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Como-Fiorentina, due esempi di come fare business e una mossa di 'internazionalizzazione' da cui i viola possono prendere spuntoTUTTO mercato WEB
© foto di Federico De Luca 2026
Oggi alle 20:00Copertina
di Alessandro Di Nardo
per Firenzeviola.it

Como-Fiorentina, due esempi di come fare business e una mossa di 'internazionalizzazione' da cui i viola possono prendere spunto

Il 22 agosto 2019, davanti a 10mila spettatori assiepati sui roventi gradoni dello stadio Artemio Franchi, Franck Ribery viene presentato come nuovo colpo stellare della Fiorentina. Tre giorni più tardi, davanti a mille presenti, il Como supera a fatica la Pergolettese (reti di Gabrielloni e Ganz nel finale) per la prima giornata di Serie C. Sei anni possono essere tanti, tantissimi. Sono utili per mettere in fila due cicli, visto che gli stessi sono partiti in pratica all'unisono. Nell'estate 2019 appunto, Rocco Commisso sbarca a Firenze e, qualche chilometro più in su, gli Hartono rilevano il Como.

Sei anni dopo è cambiata la terra sotto ai piedi di entrambe le realtà che si affronteranno sabato al Sinigaglia, un universo di cambiamento rappresentato da un numero, il ventitré. Sono questi i punti di distanza in classifica tra Como (sesto) e Fiorentina (terzultima). Como-Fiorentina è un incrocio che fa particolarmente male ai tifosi viola perché è uno specchio in cui si riflette, per difetto, tutto quello che poteva essere e non è stato. Anche perché le premesse erano diverse, per blasone delle città a livello calcistico e consolidamento/risultati negli ultimi anni. Per fortuna (sfortuna per qualcuno) lo sport, in alcuni suoi anfratti, dimostra di non guardare molto a storia, palmares, pedigree e a questo concetto astratto di 'piazza'. E quindi sei anni dopo è tutto capovolto. La bolla Como è cresciuta gradualmente, anche se partiva su una base più che solida - Robert Hartono, 84 anni, ha un patrimonio netto stimato (dati Forbes) di 26,5 miliardi di dollari, il fratello minore Michael, 83 anni, si deve accontentare di 'soli' 25,5 miliardi, in tutto fanno 52 miliari, mentre la famiglia Commisso ha un saldo da circa + 8 miliardi di dollari sul conto, qui un riassunto sull'impero degli Hartono-. E si contrappone, proprio per scelte fatte, a quanto visto a Firenze.

Innanzitutto per la mission, la visione societaria: l'internazionalizzazione di un brand, gentrificazione applicata allo sport, una visione 'esterofila' che vediamo anche negli acquisti sul mercato - proprio prima della gara d'andata a Cesc Fabregas fecero notare questa differenza, la Fiorentina è la squadra più 'italiana' del campionato, il Como è agli antipodi, lui disse semplicemente che non aveva trovato calciatori italiani under23 in grado di alzare il livello-; una questione di brand appunto, quindi anche di marchio, di stemma, rivoluzionato, di maglia, che attinge a pieno al vero asset locale, l'iconico lago; acqua e squadra che si mischiano per colori e simboli, creando un binomio anche nella mente del tifoso (o cliente?); anche a Firenze ci hanno provato - e ci proveranno, visto che Fabio Paratici, quando si è presentato, ha parlato della volontà di avere un club più internazionale -, Commisso ha puntato più sugli asset da costruire (Viola Park e Franchi) piuttosto che sul patrimonio culturale della culla del Rinascimento, ha rivoluzionato lo stemma e provato a cambiare qualcosa anche nella comunicazione, ma anche lì il Como si è distinto con scelte che in questo momento hanno premiato di più (l'idea di creare un canale specializzato, Mola Tv, poi divenuto un vero e proprio broadcast, ad esempio). Il risultato è che oggi la maglia di Nico Paz è in tendenza ovunque, quella di Kean e soci un po' più in basso nelle vendite.

E poi la presenza della proprietà: fa strano pensarlo, ma se chiedeste ai tifosi del Como un giudizio sulla vicinanza della presidenza vi risponderebbe positivamente, un altro paio di maniche se la domanda fosse posta a un fiorentino. Eppure gli Hartono non sono mai stati a Como, eppure Commisso ha fatto spesso bagni di folla a Firenze e dopo la sua tragica scomparsa anche il nuovo presidente, il figlio Giuseppe, sembra volerlo imitare. Gli Hartono hanno però piazzato un manager, Mirwan Suwarso, che de facto svolge il ruolo di presidente, lui sì, sempre presente comunicativamente e fisicamente. Como e Fiorentina rappresentano due modi di fare business legato al calcio ma anche di gestire un'azineda. La differenza maggiore la si vede nella gestione dell'allenatore: Cesc Fabregas è effettivamente qualcosa di più, un manager all'inglese (nonché socio di minoranza del club) e oggi è impossibile pensare alla realtà comasca senza di lui, come ha fatto capire anche la proprietà, che ha avuto la forza di bloccare il suo passaggio all'Inter in estate; a Firenze invece non si è mai aperto un vero e proprio ciclo, prima Montella, poi Iachini, l'interregno Prandelli, Italiano, Palladino, Pioli, ora Vanoli.

Poi c'è il mercato: la Fiorentina ha speso (su italiani soprattutto) ma ha anche sacrificato, il Como ha un saldo di oltre 260 milioni spesi nelle ultime due sessioni di trattative; è soprattutto lì che si ribaltano le gerarchie. E così ad agosto 2025, Martin Baturina, talentuosissimo classe 2003 croato, è arrivato in riva al lago e non sotto la Cupola del Brunelleschi. A Como hanno trovato una figura forte, internazionale, l'hanno portata in società a fine carriera, l'hanno messa sulla panchina e gli hanno dato carta bianca. A Firenze c'è sempre l'impressione che anche le più belle storie recenti (vedi il triennio Vincenzo Italiano) finiscano per logorarsi più velocemente. Conta tanto la pressione della piazza: lo ha spiegato Fabregas nella conferenza post Coppa Italia al Franchi "Io sono fortunato ad aver trovato questo spazio al Como, dove c'è stata pazienza. Non è come alla Fiorentina, dove si deve giocare bene e vincere. Abbiamo fatto errori ma stiamo imparando". Quando parla l'ex asso del Barcellona, così come quando giocava, bisogna stare attenti. A settembre tirò fuori altri due concetti che spiegano bene la differenza tra i due universi: "La gioventù oggi è il nostro punto di forza, non la debolezza. Addai dopo aver segnato voleva fare il terzo gol, è partito di nuovo in contropiede, l'abbiamo persa e la Fiorentina poteva pareggiare. Dzeko nella stessa situazione avrebbe preso un fallo o un corner e la partita sarebbe finita lì. Ma cosa gli dico, di non farlo? No, non posso e non devo.  Fino a due anni fa giocavamo con palle lunghe per Cerri, nel frattempo abbiamo cambiato tutto, siamo nel bel mezzo di un percorso". Fino a due anni fa la Fiorentina giocava la finale di Conference League. E per molti non era abbastanza.