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Dodô ricorda la guerra: "Per fuggire da Kiev viaggiai in piedi in treno per 16 ore"TUTTO mercato WEB
© foto di Federico De Luca 2026
Oggi alle 17:45Serie A
di Alessio Del Lungo

Dodô ricorda la guerra: "Per fuggire da Kiev viaggiai in piedi in treno per 16 ore"

Dodo, terzino destro della Fiorentina, è intervenuto in occasione del consueto appuntamento con il podcast A luci spente, prodotto proprio dal club viola: "Sono cresciuto in un quartiere di San Paolo dove abitava molta gente povera. Il mio sogno era uscire da lì e portare con me la mia famiglia. Le persone, però, erano vicine tra di loro. In Brasile c'è tanta diversità ma è stato fondamentale anche per darmi tanti insegnamenti". Ci racconti un aneddoto. "Giocavo con i miei amici, stavo correndo verso la palla e una macchina mi ha preso. Per la paura mia mamma mi ha mandato in una scuola calcio e lì è iniziato l'amore per questo sport". Suo fratello invece ha avuto una vita complicata. "Avevo un fratello che era il mio specchio in casa. Lui ha iniziato ad entrare nel mondo della droga. Una sera era tardi e mia mamma voleva andare a cercarlo per farlo rientrare a casa. Andai con lei. L'abbiamo trovato, era ubriaco, e, nonostante i 16 anni, voleva sparare a due ragazzi, davanti a me e a mia mamma. La mia mamma iniziò a pregare che non sparasse e la pistola non funzionò. Dopodichè scappò, sparendo per 2 mesi. Una volta tornato, aveva rubato una casa insieme ad altre persone, ma la polizia era riuscito a trovarli. Iniziarono a sparare verso di loro. Non volevo parlare di questo, lui ha portato tanta tristezza. Voglio tanto bene a mia mamma, l'ho vista soffrire troppo. Avevo 11 anni. Mio fratello, invece a 18 anni è andato in carcere, facendosi ben 15 anni dietro alle sbarre". Sua mamma è sempre stata fondamentale. "Da 13 anni è stata sola con me e le mie sorelle perchè nostro padre ci ha abbondati. Nel suo lavoro lui stava tanti giorni fuori. Dopo c'ho che è successo mi sono rimaste in testa solo mia mamma e le mie sorelle. Mia mamma ha dato tutto per noi, anche per mia moglie durante i momenti difficili. Mi sento molto simile a lei, per la sua allegria". Poi il passaggio in Ucraina e la guerra. "Lo Shaktar è stato importante, avevo 19 anni, c'erano tanti brasiliani. Inoltre ho giocato la Champions e la squadra era davvero forte. Un giorno, alle 4 di mattina, mia moglie mi ha chiamato dicendomi che la Russia aveva iniziato a bombardare l'Ucraina. La tranquillizai dicendole che non c'era nulla, ma, tempo 5 minuti, iniziarono i bombardamenti. Alcuni di noi calciatori abitavamo in una villetta vicino all'aeroporto e vedemmo tutto chiaramente, perchè l'areoporto venne bombardato per primo. La gente, poi, iniziò a riversarsi nelle strade per cercare di scappare in macchina. Una cosa chiaramente impossibile. Allora decidemmo di andare subito in un hotel di proprietà della società, che aveva un bunker, e ci rifugiammo lì. Poi inziammo a parlare con la federazione ucraina, ma passarono 7 giorni. Una volta due giocatori cercarono di uscire dall'hotel, ma i russi inziarono a sparare. Alcuni calciatori erano con mogli e figli, mentre io ero solo, la mia famiglia era in Brasile". Da Kiev è riuscito a fuggire. "Una persona ci disse che dovevamo raggiungere la stazione e che c'era un treno che arrivava a Budapest. Ci disse sarebbe stato tranquillo e che senza quello non saremmo mai usciti dall'Ucraina. Tutti prendemmo macchine e passaporto, non pensammo ad altro e partimmo. In stazione era pieno di gente che voleva scappare. Siamo riusciti a trovare il posto sul treno grazie ad una persona della federazione. Il viaggio è durato 16 ore e siamo dovuti stare in piedi perchè, dopo di noi, entrarono tutte le altre persone che si trovavano fuori. Appena partiti iniziammo a vedere che tutta Kiev era bombardata. Tornato dall'Ucraina ho fatto solo viaggi con la mia famiglia per 6 mesi. Volevo approfittare della mia vita". Un aneddoto che riguarda invece alcuni suoi compagni di squadra? "Dovevamo affrontare l'Atalanta. Pensavo che non sarei neanche stato convocato, invece andai in panchina. Addirittura, dopo il nostro pareggio arrivato al 92', il mister mi fece alzare. Mi disse di rimanere in difesa, perché il pareggio andava bene. Ovviamente non lo feci. Dopo un palo di Malinovskyi, partii in contropiede e mi involai verso la porta avversario. Gosens provò invano a fermarmi, passai il pallone a Solomon e segnammo il gol vittoria. Da quel giorno io e Solomon diventammo titolari e nella partita successiva, contro il City, riuscii a servirgli un altro assist per il suo gol. Ricordo spesso quel momento a Gosens".