LA PARTITA PRIMA DEL FISCHIO
Ci sono partite che iniziano quando l’arbitro fischia e altre, le decisive, che iniziano molto prima. Cominciano con la settimana, quando il dolore dell’ultima partita non è ancora sparito. Cominciano quando una squadra prova a capire se quello che è successo è stato un incidente… o un segnale. Cominciano in allenamento, quando i muscoli lavorano, sì, ma la testa lavora ancora di più. È lì che il Cagliari, oggi, si gioca una parte enorme della sua stagione. Non solo sul piano tattico, non solo su quello tecnico. Ma su quello più invisibile e più determinante: l’approccio mentale ed emotivo. Perché a volte non è la qualità a decidere. È il modo in cui entri in campo per giocare o per sopravvivere.
Prima di ogni partita una squadra ha sempre due possibilità. Una alternativa all’altra. La prima è la strada del coraggio: concentrarsi sui propri pregi e lavorare su come metterli davvero in evidenza. Significa preparare la gara chiedendosi: “Cosa sappiamo fare bene? Dove possiamo colpire? Quali sono le nostre armi?”.
La seconda è la strada del timore: concentrarsi sulle caratteristiche dell’avversario e avere come primo pensiero quello di neutralizzarlo. “Attenzione a loro.” “Non dobbiamo concedere.” “Non sarà una partita facile.” Sembra prudenza. Ma spesso è solo paura ben vestita che ha un effetto preciso: ti irrigidisce.
Dentro una squadra convivono sempre due forze. Da una parte ci sono le speranze di vittoria e di crescita, che nascono dalla capacità ma anche dalla volontà della società, dare un futuro a ciò che abbiamo costruito, ciò che siamo. Dall’altra ci sono le incognite e l’appagamento: il valore dell’avversario percepito come pericolo e l’idea che tanto basti poco per essere salvi. E la differenza la fa il linguaggio. Se durante la settimana tu parli soprattutto delle tue qualità e delle prospettive, infondi coraggio. Se invece metti in allarme dando precedenza ai pericoli e pensando che è quasi fatta, crei insicurezza.
Stessi giocatori. Stesso avversario. Due approcci. E spesso due risultati diversi. Una squadra giovane come il Cagliari non può permettersi di giocare con la paura e l’appagamento. Ha bisogno di essere ambiziosa, leggera e sbarazzina. Ha bisogno di respirare. Perché quando una squadra giovane si contrae o si rilassa troppo, succede sempre la stessa cosa: perde il meglio di sé. Sbaglia passaggi non perché non sa farli, ma perché li fa con la mano che trema. Sbaglia intensità e misura. Sbaglia le scelte. E dietro, la paura diventa esitazione: mezzo passo in meno, una lettura difensiva sbagliata, un raddoppio in ritardo. Il calcio è crudele: ti punisce soprattutto quando non sei convinto.
Ed è qui che entrano in gioco i leader. I calciatori si specchiano in chi li guida. Se percepiscono solidità, ambizione, fiducia e chiarezza, diventano solidi. Se percepiscono allarme, paura, appagamento e incertezza, diventano insicuri. Il calcio è pieno di uomini che sanno giocare. Ma non è pieno di uomini che sanno guidare.
Ed è qui che è necessario Pisawolf. Non è un dog addestrato. Non un allenatore con il guinzaglio, che esegue e basta. Un lupo che sia da esempio al branco, libertà di scegliere e voglia di crescere. Sempre. Il lupo non convince con i discorsi. Convince con la postura. Fino a qui, il Mister ha dato un segnale importante: non si piange addosso. Bisogna riconoscerlo: gli infortuni sono tanti. E pesano. Ma è altrettanto vero che sono stati affrontati nel modo giusto: senza lamentela, senza giustificazioni, senza cercare alibi. Perché gli infortuni, nel calcio, sono come le pietre: se non li superi diventano macigni. E un macigno in testa ti blocca prima ancora di bloccare le gambe.
Il Cagliari sembrava aver scelto un’altra strada: restare più leggero, credere nella soluzione, continuare a camminare. Qui c’è un’idea intelligente, quasi da branco: quando cambi uomini per necessità, introduci anche un elemento che può diventare un’arma. La novità. Le novità più in fase propositiva che in fase difensiva, disorientano gli avversari. Portano con sé quel pizzico di imprevedibilità, di follia, che non puoi mettere in conto, che non puoi prevedere abbastanza per neutralizzarla. È quel dettaglio che rompe la preparazione dell’avversario. È quel gesto non scritto che ti salva. È quel mezzo secondo di sorpresa che, a volte, vale un gol.
Nel calcio, le scelte parlano più delle parole. Se un allenatore non ha paura di schierare i giovani, anche scalando le gerarchie, sta mandando un messaggio gigantesco: fiducia, sicurezza, coraggio, personalità. Sono messaggi senza parole, ma spesso più efficaci di qualunque discorso. Un ragazzo che si sente scelto gioca più libero. Una squadra che sente la fiducia, gioca più unita. Un gruppo che percepisce coraggio e ambizione dall’alto trova coraggio dentro.
Il punto è questo. La partita non la vincono gli altri. La perdi tu. La perdi per timore. La perdi perché entri contratto. La perdi perché giochi pensando a ciò che devi evitare, invece che a ciò che puoi costruire. Il primo avversario, spesso, non è quello che hai davanti. È quello che ti porti dentro.
Se il Cagliari vuole davvero cambiare passo, non deve soltanto migliorare tecnicamente o tatticamente. Deve imparare una cosa più difficile: sentirsi forte. Perché la forza, nel calcio, non è solo nei piedi. È nel cuore e nella testa. Anche quando perdi.






