impossibile dire di no».
Luca Percassi lo hai più sentito?
«Non ci vediamo da tanto, ma ci scambiamo gli auguri durante le festività».
Non avete più parlato di quella scelta?
«No, non ne abbiamo più parlato».
Oggi, da Amministratore delegato dell'Atalanta, Luca Percassi difende apertamente il vivaio nerazzurro da questo tipo di situazioni. Perché, secondo te, i giovani talenti scelgono di andare all'estero? In Italia non trovano spazio?
«Io credo che avrei trovato spazio anche all'Atalanta. È stata più una questione di voler provare un'esperienza nuova. Chiaro che oggi attorno ai giocatori ci sono tante persone, tanti procuratori. A quell'età magari li ascolti. Quando hai 25 anni, invece, ascolti meno e fai valutazioni diverse».
Senti che avresti potuto fare di più nella tua carriera?
«Ho smesso di giocare a 31 anni e forse qualcosa in più potevo farlo. Però dopo la stagione a Mantova non mi vedevo più al livello di prima. Dopo aver giocato al Chelsea, al Milan, al Napoli, alla Sampdoria, a Lecce, le categorie inferiori — giusto o sbagliato che fosse, e nonostante la professionalità che ci ho sempre messo — non mi davano più gli stimoli di prima. Ero un po' demotivato. Ho smesso. Forse avrei potuto riprendere, ma va bene anche così».
Avevi preso in considerazione una nuova esperienza all'estero?
«In America o a Dubai mi sarebbe anche piaciuto. Ho avuto un'offerta dall'Australia: un mio amico lavorava per una squadra del posto, ma era troppo lontano. Quindi ho iniziato a giocare a calcetto, a fare tornei e mi sono divertito».
Ma il calcio da professionista non ti mancava?
«No. Ho fatto 20 anni molto intensi, anche lontano da casa. Sono soddisfatto così. Se a 11 anni mi avessero detto che sarei andato all'Atalanta, al Chelsea e al Milan, avrei firmato subito. Poi, certo, per essere ottima, avrei dovuto fare 100/150 presenze in più e altri 20 gol».
La tua esperienza all'Atalanta non si è chiusa con il passaggio al Chelsea. Nella stagione 2010-11 torni a vestire i colori nerazzurri: eri contento di essere nuovamente a Bergamo?
«Ero molto felice. All'Atalanta mancava un centrocampista perché se n'era andato Radovanovic. Mister Colantuono fu molto chiaro fin dall'inizio: aveva i suoi fedelissimi, tra cui Barreto, Carmona e il nuovo arrivato Basha. Mi disse che avrei avuto tanti giocatori davanti e che sarei partito indietro nelle gerarchie. Risposi che mi andava bene. Partivo da quinto. Pensavo che sarei riuscito a ritagliarmi comunque il mio spazio, ma non è successo. E poi mi sentivo a disagio».
Disagio per cosa?
«Erano subentrati i Percassi. Luca era ormai un dirigente dell'Atalanta, io ero nello spogliatoio. Questa cosa mi metteva un po' a disagio. Avevamo vissuto insieme due anni e mezzo a Londra, nella stessa casa, lontano da Bergamo. Tra noi c'era una grande confidenza e, ritrovandoci con ruoli completamente diversi, facevo fatica a vivere il rapporto in modo naturale».
Ti sentivi in difficoltà?
«Mi sentivo a disagio anche nei confronti dei miei compagni di squadra e, infatti, a gennaio andai da lui, a casa sua. Lo ringraziai di tutto. La società era fantastica, i compagni anche, ma gli chiesi di trovarmi un'altra squadra per poter andare via. Mi voleva il Piacenza di Armando Madonna, ma in allenamento mi strappai il polpaccio e saltò tutto. Rimasi fino a fine stagione».
Tu te lo immaginavi Luca Percassi come Ad dell'Atalanta?
«Sì. Aveva una passione totale per il calcio. Si capiva già da ragazzini, però non mi aspettavo una crescita così veloce. Quando tornai all'Atalanta aveva appena iniziato, mentre oggi è chiaramente uno dei punti di riferimento della società. Sta facendo davvero un grande lavoro in uno dei club migliori d'Italia».
