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ESCLUSIVA TA - Luca Gritti: "Contestare fa parte del gioco, ma non puoi abbandonare la barca"

autore
Claudia Esposito
per Tuttoatalanta.com
Oggi alle 00:00Primo Piano
autore Claudia Esposito
04.11.2026 00:00Primo Piano
Luca Gritti, atalantino a Tangeri, tra gli anni della vecchia Curva Nord e del Bocia, le notti europee e le critiche a Sarri dopo il ko con il Parma

L'Atalanta è una passione che non conosce distanze, confini o categorie. Lo sa bene Luca Gritti, originario di Cologno al Serio, che dal 2013 vive e lavora a Tangeri, in Marocco, dove è titolare di un'impresa di costruzioni immobiliari. I primi cinque anni li ha trascorsi facendo la spola tra il Marocco e Bergamo, rientrando dalla famiglia ogni fine settimana, fino alla decisione, nel 2018, di trasferirsi definitivamente insieme alla moglie e ai tre figli. La distanza, però, non ha mai scalfito il suo legame con i colori nerazzurri. Cresciuto nella vecchia Curva Nord, prima vicino ai Wild Kaos e poi nei Supporters, ha vissuto gli anni del Bocia, le trasferte interminabili, le contestazioni, la Festa della Dea e soprattutto un modo di intendere il tifo che andava ben oltre i novanta minuti di una partita. Oggi continua a seguire l'Atalanta soprattutto nelle trasferte europee, ritrovando quegli amici con i quali ha condiviso una parte importante della propria vita e ai microfoni di TuttoAtalanta.com racconta in esclusiva ricordi, emozioni e cambiamenti del mondo ultras, senza risparmiare critiche alla squadra, a Maurizio Sarri e alla società dopo la pesante sconfitta casalinga contro il Parma.

Luca, partiamo dalle origini. Quando è nata la sua passione per l'Atalanta e come si è avvicinato alla Curva Nord?
«La passione c'è da sempre. Già nel 1986 i miei parenti mi portavano allo stadio, soprattutto in occasione delle partite più importanti. Negli anni Novanta ho iniziato a frequentare l'ambiente dei Wild Kaos, anche se per un periodo, giocando a calcio, non riuscivo ad andare sempre allo stadio. Dal 1996 ho cominciato a frequentare con maggiore continuità la Curva Nord. Successivamente mi sono avvicinato ai Supporters, con il Bocia, ed è stato allora che sono entrato pienamente nella vera vita della Curva. Ancora oggi molti mi chiamano Effenberg, per la somiglianza con il calciatore tedesco biondo. In Curva, del resto, tutti avevano un soprannome».

Che cosa ricorda degli anni dei Supporters e del Bocia?
«Sono stati anni bellissimi, soprattutto perché la Curva era riuscita a unirsi. In precedenza c'erano stati problemi interni, legati a differenti mentalità, ma Claudio è stato molto bravo a mettere insieme gran parte delle persone. È un ragazzo che ha dato la propria vita per la Curva. A livello di tifo eravamo tutti lì per l'Atalanta, ma si era creato anche un vero gruppo sociale. Non vedevi l'ora di andare allo stadio per ritrovare gli amici, organizzavamo la Festa della Dea e tante altre iniziative. Eravamo una famiglia. Aspettavamo con impazienza la domenica o la trasferta successiva».

Qual era la cosa più bella di quel periodo? Ed è rimasto qualcosa di quello spirito nella Curva di oggi?
«La cosa più bella era proprio quel senso di appartenenza. Eravamo una famiglia e ci si aiutava in tutto. Poi naturalmente siamo cresciuti, siamo diventati più vecchi e sono arrivate anche maggiori restrizioni normative. Poco alla volta si sono persi dei pezzi importanti. A un certo punto non c'era più nemmeno Claudio, che era una delle persone capaci di portare avanti una determinata mentalità. Noi, per esempio, nelle trasferte più a rischio eravamo anche un punto di riferimento per tutti gli altri tifosi. Eravamo una sorta di protettori e cercavamo di garantirne la sicurezza nelle trasferte a maggior rischio».

Secondo lei è cambiata la mentalità ultras delle nuove generazioni di tifosi?
«Sì, e credo sia un cambiamento che riguarda la società in generale, non soltanto la Curva. Ho tre figli e certe differenze le noto anche con loro. Faccio fatica a spiegare ai ragazzi di oggi alcuni valori che per noi erano scontati, come il rispetto per le altre persone e per gli anziani del gruppo. Avevamo delle regole non scritte che tutti conoscevano. Anche durante una partita sapevamo che c'erano momenti nei quali si poteva alzare una bandiera e altri nei quali bisognava abbassarla, perché chi stava dietro aveva il diritto di vedere la partita. Oggi capita di trovare persone che sventolano le bandiere per tutto il tempo senza preoccuparsi degli altri. È un esempio, ma rappresenta una mentalità diversa, una certa presunzione che noto in generale nelle nuove generazioni, tifosi o no».

