Lazio, dalle macerie ai primi mattoni: la base c’è, ora decide Sarri
Prima il Sassuolo, poi il Milan, infine Bologna. Tre vittorie consecutive in campionato che raccontano una squadra diversa, più consapevole, più dentro la stagione. Prima, una qualificazione pesante in Coppa Italia, conquistata proprio contro il Bologna, che apre una prospettiva concreta: la semifinale con l’Atalanta e la possibilità reale di arrivare fino in fondo, fino a quella finale del 13 maggio che può cambiare il senso dell’annata.
Perché dentro questo filotto non ci sono solo punti. C’è una squadra che ha iniziato a riconoscersi.
A Bologna il mercato di gennaio ha dato risposte vere, non tanto nei nomi quanto nel campo. Motta ha alzato la diga con un rigore parato che pesa, ma ancora di più con l’atteggiamento. È un ragazzo, ma non ha avuto paura. Si è preso la responsabilità, si è calato nel ruolo con naturalezza, come un albero che cresce mentre intorno il vento spinge forte. Sta imparando da Sarri, lo sta assorbendo giorno dopo giorno, e nel frattempo difende la Lazio con una presenza che sorprende.
Accanto a lui si è preso la scena Taylor, autore di una doppietta che vale molto più dei numeri. È cresciuto nella lettura del gioco, nella personalità, nella capacità di guidare i compagni. Ormai sembra essersi preso lo scettro tecnico della squadra, con la consapevolezza di chi sa di poter incidere ma anche con margini di crescita ancora evidenti.
E allora il discorso si allarga e torna inevitabilmente al mercato delle plusvalenze, che per la Lazio non è una scelta ma una necessità. Un modello che impone sacrifici, ma che può diventare sostenibile solo se accompagnato da una visione tecnica chiara.
Sono partiti giocatori importanti. Ha salutato Guendouzi, che però aveva già espresso la volontà di cambiare aria, permettendo al club di generare una plusvalenza significativa. Ha detto addio Castellanos, attaccante tecnico ma mai davvero determinante nel salto di qualità, ceduto per una cifra importante che rappresenta, dal punto di vista economico, un’operazione riuscita.
Resta però una sensazione difficile da cancellare: quella di una squadra che non è mai riuscita davvero a mettere insieme testa e gambe. Gli episodi arbitrali hanno inciso, forse più di quanto si voglia ammettere, ma non possono spiegare tutto. Il punto centrale resta sempre lo stesso: la costruzione di un’identità collettiva. È lì che la Lazio deve crescere. Ed è lì che si giocano le scelte future.
I dossier aperti sono evidenti: Gila e Romagnoli rappresentano un bivio. Continuare insieme o cambiare direzione, ma senza più tentennamenti. Servono decisioni chiare, condivise, che nascano da una visione comune tra società e allenatore.
Intanto il mercato di gennaio ha lasciato segnali non allarmanti, ma ancora incompleti. Ci sono profili da scoprire, margini da esplorare. Przyborek è uno di questi: talento giovane, ancora tutto da decifrare, che lo staff immagina anche in una posizione diversa, da interno di centrocampo. Va visto, provato, capito. Ratkov, invece, resta una scommessa aperta: troppo presto per etichettarlo, troppo poco per definirlo una certezza.
Allo stesso modo, anche Daniel Maldini resta oggi più una speranza che una soluzione. Il talento è evidente, ma non ha ancora prodotto risposte continue. È una possibilità da costruire, non una sicurezza su cui appoggiarsi.
Questa, però, è una squadra che ha iniziato a metabolizzare Sarri e che adesso sembra pronta a crescere davvero, anche dentro un ambiente carico, a tratti saturo, sicuramente logorato.
Il sogno dei laziali resta quello di sempre: un cambio di proprietà, una figura forte, ambiziosa, capace di portare il club su un livello superiore. È un desiderio diffuso, profondo, e oggi più che mai presente. Ma questo non può trasformarsi in una condanna totale. Non tutto è da buttare. Non tutto è da azzerare. Perché la Lazio, oggi, non è finita. È in attesa.
E una squadra in attesa può ancora sbocciare, a patto di non essiccare. E l’acqua che serve non sta nella fine o meno della protesta, che appartiene ai tifosi e al loro diritto di esprimersi. Sta invece nell’onestà di giudizio, nella capacità di leggere ciò che funziona e ciò che va migliorato.
Questa base non è perfetta, ma esiste. Ed è da plasmare, non da distruggere.
È una base nata nel crepuscolo di una Lazio che è stata forte e gloriosa, e che nel tempo ha perso direzione. Ma proprio da quel crepuscolo può nascere una nuova alba. Perché qualcosa, adesso, si muove davvero. E tra le crepe di questa stagione, si intravede di nuovo la luce.






