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Da Modena alla Lazio: la carriera infinita di Marco BallottaTUTTO mercato WEB
© foto di Federico De Luca
Oggi alle 19:00Storie di Calcio
di TMWRadio Redazione

Da Modena alla Lazio: la carriera infinita di Marco Ballotta

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A Storie di Calcio, trasmissione di TMW Radio, stavolta è protagonista chi si è distinto per anni in mezzo alla porta, riuscendo a collezionare record e portando a casa anche diversi titoli. Francesco Tringali ha intervistato Marco Ballotta. Partito dalle giovanili del San Lazzaro, formazione emiliana di Interregionale, riuscì in breve tempo a fare il salto passando al Bologna senza mai scendere in campo fino al passaggio al Casalecchio, dove fece 22 presenze. In seguito tornò al Bologna nel 1983 e rimase di proprietà del club rossoblù fino al 1985, anche se andò a giocare nel Modena nell'ottobre 1984. Fino al 1990 ha difeso la porta gialloblu, con due promozioni in Serie B. Addirittura nella stagione 1989-1990, culminata con la promozione del Modena in Serie B, subì solamente 9 reti in 34 incontri disputati, rimanendo imbattuto per 958 minuti consecutivi.  Poi per Ballotta il passaggio al Cesena, con cui esordì in Serie A, venendo poi ingaggiato dal Parma dove rimase tre anni, giocando come secondo da titolare e vincendo una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa UEFA. A seguire le esperienze a Brescia e Reggiana, prima dell'importante chiamata a Roma, sponda Lazio, dove il portiere vince lo scudetto del 2000, due Coppe Italia del 1997-1998 e 1999-2000 e Coppa delle Coppe 1998-1999. Dopo un anno come secondo portiere all'Inter, tornò nel 2001 a giocare per tre anni da titolare nel Modena, con cui conquistò la promozione in Serie A e una salvezza ottenuta all'ultima giornata con un pareggio per 2-2 in casa del Brescia.  Nell'autunno 2004 fu ingaggiato dal Treviso contribuendo da portiere titolare alla prima promozione in Serie A del club veneto poi, tornato alla Lazio nel 2005, con otto presenze 8 volte stabilì il primato di anzianità per un giocatore di Serie A. E chiuse la sua carriera nel 2008. "Io all'epoca giocavo, mi divertivo, sono cresciuto nel settore giovanile del Bologna ma mai avrei pensato di diventare professionista - ha ammesso Ballotta -. Sono cresciuto con Pagliuca, poi da lì sono andato in Interregionale, per crescere più in fretta. Da lì sono tornato a Bologna e da lì sono partito nella mia carriera. Sinceramente pensavo chissà cosa volesse dire giocare con i professionisti, ma in realtà per me era tutto facile". E pensare che all'inizio ha provato più ruoli: "Io giocavo a tutti gli sport, ed è questo che mi è servito tanto. Ti aiuta nella coordinazione. Poi io dovevo continuare a giocare a basket, la mia compagnia giocava a basket, io però poi giocavo anche a calcio. Mi videro dei dirigenti del mio paese dove vivevo e mi chiesero se volessi andare a iscrivermi alla società per giocare lì. Allenandomi anche in porta durante il gioco normale avevo delle attitudini da portiere, anche se non ci avevo mai giocato. Poi per l'incidente di un portiere mi chiesero di provarci e cominciai ad andare anche discretamente. Poi mi videro i dirigenti del Bologna e mi portarono lì". Tra le prime squadre importanti per Ballotta c'è il Parma: "Venivo da Cesena, il tecnico del Modena non mi voleva, mentre a Parma c'era Pastorella che mi conosceva e mi disse di andare a fare il secondo a Taffarel. Io volevo giocare, lì avrei giocato poco ma era vicino casa. Scelsi Parma e non me ne pentii. Si giocava già la coppa lì, era un gruppo formidabile con Scala, un gruppo che ancora si incontra col mister per dire quanto era importante quella squadra e quanto siamo ancora legati. E non è un caso se sono arrivati certi risultati. Scala cercava di accontentare tutti e ti diceva comunque le cose in faccia. Il momento più bello è sicuramente la vittoria della Coppa Italia contro la Juventus, il trionfo più importante perché fu il primo. Poi quello di Wembley, dove portammo 13mila tifosi in quello stadio. Abbiamo davvero smosso una città intera". E poi la Lazio: "Mi ricordo Dino Zoff, il mio idolo da bambino, che mi scelse. Per me sapere che lo avesse fatto lui fu un enorme piacere. Già lì siamo partiti col piede giusto. Io poi all'epoca non avevo il procuratore e firmai direttamente con lui. Mi chiese quanto volessi e io gli dissi 'Faccia lei'. Lo misi in difficoltà ma mi diede più di quello che pensassi. Inizialmente mi feci male a un ginocchio, dopo il ritiro, e già lì sentivo voci che dicevano che vevano preso un anziano. Poi però dopo 20 giorni ero già in campo. E mi sono ritagliato i miei spazi. Mi sono trovato benissimo con Eriksson. Mi chiese di fare il patentino durante la stagione, perché mi voleva portare con sè dopo la carriera. Ma non l'ho seguito perché ho giocato tanto ancora. L'unico rammarico l'anno quando siamo arrivati ai quarti di Champions, andando fuori col Valencia. Quel gruppo era fatto da fenomeni. A Formello nelle soste per le nazionali rimanevamo in 4-5 a fare allenamento, per capire che gruppo era. Erano tutti nazionali. Nei momenti più caldi, Eriksson, da classico svedese, lui sereno ti dava una risposta. Era un piacere dargli una mano in panchina, si faceva davvero ben volere". E poi anche l'Inter: "Ho avuto Lippi a Cesena, dove non ho mai giocato. Poi l'ho incontrato col Parma quando era con l'Atalanta, e lui mi disse che avrei meritato di giocare a quel tempo. E secondo me fu lui a chiamarmi all'Inter, forse anche per questo motivo. Ero curioso di andare in una squadra così blasonata, per vedere come erano organizzati, ma non era come pensavo. Poi col tempo migliorò. Però c'erano giocatori importanti. In quell'anno però eravamo assortiti male".