Oggi, vivendo in Marocco, come riesce a seguire l'Atalanta?
«Seguo soprattutto le trasferte all'estero, anche perché paradossalmente per me è più facile trovare i biglietti per le partite europee che per quelle a Bergamo. La cosa bella è che ancora oggi non vedo l'ora di partire per ritrovare i miei amici. Il nostro legame è andato ben oltre l'Atalanta. Ognuno ha la propria vita e magari anche una mentalità diversa, ma continuiamo a sentirci, a sostenerci e ad aiutarci. Questo è qualcosa che è rimasto intatto nel tempo».

Tra le tante trasferte del passato ce n'è qualcuna che ricorda con particolare affetto?
«Ricordo soprattutto quelle più lontane, come Catanzaro o Palermo. Si viaggiava in pullman, si passavano tantissime ore insieme e proprio quei viaggi rafforzavano il gruppo, ma ho anche ricordi bellissimi delle partite giocate a Bergamo. Penso, per esempio, alla retrocessione in Serie B con Delio Rossi. Facemmo comunque una grande festa a quella squadra perché, pur con tutti i suoi limiti, aveva sempre dato il massimo ed era questo che contava per noi. Non so se oggi succederebbe la stessa cosa, soprattutto dopo aver visto quello che è accaduto ieri allo stadio».

Si riferisce ai tanti tifosi che, durante la partita con il Parma, hanno cominciato ad abbandonare lo stadio già a venti minuti dalla fine?
«Esattamente. Sono convinto che negli ultimi anni tanti siano saliti sul carro dell'Atalanta soltanto perché vinceva».

Voi, invece, non ve ne sareste mai andati?
«Assolutamente no. Ne abbiamo viste di cotte e di crude. Per noi l'Atalanta aveva già vinto il campionato quando riusciva a battere la Roma o la Juventus. Andavamo allo stadio perché ci credevamo, indipendentemente dai risultati. Siamo bergamaschi e sinceramente non riesco a capire chi, essendo di Bergamo, tifa un'altra big. La squadra della propria città va onorata, che vinca o che perda. Noi abbiamo contestato quando c'era da contestare, ma se vedevamo la maglia sudata e i giocatori dare tutto quello che potevano, eravamo sempre dalla loro parte. Prima dell'inizio del campionato andavamo anche a parlare con i calciatori per spiegare loro che a Bergamo la maglia doveva essere sempre sudata. Il risultato veniva dopo. Abbiamo vissuto momenti storici, ma la cosa fondamentale per noi era vedere un gruppo che dava il cento per cento».

Secondo lei quest'Atalanta sta dando il cento per cento?
«No, secondo me c'è qualcosa che non funziona. I giocatori non sono ancora entrati negli schemi di Sarri, non riescono a interpretarli come dovrebbero. Sono calciatori abituati per anni a giocare in un certo modo e ora viene chiesto loro qualcosa di completamente diverso».

Ha la sensazione che i giocatori stiano giocando contro l'allenatore?
«No, questo non lo penso. Credo piuttosto che ci siano dei limiti nell'assimilare i suoi schemi. Rispetto all'Atalanta di Gasperini, che andava al cento per cento, oggi mi sembra che la squadra viaggi al sessanta, se non addirittura al cinquanta per cento. Non so se dipenda dalle richieste dell'allenatore o da qualcos'altro che non funziona, ma qualcosa bisogna cambiare».

In che modo?
«Quando una squadra è bloccata in questo modo bisogna intervenire. Sarri potrà essere anche un bravo allenatore e lo ha dimostrato in altre situazioni, ma secondo me il suo gioco non è adatto ai giocatori che ha a disposizione. Sono abituati a un calcio diverso e fanno fatica a ingranare. Non mi sembrano cattive persone, prime donne o giocatori che vogliano remare contro l'allenatore. È proprio una questione di gioco. Per me Sarri andava esonerato già prima. E sinceramente faccio fatica a capire anche la società. Nelle ultime due o tre stagioni non riesco a comprendere quali siano le sue intenzioni. Rispetto al passato ho l'impressione che si stia accontentando. Serve uno scossone. Dopo Gasperini abbiamo cambiato tre allenatori in due anni. Personalmente continuo a non capire perché non sia stata data maggiore fiducia a Palladino. Io, nonostante le ultime partite negative, lo avrei confermato».