Ti è dispiaciuto non essere riuscito a lasciare il segno nel tuo ritorno all'Atalanta?
«Mi sentivo in debito e mi dispiace molto non essere riuscito a saldarlo. Ho avuto un'occasione in Coppa Italia, ma quando giochi dopo due o tre mesi di inattività non è facile. Il mio non era uno di quei fisici che entrava in forma in due minuti: avevo bisogno di continuità. Mi è dispiaciuto non dare nulla in quei cinque mesi prima dell'infortunio, anche perché avevo un bel rapporto con la famiglia Percassi. Venivano spesso a Londra, ho conosciuto tutti, anche Antonio Percassi: non da presidente, ma come papà di Luca. Con me sono sempre stati straordinari e quindi mi sentirò sempre riconoscente nei loro confronti».
E Bologna cosa ha rappresentato per te?
«A Bologna è andata bene. Fu una bella annata. Arrivavo dal Milan, avevo bisogno di giocare con continuità e trovai l'ambiente giusto. C'era Mazzone, che mi voleva fortemente, e per me è stato importante. Ho bei ricordi. Ho anche fatto 3 gol».
In carriera quanti ne hai fatti?
«25. Li ho segnati un po' ovunque — Napoli, Chelsea, Lecce — ma potevo farne di più. Nelle giovanili segnavo a raffica».
Ne hai uno a cui sei più legato?
«Il gol salvezza segnato con il Bologna contro il Siena, e ovviamente quelli segnati con la maglia del Chelsea, come quello contro il Liverpool».
Un'emozione diversa quella.
«Sì. Posso dire di aver vissuto tante fasi del calcio».
Che, però, oggi non ti piace più?
«Lo seguo. Guardo l'Atalanta, la Champions e poche altre partite: due o tre a settimana, non di più. Non mi piace il fatto che sia tutto troppo social, e nemmeno il VAR. Doveva essere uno strumento per eliminare gli errori, invece si continua a sbagliare anche affidandosi alle immagini. Ogni episodio cambia a seconda dell'interpretazione personale. Una volta il fallo era fallo e basta. Adesso ci sono mille letture diverse: il braccio, la spinta, il contatto. Troppe cose. Bisognerebbe rivedere il protocollo per definire meglio l'entità del fallo. Penso anche ad alcune ammonizioni o espulsioni per falli che non lo sono; i quattro parametri: si scade nel ridicolo. Una volta lo "step on foot" nemmeno esisteva. Veniva da ridere solo a pensarci. Oggi vanno a terra e ci restano minuti. Alcuni calciatori fanno i furbi. È tutto troppo esasperato».
Da doppio ex, tra Atalanta e Bologna, chi ti sorprende di più per il percorso fatto negli ultimi anni?
«L'Atalanta ormai non mi sorprende più, perché secondo me oggi è una big a tutti gli effetti. I risultati raggiunti con Gasperini sono stati qualcosa di straordinario: andare stabilmente in Europa, anche in Champions, disputare campionati di alto livello, vincere l'Europa League. C'è stato uno sforzo notevole della società e dell'allenatore, con dei grandi giocatori. Quindi nessuna sorpresa, forse a parte questa stagione: ci si aspettava ancora la qualificazione in Champions, ma può capitare un'annata un po' meno brillante. L'Atalanta resta una società da ammirare. Il Bologna, invece, negli ultimi due anni ha fatto ottime cose. Sartori ha dichiarato che il modello è quello atalantino, ma ovviamente il livello non è ancora paragonabile a quello nerazzurro».
Ti aspettavi che l'Atalanta conquistasse la qualificazione in Champions anche quest'anno?
«Può capitare un'annata diversa, soprattutto dopo un cambio così importante in panchina. Dopo il ciclo Gasperini è arrivato Juric, che ne è la copia. Io avevo visto bene la squadra, per esempio con Milan e Marsiglia. Non mi aspettavo l'esonero di Juric. Palladino ha fatto sicuramente ottime cose, ma ormai le aspettative dei tifosi sono alte. Però andare in Conference League va comunque bene».
