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tmw / juventus / Editoriale
Sogni “champions” alle porte di IstanbulTUTTO mercato WEB
Oggi alle 08:40Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

Sogni “champions” alle porte di Istanbul

Se insisti a sognare insisti a ravvivare il fuoco della tua vita. Rubén Darío

L'epos bianconero si tinge della luce più vivida quando l'ombra della Mole si proietta sui manti erbosi d'Europa, per giocarsi il sublime tormento della coppa dalle grandi orecchie. Il preludio a ogni confronto è l'inno maestoso, una composizione corale che eleva lo spirito e incute timore reverenziale. Al risuonare delle note, ispirate al "Zadok the Priest" di Händel, si percepisce l'essenza stessa della competizione: l'élite del calcio europeo che si appresta alla contesa. L'attesa febbrile si traduce in brividi lungo la schiena per i tifosi, presagi di una battaglia imminente. Ogni edizione è per il tifoso juventino una "Madeleine" proustiana. Il suono dell'inno risveglia ricordi di epoche passate: le notti di Platini e Boniek, l'urlo al cielo di Roma di Del Piero e Vialli, la solidità di Scirea su tutti i campi d’Europa e la grazia e leggerezza di Zidane e Pirlo. È un romanzo sulla memoria e sul desiderio, dove il passato non è mai veramente trascorso, ma agisce come una forza che spinge a cercare nel futuro quella gloria già assaporata e mai dimenticata. Non è mera contesa sportiva, ma un rituale solenne che si consuma sotto il firmamento europeo, dove la Signora del calcio italico smette le vesti domestiche per cingersi del manto d'ermellino delle grandi occasioni. Il tempo si cristallizza e la storia chiama a raccolta i suoi eroi. Per la Juventus, la Champions League non è un semplice torneo, bensì una ricerca del Sacro Graal che si rinnova di stagione in stagione. È un’ambizione che si fa poesia: il contrasto netto delle strisce bianche e nere che sfida le compagini più nobili del continente, in un gioco di chiaroscuri dove la gloria e la tragedia si sfiorano con dantesca intensità. La Juventus in Champions è quell'infelicità nobile e orgogliosa: una squadra che ha vinto tutto, ma che vive nel tormento di ciò che le manca da troppo tempo, rendendo la sua ricerca infinitamente più poetica di chi la coppa la solleva con banale regolarità.

Forse niente di più che giocare contro il Galatasaray di Instanbul può descrivere certe emozioni.

Una Istanbul rossa e azzurra, che profuma di fiori di tiglio e di tramonti sul Bosforo. È questo il ritratto della capitale turca dipinta dalla penna magica di Ferzan Özpetek. «Istanbul, la città della malinconia, anzi degli hüzün, quel sentimento a metà tra la tristezza e la nostalgia. Sarà per i palazzi abbandonati che si stanno sgretolando, o per le yali, le antiche case di legno costruite su pontili e affacciate sull'acqua del Bosforo, usate un tempo per la villeggiatura, poi bruciate o distrutte una dietro  l'altra [...] Per me Istanbul è invece una città a colori: il blu della moschea di Rüstem Pascià avvolta di maioliche di Iznik in Anatolia dove sono state create e modellate e l'azzurro di certe giornate in cui il cielo ti fa venir voglia di diventare aquilone [...] Istanbul è il blu e rosso, che paiono riuscire a fondersi solo in certi tramonti sul Bosforo. È il rosso, il rosso dei carrettini dei venditori ambulanti di simit, le ciambelle calde ricoperte di sesamo che sono la prima cosa che compro quando arrivo. Il rosso fiammante dei vecchi tram, oggi ne è rimasto solo uno, con cui i turisti attraversano il cuore della città. Il rosso arancio con cui erano decorati i piattini del thè [...] Il rosso dello smalto sulle unghie di mia madre [...] Il rosso della tuta Adidas che mi ha chiesto in regalo e che le porto in valigia

In questo palcoscenico, ogni tocco di palla diviene un verso, ogni parata un atto di resistenza contro il fato. Il fascino risiede proprio in questa tensione ideale: un legame indissolubile fatto di trionfi scolpiti nel mito e di cadute che portano in dote il sapore acre e nobile del sacrificio. È il desiderio che arde, la volontà di potenza che si sprigiona nel confronto con i giganti, laddove il blasone sabaudo cerca la sua definitiva consacrazione nell'Olimpo dei tempi.

Si, stiamo sognando, ma ce lo impone proprio quella coppa scolpita con la materia di cui sono fatti i sogni.

Nelle notti di gala, lo stadio diviene cattedrale. Lì, tra il fragore delle folle e il fremito dell'erba rugiadosa, si celebra l'essenza stessa della juventinità: quell'ineluttabile propensione all'eccellenza che non accetta confini geografici, ma ambisce a dominare le stelle, trasformando una partita di pallone in una marcia trionfale verso l'immortalità sportiva. "Vincere non è importante, è l'unica cosa che conta", ma sotto le luci della Champions, vincere diviene un dovere verso la Storia stessa.

Roberto De Frede