Ci sono anche giocatori che stanno rendendo decisamente al di sotto delle aspettative. Chi l'ha delusa maggiormente?
«Ederson, ma non soltanto lui. Mi sembra demotivato, non so se possa dipendere dalla trattativa di mercato sfumata in estate, ma prima non era così. Il problema, però, è generale. Ci sono diversi giocatori che stanno andando a rilento».

Come vede la situazione dopo la sconfitta casalinga con il Parma?
«La vedo male. Aver perso in casa contro il Parma significa che abbiamo toccato il fondo. I tifosi hanno fischiato la squadra, ma secondo me avrebbero già dovuto farlo anche prima».

Quindi, secondo lei, è giusto contestare, ma non abbandonare lo stadio?
«Esattamente. Contestare fa parte del gioco, ma non puoi abbandonare la barca proprio mentre sta affondando. Noi non ce ne siamo mai andati. Al massimo contestavamo, anche duramente, ma poi eravamo ancora lì a sostenere la squadra, fino a quando qualcosa non cambiava. Anche ieri, sul tre a zero, c'era ancora chi cantava per incoraggiare i giocatori. Detto questo, secondo me la contestazione sarebbe dovuta cominciare prima».

Anche voi, negli anni della vecchia Curva Nord, avete organizzato contestazioni piuttosto forti. Ne ricorda qualcuna in particolare?
«Una volta siamo entrati a sorpresa a Zingonia. Abbiamo scavalcato, siamo entrati e abbiamo aspettato i giocatori fuori dagli spogliatoi per contestarli. Ne abbiamo fatte diverse, anche fuori dalla tribuna dello stadio, ma non abbiamo mai abbandonato l'Atalanta durante una partita, che giocasse bene o male, in Serie A oppure in Serie B. Nemmeno quando pioveva a dirotto. Di acqua, in quella vecchia Curva, ne abbiamo presa davvero tanta».

A proposito della vecchia Curva Nord, è già stato alla New Balance Arena? Che impressione le ha fatto?
«Sì ed è sicuramente bellissimo come struttura. È moderno, funzionale e adatto a ospitare le competizioni europee, ma per noi che siamo cresciuti nella vecchia Curva, quella era casa nostra. Se il gruppo era una famiglia, la Curva era la nostra casa. C'era molto più spazio per muoversi, alla fine del primo tempo scendevamo in basso per chiacchierare e poi ognuno tornava al proprio posto. Era scomoda, prendevamo acqua, aveva tanti difetti, ma secondo me univa molto di più le persone. Non ci conoscevamo tutti personalmente, ma sapevamo anche chi era il pensionato che veniva ogni domenica e si metteva sempre nello stesso angolo in alto. Ci si vedeva, ci s'incontrava. Oggi sei seduto al tuo posto e, se vuoi trovare qualcuno, devi andare a cercarlo. Un altro ricordo importante è sicuramente la Festa della Dea, alla cui organizzazione ho partecipato per tanti anni. Io ero quello che si occupava di posizionare i tendoni. Era un lavoro impegnativo, ma bellissimo. La Festa della Dea era nata per riunire il mondo atalantino, poi era diventata qualcosa di ancora più grande. Venivano le famiglie, partecipavano anche persone che non tifavano Atalanta. A noi interessava creare un momento di festa e di aggregazione, oltre alle iniziative dedicate alla squadra. Era diventata una manifestazione bellissima, con quasi 10.000 persone a sera ed è davvero un peccato che oggi quella festa non ci sia più perché rappresentava qualcosa di speciale per tutti noi».

Torniamo alle trasferte europee. Qual è stata la più bella in assoluto?
«Dublino, senza alcun dubbio. Tutte le trasferte sono state belle, ma lì abbiamo coronato un sogno».

Avrebbe mai immaginato di vedere l'Atalanta vincere un trofeo europeo?
«Sinceramente no. Sono sempre stato troppo con i piedi per terra, anche perché ho conosciuto l'Atalanta dei miei tempi. Non avrei mai pensato di arrivare a vivere una cosa del genere».

Se togliamo Dublino, quali altre trasferte europee porta nel cuore?
«Liverpool, Marsiglia e Lisbona».

E quest'anno dove ha seguito la squadra?
«Sono stato ad Amsterdam e adesso mi sto preparando per andare a Riga».