È una Coppa che vale la pena giocare?
«Certo. L'anno scorso l'ha vinta il Chelsea. L'Atalanta può fare molto bene».
Ma quindi non ti aspettavi l'esonero di Juric?
«No. Per anni è stato il collaboratore più vicino a Gasperini e credo che l'idea fosse proprio quella di dare continuità a quel tipo di gioco. Juric per me era la scelta giusta. C'è stato qualche pareggio di troppo, ma non mi sembrava demeritasse fino a quel punto».
Gli avresti concesso più tempo?
«Sì. Probabilmente, per quel che si vede dall'esterno, ha un metodo un po' aggressivo e dopo tanti anni con Gasperini i giocatori volevano qualcosa di diverso. Palladino mi sembra deciso, ma più morbido, più empatico».
Da giocatore tu avresti preferito lavorare con uno come Gasperini o con uno come Palladino?
«Io avrei voluto come allenatore Antonio Conte, quindi Gasperini tutta la vita. Mi piacciono gli allenatori che ti stimolano ogni giorno, che ti sottopongono a preparazioni pesanti — che tra l'altro ho fatto anche con Zeman. Gasperini e Conte hanno poi un gioco che si adatta ai centrocampisti: si possono inserire, andare a fare gol. Mi sarebbe piaciuto tantissimo lavorare con loro».
Chi è oggi il miglior centrocampista italiano secondo te?
«Ci sono Barella e Tonali, che però gioca all'estero. Altri non ne vedo. Se parliamo di centrocampisti stranieri che giocano nel nostro campionato, ci metto McTominay, Calhanoglu ed Ederson, anche se quest'anno è stato perfino criticato. Ha avuto problemi fisici, ma ora che sta crescendo di condizione è sempre un gran giocatore».
Sarà difficile per l'Atalanta trovare il suo sostituto la prossima stagione?
«Vendere un giocatore importante è nella politica dell'Atalanta, ma la società nerazzurra è la numero uno nel trovare calciatori forti per sostituire chi va via. Dovesse davvero andarsene, quella di Ederson sarebbe un'assenza pesante. Non sarà facile trovare il sostituto adeguato. Lui è davvero un gran giocatore. Mi piace molto, così come Pasalic, che segna sempre gol importanti».
Samuele Dalla Bona ci sarebbe stato bene in quest'Atalanta?
«Mi sarebbe piaciuto tanto, però oggi il calcio è diverso».
Che partita ti aspetti tra Atalanta e Bologna?
«Mi aspetto una bella gara tra due squadre che cercano sempre di attaccare, anche se forse difendono un po' meno bene. Credo che entrambe spingeranno e attaccheranno. Il Bologna ha Orsolini e Rowe, un esterno sinistro fortissimo. Quella rossoblù è una formazione propositiva, così come lo è sempre stata l'Atalanta. Era una delle squadre che segnava di più in Serie A».
Sulla carta chi è più forte?
«Secondo me l'Atalanta è più forte del Bologna. Ha un bel centrocampo e Hien è un gigante dietro».
Ma tu, tra Atalanta e Bologna, per chi tiferai?
«L'Atalanta. Sono legato a tutte le squadre dove sono stato. A Bologna sono stato bene ed è una bella piazza, ma l'Atalanta mi ha cresciuto».
Nelle parole di Samuele Dalla Bona non c'è rabbia, né il rimpianto sterile di chi guarda indietro pensando solo a ciò che avrebbe potuto essere. C'è piuttosto la consapevolezza di aver vissuto un calcio diverso e, forse, la sensazione di aver appeso gli scarpini al chiodo un po' troppo presto. Ma in quel percorso resta ancora fortissimo il legame con Bergamo. Per questo, anche dopo una carriera vissuta tra grandi palcoscenici e aspettative enormi, quando parla dell'Atalanta il sentimento che emerge più di tutti è sempre lo stesso: gratitudine.
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