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L’anima ammalata della Vecchia SignoraTUTTOmercatoWEB.com
domenica 25 settembre 2022, 20:08Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

L’anima ammalata della Vecchia Signora

“La potenza della parola e della volontà nei riguardi delle cose dell'anima sta nello stesso rapporto della potenza dei farmaci nei riguardi delle cose del corpo.” (Gorgia)

In questa domenica particolare senza calcio, ma con gli italiani scesi ugualmente in un campo altrettanto complicato, possiamo riflettere serenamente e senza la paura di risultati sportivi negativi, sul malessere che affligge la Juventus, che oltre ad essere puramente di natura fisico-tattica, dovuto in primis alla sciagurata preparazione estiva precampionato (causa tour U.S.A.), è anche oserei dire spirituale.

Lo abbiamo ripetuto alla nausea, la rosa non è composta da una ventina di broccoli e cavolfiori, bensì da ottimi calciatori che hanno momentaneamente perso la bussola, ma che doverosamente vestendo quella casacca bianconera la devono ritrovare, senza mai più vacillare, scendendo in campo con un unico pensiero: vincere giocando a calcio.

È triste prendere contezza che la Juventus è brutta, senz’anima, o peggio con un’anima ammalata, zoppa, ansimante, impaurita, svogliata. Per dare un’immagine del male (provvisorio si spera!) dell’anima dei bianconeri, pensiamo ad un vecchietto che esce a passeggio portandosi il suo inseparabile orologio nel taschino, quando ad un certo punto la sua cipolla svizzera ottocentesca si ferma e l'uomo continua a camminare. Bisogna dare subito corda affinché quel corpo non vada a zonzo solitario senza quel soffio vitale, quella forza interiore, quella spinta imprescindibile.

Wells, quello de “La macchina del tempo”, narrava di un tale che aveva perduto il peso specifico. In casa costui se ne stava appiccicato al soffitto come un palloncino da bambini o scendeva al pavimento aggrappandosi ai mobili, e per non ritornare di colpo tra gli stucchi del cornicione, s'infilava sotto la scrivania come un siluro. Quando usciva di casa per prendere una boccata d'aria, gli toccava riempirsi le tasche di piombi e reggere in ogni mano una valigia carica di sassi. Osservo la Juventus di oggi e ripenso a quel futile personaggio di Wells. Le loro condizioni collimano. Diversi in apparenza, i loro “drammi” sono in effetti un solo e medesimo dramma. Quell’uomo, e così come la Vecchia Signora, hanno perduto il loro peso; la nobildonna bianconera non quello specifico, ma quello interiore, dell’essenza e della bellezza di possedere un’anima sana, vitale e vincente, smarrendo la consapevolezza di essere lì per non arrendersi mai e vincere.

Probabilmente la loro sofferenza è difficile a definire. Loro stessi non sanno dire cosa sentono, qual male li rode e tanto meno descriverlo. Questo è normale, perché chi smarrisce l’anima non sa di non averla più, chi la tiene ammalata non lo sa, ma se ne accorge quando qualcuno bussa sulla spalla mostrandogli il percorso fatto sino ad allora, o quando dopo qualche chilometro percorso su una strada vuota, grigia, senza luce e senza sorrisi, tira l’orologio dal taschino e con tristezza si accorge che è fermo da un pezzo. È una malattia torbida, la più sfocata, la più impressionista si potrebbe dire, e inizialmente anche la diagnosi non può che essere generica, oscura, e vana.

Bonucci e compagni, dopo il triplice fischio, qualcosa pur dovranno sentire dentro di loro, lo spero, perché più accusano malessere, più semplice dovrebbe essere il percorso per ritrovarsi. Mortale sarebbe l’indifferenza. La voglia di ritrovarsi deve bussare alle spalle dei calciatori, riappropriarsi ciascuno della propria anima e riprendere il cammino luminoso. Quando sarà i loro occhi, vaganti sino ad allora, si riaccenderanno di colpo, e l’orologio non si fermerà più, accompagnando la Vecchia Signora verso trionfi gloriosi.

Ora serve trovare la medicina. Il Mental Coach? Mah, sono scettico, anche perché sarebbe un ennesimo alibi se le cose non dovessero andar bene. Il motivatore, chiamiamolo con la nostra lingua, l’allenatore della mente, avrebbe il compito di portare il calciatore a sviluppare una forte consapevolezza di sé, ma anche a insegnargli tecniche di concentrazione, di automotivazione e di potenziamento della propria persona interiore. Basterebbe forse anche qualche VHS, un tempo così si diceva, di partite immortali e di vittorie leggendarie, di uomini che hanno fatto la storia, per rianimare anche l’anima più ammalata. Non mi pare che dopo la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni contro l’Amburgo ad Atene nel 1983, inaspettata e cocente, che avrebbe potuto affondare una portaerei, quella squadra si mise sotto le amorevoli cure di dottori motivazionali. Eppure negli anni seguenti quegli uomini vinsero tutto quanto c’era da vincere, in Italia, in Europa e nel mondo. E gli esempi potrebbero continuare. Ecco, forse bisognerebbe semplicemente ricordare ai nostri calciatori le gesta dei prodi che indossarono quella maglietta a strisce bianche e nere, sempre vincente, anche dopo periodi più o meno brevi di inanimazione, chiaramente sperando che restino solo rime baciate letterarie quelle tra Kostic e Krasic, e Vlahovic e Kovacevic… e non terribili assonanze in campo, e che scelte di mercato misteriose si dissolvano senza più tornare (vedi Raspadori lasciato tranquillamente andare verso il golfo di Napoli, tenendosi stretto stretto Kean sotto la Mole… almeno fosse quella granata…!)

Un tonico potentissimo sarebbe quello di spruzzare orgoglio da tutti i pori. E questa curetta, indolore e vincente, la dovrebbero fare tutti quelli dello staff dirigenziale, allenatore compreso, non soltanto i giocatori. Orgoglio non in senso negativo di chi si vuole porre su un piedistallo e guardare tutti dall’alto senza costruire nulla: si rimarrebbe inutilmente soli con i problemi irrisolti. Questa solitudine, sinonimo di sconfitta, la si evita solo coltivando quell’orgoglio che Aristotele considerava una sorta di corona delle virtù, impossibile senza nobiltà, carattere e personalità. Tutte qualità storiche del DNA bianconero.

Cara Vecchia Signora si curi subito, perché con l’anima guarita e ritrovata, ritroverà se stessa, e con lei i suoi campioni in campo, e le vittorie chiameranno altre vittorie, e mai medicina migliore sarà quella di arrivare ai traguardi prefissati!