Come vede il cammino dell'Atalanta in Conference League? Dove pensa possa arrivare?
«Per l'Atalanta è sempre un onore giocare nelle coppe europee. Stiamo vivendo anni bellissimi e spero che durino il più a lungo possibile, ma anche se un giorno non dovessimo più giocare in Europa, per me non cambierebbe nulla. Per quanto riguarda questa Conference, se fossimo la squadra di un paio di anni fa, a parte il fatto che probabilmente non saremmo nemmeno in questa competizione, penso che potremmo giocarcela, ma vedendo come sta giocando adesso l'Atalanta, sinceramente non credo».

C'è addirittura qualcuno che, vista la situazione in campionato, comincia a parlare di rischio retrocessione. Lei lo ritiene possibile?
«No, assolutamente. I giocatori ci sono e in alcune occasioni hanno anche dimostrato il loro valore. Sono calciatori da alta classifica, ma in questo momento non stanno dando quello che potrebbero. Non riesco a capire esattamente cosa stia succedendo, se sia colpa dell'allenatore, se manchi la grinta ai giocatori o se ci siano altre ragioni».

E la società, secondo lei, ha delle responsabilità?
«Sì, soprattutto a livello d'investimenti, come dicevo prima. Spero che adesso si svegli, perché secondo me ha dormito un po'. Sono arrivati degli acquisti, tra cui Rowe, ma non è certo un giocatore che da solo può cambiare tutto. La società deve intervenire e cambiare allenatore, perché non possiamo andare avanti così. Sarri, tra l'altro, dopo ogni partita parla bene della squadra. Non capisco come sia possibile».

Adesso ci sono le prossime due partite con Kairat e Monza e una situazione da ribaltare. Che cosa si aspetta?
«Se per cambiare allenatore dobbiamo perdere le prossime due partite, allora forse è meglio perderle».

Intanto la squadra è in ritiro. Che cosa pensa possa cambiare concretamente in questi giorni?
«Il problema è che la mentalità in campo è sbagliata, manca la grinta e soprattutto vedo una squadra disorganizzata. Ci sono singoli giocatori che ogni tanto fanno qualcosa di buono, ma non vedo un gioco collettivo. Prima c'erano passaggi che i calciatori facevano quasi a occhi chiusi, perché sapevano già dove sarebbe stato il compagno. Adesso continuano a passarsi il pallone all'indietro, cercano di costruire, ma alla fine non vanno da nessuna parte. Si vedono soltanto alcuni lampi individuali, non una squadra organizzata».

A quest'Atalanta manca anche un leader in campo? Chi potrebbe assumersi questa responsabilità?
«Sicuramente manca un leader. Il capitano, Ederson, in questo momento, sta facendo tutto tranne che dimostrare di esserlo, perché lo vedo molto molle. Se devo indicare un giocatore che oggi m'ispira fiducia, dico Pašalić. Lui dà sempre il massimo. Questa squadra, comunque, ha bisogno di qualcuno che sappia trascinare tutti».

Come faceva Marten de Roon?
«Trovo assurdo il suo addio. Non so nemmeno esattamente cosa sia successo. De Roon ha sempre dimostrato di avere grinta e ha sempre dato il massimo per l'Atalanta. Quello che penso alla luce della maglia che ha scelto d'indossare, preferisco non dirlo, ma a Bergamo ha sempre dato tutto e secondo me andava tutelato. Ho la sensazione che non ci raccontino tutta la verità. Abbiamo visto anche con il Papu Gomez che, quando nascono problemi con gli allenatori, alla fine certi giocatori vengono mandati via».

Un'ultima curiosità. Ha trasmesso questa grande passione per l'Atalanta anche ai suoi tre figli, nonostante vivano in Marocco?
«Assolutamente sì. Sono tutti atalantini. Anche quando vivevamo a Bergamo li portavo allo stadio, fin da piccoli, e continuo a portarli in trasferta quando posso. Davide, Simone e Paolo sono cresciuti con questa passione. Nell'anno della vittoria dell'Europa League abbiamo fatto tutte le trasferte insieme. Anche se vivono in Marocco dal 2018, la loro squadra è l'Atalanta».

La storia di Luca Gritti è quella di un legame che ha attraversato generazioni, categorie, chilometri e cambiamenti. Dalla vecchia Curva Nord alle grandi notti europee, dai pullman diretti a Catanzaro fino alla storica vittoria di Dublino, il filo conduttore è sempre lo stesso: l'appartenenza. Un sentimento che oggi condivide con i suoi tre figli e che non viene meno neppure davanti alle difficoltà della squadra. Perché, come ricorda lui stesso, contestare è possibile, talvolta necessario, ma abbandonare l'Atalanta non è mai stata un'opzione.

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per Tuttoatalanta.com

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