Dea, una formazione fatta con quel che resta in frigo
Lorenzo Casalino
All’Atalanta, in queste settimane, il bollettino medico si legge prima della lavagna tattica: prima di decidere come giocare, bisogna sapere con chi. E la risposta cambia di giorno in giorno, quasi sempre in peggio. L’ultima voce aggiunta all’elenco è quella di Gianluca Scamacca, fermato da un risentimento ai flessori della coscia destra avvertito al termine della partita con il Frosinone. Con lui gli indisponibili salgono a dieci, e Maurizio Sarri prepara la trasferta di domani sera al Franchi con tredici giocatori di movimento della prima squadra: abbastanza per tre cambi, portiere escluso. Non uno di più.
Bellanova, Scamacca e un’infermeria fuori scala. Per Scamacca il paradosso ha qualcosa di beffardo. Dopo un 2024/25 trascorso quasi interamente ai box, quest’anno era stato uno dei pochissimi sempre convocati, dodici partite su dodici. Ora salterà Fiorentina e Parma, e se ne riparlerà forse giovedì prossimo, in Conference contro il Kairat Almaty. Nello stesso pomeriggio di domenica, dopo meno di mezz’ora, si era fermato Raoul Bellanova: distrazione di basso grado dell’adduttore lungo della gamba sinistra, terapie già avviate, quindici-venti giorni di stop e rientro rinviato a dopo la sosta di novembre.
Il resto dell’elenco è un bollettino che non concede tregua. Franck Kessie si sottoporrà oggi a una nuova visita, ma il suo ritorno non è previsto prima del Kairat – più probabilmente a Monza – con tempi simili a quelli di Sead Kolašinac. Con Giacomo Raspadori, reduce da una ricaduta, la cautela sarà doppia, e anche per lui l’orizzonte è Monza. Isak Hien e Odilon Kossounou lavorano per esserci dopo la sosta, mentre il terzo portiere Thomas Pompei, operato per la frattura di un dito della mano destra, rivedrà il campo a dicembre. Per Firenze si proverà a portare Giorgio Scalvini e Kamaldeen Sulemana, più per riempire la distinta che per altro: il primo andrà maneggiato con cura, il secondo, fermo da un’amichevole di agosto, la preparazione estiva non l’ha mai completata.
Le cifre raccontano un’anomalia vera. Prima ancora degli ultimi due stop, la prima squadra aveva già accumulato trentatré partite saltate per infortunio in sole otto giornate di campionato – più di quattro assenze di media a gara, quasi cinque allargando il conto alle coppe – e nell’ultimo decennio l’Atalanta non era mai scesa in campo con più di otto indisponibili. Domani quel limite reggerà soltanto grazie a due convocazioni di pura necessità. Dice: eh, ma gli infortuni ce li hanno tutti. Vero, e un calendario fatto di coppe europee, nazionali e di un’estate segnata dal Mondiale non fa sconti a nessuno. Ma Parma, Kairat e Monza in sei giorni, subito dopo il Franchi, pesano in modo diverso su chi li affronta con mezza rosa in infermeria.
Fischi, fiducia e un precedente: la società blinda Sarri come con Gasperini. Sopra tutto questo, a rendere l’aria più pesante, ci sono i fischi di domenica. Il 4-4 con il Frosinone ha accompagnato la squadra fuori dalla New Balance Arena con un rumore diretto soprattutto alla panchina, mentre la Curva Nord chiedeva ai giocatori di tirare fuori gli attributi. Sarri non si è nascosto: «Capisco i fischi alla fine: sono delusi i tifosi come lo siamo noi». Nelle ore successive la società ha fatto la sua scelta, ed è stata netta: la famiglia Percassi e Stephen Pagliuca hanno confermato piena fiducia nel tecnico e nel progetto, lo spogliatoio si è stretto attorno all’allenatore e il peso della svolta è stato spostato dalla panchina al campo.
Non è la prima volta, e chi ha memoria lunga lo sa. Il 21 settembre 2016, dopo lo 0-1 interno con il Palermo, l’Atalanta era penultima con tre punti in cinque giornate e Gian Piero Gasperini aveva già un piede fuori dalla porta. La società lo tenne. Arrivarono il 3-1 contro il Crotone e, il 2 ottobre, l’1-0 al Napoli con cinque Under 23 in campo: l’inizio di tutto quel che è venuto dopo. Allora fu la squadra a doversi allineare al suo allenatore, non il contrario, e il messaggio di oggi è lo stesso. La classifica attuale – dieci punti dopo otto giornate – è meno drammatica di quella di allora. C’è però un dettaglio che rende il parallelo quasi crudele: Kessie, che di quell’Atalanta fu uno dei volti nuovi, oggi è tra gli indisponibili.
Gli infortuni spiegano molto, il carattere deve spiegare il resto. Qui serve onestà, in entrambe le direzioni. L’emergenza è reale e spiega parecchio: perché un calcio fatto di automatismi fatica ad attecchire se in allenamento non si riesce mai a mettere insieme lo stesso gruppo per due settimane di fila, perché le gambe si svuotano nell’ultima mezz’ora, perché le rotazioni diventano un esercizio di aritmetica. In queste condizioni Sarri compone la formazione come chi prepara la cena aprendo il frigorifero all’ultimo minuto: si cucina con quel che resta, e il menu lo decidono gli ingredienti, non il cuoco. Ma non spiega tutto. I due regali difensivi del 4-4 non sono figli dell’infermeria, e lo ha detto meglio di chiunque Davide Zappacosta, che non ha cercato alibi: «Manca carattere e personalità nei momenti chiave». La società la pensa allo stesso modo, e anche questo è un segnale: la fiducia nell’allenatore non è un lasciapassare per nessuno.
Da Firenze a Monza, l’8 novembre, mancano quattro partite alla sosta. Quattro partite con tredici uomini di movimento, qualche ragazzo dell’Under 23 e quasi nessuna scelta da fare. Proprio per questo diventa decisivo ciò che non finisce mai in infermeria. Noi, a Bergamo, abbiamo visto nascere un ciclo da una squadra che a fine settembre sembrava già da rifare: sappiamo che ottobre non decide le stagioni, ma può indirizzarle.
Fino alla sosta si gioca con quel che c’è. E, soprattutto, con quel che c’è dentro.
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