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La Juventus marcia su Roma dopo l’epica serata…TUTTO mercato WEB
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

La Juventus marcia su Roma dopo l’epica serata…

“Il vero calcio rientra nell'epica: la sonorità dell'esametro classico si ritrova intatta nel novenario italiano, i cui accenti si prestano ad esaltare la corsa, i salti, i tiri, i voli della palla secondo geometria labile o costante". G. Brera

Il calcio è l'unica religione dove i miracoli si pagano con il sangue e il sudore, e mercoledì sera a Torino la Juventus ha offerto entrambi, su un altare di cemento e gloria. Erano partiti come condannati, con le cinque ferite di Istanbul ancora aperte e sanguinanti, un risultato che pesava quanto una lapide.

C’è qualcosa di profondamente crudele, e forse per questo supremamente letterario, nel concetto di una vittoria che non salva. Sotto le luci bianche dell’Allianz che parevano voler illuminare non tanto un campo, quanto un palcoscenico di destini interrotti, la Juventus ha messo in scena quella forma di eroismo che appartiene a chi combatte contro un verdetto già scritto nel passato. Perché la verità - quella verità che noi spettatori cerchiamo di ignorare fino al fischio finale - è che la partita di Torino non era che l’eco di un’altra partita, un’ombra proiettata da un tempo che credevamo di aver superato e che invece ci ha presentato il conto.

Esiste un’estetica della sconfitta che il tabellino non potrà mai contenere. Contro i turchi la Juventus non ha giocato una partita di calcio, ha messo in scena un dramma barocco, una di quelle opere aperte care a Umberto Eco, dove il finale è scritto nel marmo del passato, ma l’azione freme di una vitalità ribelle. Vincere - perché di vittoria si è trattata - in dieci contro il Galatasaray, lottando contro l'inferiorità numerica e il ticchettio inesorabile di un orologio sincronizzato con l'abisso, è stato un atto di resistenza ontologica. L’espulsione nel teatro del calcio è solitamente un presagio di sventura: protagonista quell'arbitro, simile a un severo Griso che non intende ragioni, con il suo sventolante vermiglio cartiglio. E la sventurata rispose...sul campo! L’essere rimasta in dieci per la Juventus è diventato un esercizio di sottrazione minimalista. Come nelle sculture di Michelangelo, dove il non finito urla più della perfezione levigata, l’assenza di un uomo ha generato un’eccedenza di spirito. I dieci rimasti sul prato non erano più atleti, ma monadi leibniziane, ognuna specchio dell'intera volontà di potenza di una squadra che ha rifiutato di farsi dettare l'esito dalla sfortuna.

La vittoria ottenuta, paradosso filosofico, purtroppo ai fini del torneo europeo ricorda molto quella di Pirro. È una battaglia vinta nel fango della contingenza, mentre la guerra - quella qualificazione che assume i tratti della chimera bellerofontiana - svanisce oltre l’orizzonte. La Juventus, finalmente di nuovo con le sue strisce palate verticali bianconere, ha vestito i panni di Sisifo: ha spinto il macigno del risultato fino alla vetta dell'Allianz, con uno sforzo che ha commosso gli dèi del pallone, solo per vederlo rotolare giù a causa di un peso accumulato altrove, in altre notti, in altri respiri mancati.

Perché la coppa, per questa Vecchia Signora, è diventata l'oggetto del desiderio lacaniano? È ciò che si insegue proprio perché sfugge, un vuoto che dà senso a tutto il movimento ma che non può essere colmato. La serata di mercoledì ha confermato che la bellezza della Juventus risiede ormai nel suo anelito, non nel suo possesso. È un'epica del quasi, un'elegia dell'eroismo giammai inutile che, proprio perché privo di premio finale, brilla di una luce purissima, quasi sacrale. La Juventus cade, ma cade come le grandi querce: con un fragore che onora la selva. Non è stato il passaggio del turno, ma è stata la dimostrazione che l'uomo, pur stretto nella morsa della sventura e dell'inferiorità, può ancora sfiorare l'eterno. Si esce dal campo col cuore in pace, perché, come ben sappiamo, Dio non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.

Mentre le luci di Torino si spengono su questa gloria malinconica, il calendario impone un cambio di paradigma: la discesa verso Roma. Se la champions è il regno del tragico, dove il fato vince sempre sull'eroe, il campionato e la sfida contro i giallorossi rappresentano il regno del politico e dello storico. La marcia verso Roma è il ritorno alla terra, alle pietre miliari della via Aurelia, alla concretezza del dominio nazionale. La Juventus viaggia carica di quella rabbia colta di chi sa di essere superiore al proprio destino europeo. A Roma non si cercherà la chimera, ma la restaurazione dell'Impero.

Non è il successo che nobilita l'uomo, ma la dignità con cui affronta l'impossibile. La Juventus è stata nobile, stasera a Roma dovrà tornare a essere spietata. Dalla cenere di un'epica incompiuta nasce la necessità di una prosa vittoriosa. La storia conta quello che è successo, ma la letteratura conta come è successo e cosa ha significato per chi l'ha vissuto: emozioni indelebili di un luminoso bianco e nero, che fa della speranza una concreta realtà.

Roberto De Frede