Pafundi sogna un Mondiale di cui non ha alcun ricordo azzurro. Un'intera generazione privata di ricordi bellissimi: adesso Mancini è obbligato a non fallire più. E i club seguano il suo nuovo esempio: più Fagioli e meno Ramsey
Simone Pafundi è in prospettiva il miglior talento del calcio italiano. Ha esordito due sere fa con gli occhi sognanti, le scarpette dorate e due tocchi di palla da sembrare una benedizione per il domani azzurro. Classe 2006, l'anno dei Mondiali, l'urlo di Grosso, Cannavaro con la Coppa al cielo, Zidane contro Materazzi, e Buffon che para, e che ricordi, e che bellezza. Non per Pafundi, non per un'intera generazione di ragazzi. Chi oggi compie diciotto anni, di fatto, ha memorie lucide di un solo Mondiale azzurro, il 2014. Perché a sei anni abbiamo fotografie vaghe e giocose di un pallone che rotola su un prato verde, festa sugli spalti e l'inconsapevole visione degli abbracci dei nostri cari. Un maggiorenne, oggi, dell'Italia Mondiale ha solo i ricordi del gol del Costa Rica e dell'Uruguay, Godin e Ruiz a soffocare subito la gioia di Manaus e quei gol di Marchisio e Balotelli. L'Europeo vinto a Wembley è stata un'iniezione di fiducia, d'appartenenza, d'azzurro, di amor patrio e d'orgoglio, per tutti quei ragazzi che vivevano solo dei filmati del passato e di nulla del presente.
I Mondiali scandiscono i tempi delle nostre vite
Però è vero come è vero che sono i Mondiali a segnare i tempi delle nostre vite. Che danno impronte ai ricordi e alle memorie. Ricorderà, chi legge e non è di primo e fresco pelo, dov'era intorno alla mezzanotte di quel 1970, l'Italia in Messico e 4-3 alla Germania. Con chi era, perché c'era, magari pure cosa stava bevendo o con che cosa ha brindato, in quelle notti spagnoli straordinarie, l'urlo di Tardelli, Pertini che esulta, e poi Paolo Rossi, e poi l'Italia che eravamo noi, negli anni più belli, felici, spensierati. Le Notti Magiche, anche se non lo sono state fino in fondo, ma eravamo in quelle piazze, per Schillaci, per Baggio, e ci ricordiamo pure le lacrime per Pasadena, quelle di Roberto, le nostre, l'abbraccio con un amico, l'amata, l'amante, il nonno, col silenzio. L'Italia è quella che ci ha fatto sublimare il senso d'appartenenza a una bandiera nel 2006, agli emigrati in Germania, a chi ha festeggiato per le strade, nelle case, a chi s'è sentito gli White Stripes per giorni e settimane e che anche oggi non la fischietta per emulazione o moda o cliché ma perché ha ben scandito, anche adesso, quel coro nelle orecchie.
Più Fagioli e Pafundi, meno Ramsey e Maicosuel
L'Italia Mondiale di Giampiero Ventura e l'Italia Mondiale di Roberto Mancini ci hanno privati di questo e hanno privati un'intera generazione, e anche più, di questi ricordi. Di capi saldi e di punti fermi nella vita, nel calendario delle nostre esistenze. Del chiudere gli occhi e ricordare, perché in questo incedere così frenetico lo facciamo così poco e quando ci fermiamo non abbiamo neppure degli anni pari, ogni quadriennio, per dipingere d'azzurro le nostre memorie. Per la Macedonia non ha pagato nessuno, tutti sempre ben spediti per inerzia ad andare sul carro dell'Europeo. Il passato è passato, anche se ci è stato negato, quando questo presente sarà triste memoria. Adesso c'è l'oggi e lo sguardo al domani: Mancini e tutta la Federazione non commettano un altro sacrilegio, ovvero quello di mancare ancora un Mondiale. Sarà a 48, sembra fatto appositamente per ridurre le lacrime e aumentare i voti a favore alle elezioni della FIFA. Ma siccome qui non c'entra la politica, ma solo i sentimenti, allora la strada intrapresa sembra quella giusta. Basta con la Nazionale della riconoscenza, perché è anche per il mancato coraggio d'aprire un nuovo ciclo che l'Italia non è in Qatar. Avanti ai giovani, largo ai ragazzi, spazio ai nuovi, e pure i club capiscano che è meglio un Fagioli di un Ramsey, meglio un Dimarco di un Dalbert, meglio un Pafundi di un Maicosuel. Sono dietro l'angolo, questi talenti, e invece per moda e per economie che guardano il dito e non la luna, li cerchiamo lontano per poi spesso non trovarli. La strada azzurra, nuova, è complicata ma sembra ben imboccata. Buon Mondiale a tutti, tra poco si parte. Senza l'Italia. Speriamo, per l'ultima volta.






