Crisi di identità e di coraggio, il Cagliari attraversa il peggior momento della stagione
Il Cagliari attraversa il momento più difficile della stagione: soli due punti nelle ultime sette partite raccontano di una squadra che sembra aver smarrito se stessa. Ma la crisi non è solo di risultati: è prima di tutto una crisi di identità e di coraggio.
Dopo un avvio che aveva mostrato personalità e idee chiare, i rossoblù sembrano aver ceduto al timore di sbilanciarsi, come se la priorità fosse evitare di perdere invece che provare a vincere. È il riflesso di un problema più profondo, culturale, che riguarda il calcio italiano nel suo insieme: l’abitudine a partire dall’idea di neutralizzare l’avversario, piuttosto che quella di imporre la propria identità.
Questa mentalità produce un effetto collaterale devastante: l’irrigidimento. Quando una squadra prova a “non prenderle” prima ancora di pensare a “darne”, perde la spontaneità dei suoi meccanismi, quella libertà espressiva che dà fluidità e imprevedibilità. Si finisce per giocare specchiandosi negli altri, diventando la brutta copia dell’avversario.
È un vizio nazionale. Le grandi segnano e poi si preoccupano di “gestire”. Le piccole aspettano e sperano di colpire in ripartenza. Tutti, in qualche modo, si difendono dal gioco stesso.
A Cagliari questo atteggiamento si è sommato a un altro limite: la frammentazione degli intenti individuali. Alcuni giocatori sembrano arrivati sull’Isola più per avere la possibilità di essere valorizzati molto di più che per valorizzare la squadra. È un dettaglio psicologico, ma pesa nei momenti decisivi: negli ultimi venti metri spesso non si sceglie in funzione del collettivo, ma in cerca del tocco della gloria personale, del gesto che “resta”. Così nascono le giocate sbagliate, le occasioni sprecate, la sensazione di superficialità davanti alla porta.
C’è poi un terzo elemento, altrettanto strutturale: l’influenza dell’arbitraggio. Gli arbitri in Italia non sono meri giudici, ma veri e propri navigatori della partita: possono spezzare o far scorrere il gioco, privilegiare chi attacca o chi difende, dare respiro o chiudere il ritmo. Hanno uno stile che orienta il tipo di calcio che vediamo, e spesso, per inerzia o propaganda, le decisioni pesano più sulle squadre piccole, quelle con meno voce mediatica.
In un contesto simile, l’unico antidoto è la scelta di rimanere se stessi. Giocare sempre, comunque, senza calcoli, esprimendo la propria personalità e accettando i rischi che comporta. Il Cagliari deve tornare a questo: al coraggio del movimento, della proposta, della libertà.
Perché i ruoli contano, ma contano anche le vocazioni: chi difende lo fa su base progettuale e tattica, raramente da solo, chi attacca per istinto e per natura, soprattutto nell’ultima scelta. E se la squadra perde l’equilibrio fra queste tendenze, inevitabilmente regredisce.
Non c’è tattica che tenga quando si smarrisce la fiducia di poter essere ciò che si è. E il Cagliari, adesso, deve solo ritrovarsi. Ogni squadra attraversa il buio, ma solo chi non smette di cercare la propria luce torna a vedere il campo per le tante possibilità che offre, e non solo per le minacce che moltiplica quando la classifica si accorcia.
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