L’Inter deve sognare meno e vincere di più: che sberle in Champions per la squadra più forte d’Italia. Intanto in FIGC si litiga. Sulle riforme? No, sulle nomine
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Ivan Cardia
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autore Ivan Cardia
14.10.2026 00:00Editoriale
I sogni son desideri, gli obiettivi sono materiale ancora più insidioso. Hanno una cosa in comune: rischiano di finire male. Poi dai sogni ci si sveglia, e magari ci si fa male. Ma con gli obiettivi va peggio: se non li raggiungi, fallisci. L’Inter, con il Club Brugge, doveva mettere i primi tre mattoni di un percorso europeo necessariamente più lungo rispetto a una Champions League fa. E invece la serata più nera che azzurra di San Siro ridimensiona in maniera inequivocabile la squadra di Cristian Chivu, la più forte d’Italia, che però in Europa sale a sette sconfitte nelle ultime otto partite giocate.
Il grande inganno, ripensando alle ultime stagioni, è che l’Inter riparta dalle due finali giocate e perse. No: l’Inter riparte dai playoff falliti con il Bodo/Glimt. È su quello che va tarato il sogno interista di quest’anno. Poi, certo, c’è il retrogusto di esserci andati vicino e, magari, volerci riprovare. Ma quando ti esponi e parli di sogno, obiettivo, ambizione, responsabilità, pur con tutte le sfumature semantiche di queste parole così diverse, il rischio di sopravvalutarti è dietro l’angolo. L’Inter, che in Italia è la più forte da sei-sette anni, senza però aver vinto in ogni singola stagione di questo periodo, vive sempre sul crinale di questa sopravvalutazione e rischia di pagarla proprio in Europa.
Sta di fatto che la miglior squadra italiana, al massimo, la Champions può sognare di vincerla, con ambizioni persino limitate viste le prime due uscite di questa stagione. Ed è, beninteso, l’unica del nostro campionato a potersi permettere questo lusso. Il risveglio europeo dalla sosta, complice un Napoli allegriano nel senso peggiore del termine, sta tutto qui. Davanti, però, non c’è solo la nobiltà d’Europa: City, Barcellona, PSG, Bayern Monaco, il solito Real Madrid. Loro puntano a vincerla, non come sogno ma come metro di valutazione della propria stagione sportiva. Sono, tolte le inglesi, isole: due in Spagna, una in Germania e una in Francia. Da noi c’è al massimo un atollo - l’Inter, appunto - in un contesto ancora meno competitivo a livello europeo. E, nel frattempo, ci sono isolette ancora più piccole che ci guardano dall’alto in basso: norvegesi, belgi, e via dicendo. Loro sono cresciuti, noi - intesi come movimento calcistico italiano in generale - no. Poco importa che, non tanti anni fa, eravamo noi lì in alto. Adesso siamo drammaticamente in basso.
Come si recupera quel terreno perso? Forse la domanda è se sia possibile recuperarlo, ma mi piace pensare di sì, che tramite nuovi stadi o un’idea diversa di gestione dei diritti TV - il prossimo ciclo sarà da lacrime e sangue - sia possibile arrivarci. Intanto, però, assistiamo allo sconcertante panorama di battaglie per bagatelle, mica massimi principi. La Federcalcio è commissariata per un cavillo. Il commissario straordinario Malagò punta dritto alle elezioni e non userà questo tempo per le riforme: rispetta le componenti, si dirà. Certo, ma è altrettanto vero che non può permettersi altre invasioni di campo - dopo alcune fatte registrare più sulle nomine, e quindi sulle persone, che su temi di carattere generale - per non mettere a repentaglio il consenso in vista della prossima tornata elettorale. A più di una settimana dal commissariamento, il tema che ha occupato maggiormente il dibattito è l’opportunità di silurare o meno il segretario generale. Fermo restando che quasi sicuramente Malagò non ne nominerà uno nuovo almeno fino alle elezioni - ammesso che possa farlo -, ci sono un paio di questioni. Punto primo: ai lettori forse il nome di Marco Brunelli non dirà molto, ma agli addetti ai lavori sì. Difficilmente continuerà a ricoprire quel ruolo, ma farne il capro espiatorio di tutta la vicenda mi sembra ai limiti dell’indecoroso. Punto secondo: se davvero il problema attorno a cui arrovellarsi - e la Serie A è molto divisa, ai limiti della spaccatura, su questo - è la nomina di un (sia detto con il massimo rispetto) burocrate al posto di un altro, mentre la Nazionale non va ai Mondiali e le nostre squadre prendono sberle in giro per l’Europa, allora viene da dire che non abbiamo capito davvero nulla di quello che ci succede intorno.
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