Ventura, Montella e uno sgradito deja vu. Messaggio ai tifosi rossoneri
Fabrizio Tomasello
Ci stiamo giocando il mondiale. Non so a voi, ma a me la cosa infastidisce. E non poco. Mi consentirete quindi, approfittando di questa settimana di pausa campionato, una piccola digressione in chiave azzurra a sprigionare malcontento da tutti i pori e testimoniare e la mia inquietudine. Dopo aver passato settimane a sgolarmi sull’insensatezza di alcune scelte tattiche di Montella (alla fine sempre al nostro amato Milan ritorno), ad esempio quelle che avevano originato la rivoluzione tattica del 3-5-2 e costretto tanti calciatori rossoneri ad agire fuori ruolo - qualcuno, come Suso, addirittura fuori dal campo - ritrovarmi ad urlare contro i mulini a vento ancora una volta, stavolta per la nazionale, risulta frustrante. Però ho trovato sconcertante la decisione di presentarsi in Svezia senza Lorenzo Insigne, il nostro calciatore più talentuoso, penalizzato da una scelta tattica suicida. Per non parlare dell’insopportabile piattume del piano partita azzurro e dell’assoluta inconsistenza di ogni sbiadita idea di gioco.
Eppure anche Ventura avrebbe gli strumenti per correggere in corso un progetto che in 15 mesi non è mai decollato. C’è un campionato che offre indicazioni importanti a cui affidarsi, basterebbe saperle leggere. In ordine sparso: Belotti e Immobile preferiscono giocare da soli o al massimo con uno o due attaccanti larghi a girargli attorno, insieme non fanno altro che togliersi aria e pestarsi i piedi; Insigne diventa un fenomeno quando può agire in una determinata zona di campo (ogni riferimento al rossonero Suso è fermamente voluto) e l’Italia decadente e tristanzuola di questo periodo storico non può permettersi di farne a meno; Verratti continua a deludere, quindi delle due l’una, o in nazionale proprio non si ritrova oppure magari dovremmo rivedere tutti le nostre idee sul suo ipotetico talento. Piccolo sfogo a parte, mi auguro che lunedì sera ci pensi San Siro a spingere Bonucci & co. al mondiale. All’opzione B non voglio neppure pensare.
È veniamo alle questioni di casa nostra. È bastato il successo ottenuto domenica sera ai danni del Sassuolo, tre punti tanto preziosi quanto fondamentali nell’impervia rincorsa alle zone alte della classifica, per ridare fiato ai tifosi del Milan, sull’orlo di una crisi di nervi dopo un paio di mesi di inspiegabile crollo fisico-psicologico-tecnico-tattico della squadra di mister Montella.
Il problema attuale della tifoseria milanista è la netta spaccatura che si è creata tra i fedelissimi della vecchia falange berlusconiana, quelli che girano ancora oggi con il santino di Galliani nel portafogli, e gli scudieri della nuova proprietà cinese, pronti a celebrare qualsiasi gesto di Yonghong Li, Fassone e Mirabelli, perchè diventati gli eroi della liberazione, quelli che hanno sollevato il club di via Aldo Rossi dall’ormai nefasta dittatura di Arcore.
Appare evidente quanto questa faida interna tra i fans del diavolo si stia rivelando altamente controproducente per la serenità, la quiete e la conseguente crescita di una squadra composta per la gran parte da giovanissimi. Oltre al fatto che le continue polemiche montate artatamente da chi nella baruffa ci sguazza (basta guardare come viene quotidianamente impiastricciato il web), stanno finendo per minimizzare le cose buone fatte da Montella e i suoi ragazzi ed amplificare gli errori - reali o eventuali - commessi dall’attuale dirigenza.
E così finisce che se il Milan vince a Sassuolo grazie ai gol di Romagnoli e Suso, alle giocate di Montolivo, Abate e Locatelli e alle parate di Gigione Donnarumma, non si applaudono gli undici protagonisti della vittoria ma si accusano Fassone e Mirabelli di aver sbagliato il mercato visto che in copertina finiscono tutti quelli della vecchia guardia. Se Kalinic gioca male con il Milan, dagli addosso all’attuale task force mercato; se il croato fa gol di tacco in nazionale, ma allora hanno fatto bene a prenderlo. Se Andrè Silva non gioca, ma perchè non gioca; se gioca e non segna, fuoco incrociato su chi ha speso 38 milioni per portarlo a Milanello. Questo solo per dirne qualcuna.
Per non parlare della comprensibile ma perniciosa diffidenza degli appassionati rossoneri che assistono equidistanti alle vicende del Milan come se si trattasse di un pezzo di cuore che ogni domenica finisce sotto i ferri. Quei tifosi non schierati ma talmente scottati dalle scoppole incassate nell'ultimo quinquennio che ora fanno fatica a lasciarsi andare ed esultare per la vittoria. I promotori del festival delle sentenze autodistruttive: «Abbiamo vinto contro il Sassuolo, ma solo per demeriti loro», oppure «La nostra fortuna è che sono calati altrimenti non l’avremmo vinta», per concludere con il pronostico tafazziano per eccellenza «A Napoli ne prendiamo 3 o 4, come minimo. Non c’è storia».
Questa è la fotografia della situazione attuale della tifoseria rossonera. E allora, senza scivolare nella demagogia da quattro soldi, è arrivato il tempo di tornare alle sane e vecchie abitudini: basta lotte intestine, ricomponiamo quel muro rossonero, compatto ed indistruttibile, a sostegno dei ragazzi. Nel delicato momento della ricostruzione dalle macerie berlusconiane, il Milan ha bisogno di sentire accanto un popolo unito, caldo e appassionato.
Adesso, subito, non quando le cose saranno tornate a posto. Allora sarà troppo facile.


