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Materazzi: "Il rosso di Zidane nasce sul lungomare di Bari. Un consiglio all'Italia per i playoff"TUTTO mercato WEB
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Oggi alle 14:40Serie A
di Dimitri Conti

Materazzi: "Il rosso di Zidane nasce sul lungomare di Bari. Un consiglio all'Italia per i playoff"

L'ex difensore Marco Materazzi ha parlato a Vivo Azzurro TV raccontandosi anche come persona, oltre che ricordare i trascorsi da calciatore: "Sono una persona che si è fatta dal niente e che ha una bella famiglia. E questa è la cosa più importante, al di là di cosa ho vinto, perso o passato, l'amare ancora tuttora mia moglie e i miei figli". Lei non ha giocato per molte squadre. "Il fatto di aver baciato solo tre maglie è perché sono quelle a cui sono più legato. La Nazionale, per cosa siamo riusciti a fare, il Perugia che mi ha permesso di esordire in azzurro, e l'Inter perché ci ho passato momenti belli e brutti. Ricordo che al primo giorno di ritiro mi sentivo inadeguato e dissi di venirmi a prendere. All'Inter abbiamo perso uno Scudetto all'ultima giornata e non sai se ti ricapiterà. Aver raggiunto il Triplete con alcuni compagni del 2001/02 fa capire che se non lasci nulla d'intentato e perseveri nel voler ottenere ciò che hai perso, alla fine ce la fai". Come inizia la sua storia calcistica? "Nella mia infanzia seguivo spesso mio padre, andavo con lui ai campi di allenamento. Ricordo ancora una foto emblematica allo stadio delle Vittorie di Bari, e la guardo ancora oggi: ci sono io con Giacomo Losi, su un materasso per il salto in alto, con due palloni sotto braccio. Uno il Super Tele, l'altro di cuoio. Vedo quella foto e anche ai miei figli dico che non potevo che fare ciò che ho fatto". Siete tre fratelli, vostra madre è morta quando lei aveva 15 anni. Che ha significato? "Quando c'è un lutto di questo genere, non esiste l'età giusta. Certo, perderla a 15 anni, con mio fratello che ne aveva 12, è particolare, basta poco per minare l'equilibrio di una persona. Puoi prendere strade sbagliate, cosa che per fortuna non abbiamo fatto. Quei 15 anni sono stati brevi ma serviti perché ci insegnasse: non smetterò mai di ringraziarla. Ricordo che sosteneva sempre mio padre quando doveva spendere per fare i corsi, lavorava lei per aiutarlo. Aveva uno studio estetico a Bari e ricordo che non si mangiava prima delle 21, doveva lavorare dodici ore al giorno per far sì che fossimo felici". Il gol più importante? "Quello alla Repubblica Ceca più che la finale, ci ha permesso di evitare il Brasile e di arrivare contro la Germania da invincibili, come diceva Lippi. Segnai e dedicai il gol a mio madre, poi sono stato espulso contro l'Australia e qualcuno diceva che già fosse finito l'incantesimo. Le solite cose… Poi in finale, visto lo stacco, c'è stato che qualcuno forse dall'alto mi ha spinto e ho pensato a mio madre. E devo dire che l'unico raggio di luce nello stadio di Berlino illuminava mia moglie e i figli". Gli insulti negli stadi che effetto sortivano? "Mi hanno sempre fortificato. Quasi quasi, giocavo peggio quando non me li facevano. Erano uno stimolo, io non sono mai stato uno piatto poi: o parlavano bene, o male". Un difensore che avrebbe voluto essere? "Nesta come pulizia e intelligenza tattica è stato il più forte insieme a Maldini. Di Cannavaro non lo dico perché ci ero talmente vicino che sembravamo due scugnizzi al parco. Giocare con gli altri due mi metteva in soggezione, con lui mi sentivo in famiglia". Che ricorda dei rigori nella finale del 2006? "Qualcuno si era già tolto le scarpe, Rino (Gattuso, ndr). Iaquinta girava largo, non eravamo rimasti in tanti… Cannavaro ha detto che era il sesto, ma per me avrebbe tirato prima Buffon. Io avevo sempre calciato i rigori e me la sentivo, ma avevo la fissazione che quando segni in partita poi il rigore lo sbagli. Ma non puoi non calciare, anche se il rischio era di passare da eroe a quello che ti faceva perdere i Mondiali, il gioco valeva la candela. Avrei tirato anche il quinto. Ha fatto tutto Lippi, io lo guardavo e in cuor mio speravo. Ma senza fare lo spaccone, che poi magari va male. Quando me l'ha detto, ho risposto che avrei tirato". Quando si parla di lei si pensa anche a Zidane. "Io parto dalle piazzette del lungomare di Bari e tante volte mi è capitato di scontrarmi con i ragazzini e che il ragazzino bravo ti dicesse 'la mia maglia te la do dopo'. E quella volta è successo così. Visto che ero stato nella 'giungla' calcistica, non mi sono sentito di subire. Ho chiesto scusa subito, ho fatto una cosa d'esperienza, da difensore. Gattuso mi voleva ammazzare per una marcatura, nell'azione dopo l'ho tenuto e poi mollato per non farlo saltare. Due volte gli chiedo scusa, poi mi ha offerto la maglietta e gli ho risposto che preferivo la desse a sua sorella. Ma non ho detto niente di più". Gattuso ora è ct della Nazionale. "So che venderà cara la pelle per portarci al Mondiale. Ha preso il ruolo più difficile, con una qualificazione che era praticamente già compromessa. Sta cercando di trasmettere il suo entusiasmo. Deve trovare il modo di lasciarli tranquilli, non incontriamo squadre fantastiche ma sono comunque toste. Ci sarà da spingere forte, ma sono convinto che stia agendo con la massima professionalità. E questo è importante per arrivare pronti a quegli appuntamenti difficili". Un consiglio? "Non dovranno avere il peso del 'se non succede' ma credere che succederà". Parliamo di sua moglie? "Mia moglie è stata sempre nell'ombra, una cosa non normale nel calcio. Ed è stata la forza della famiglia, nelle difficoltà si è rimboccata le maniche e ha aiutato chi ne aveva bisogno. Con la parola giusta al momento giusto, ma senza assecondare". Ha scelto il numero 23 per Jordan. "Mi piaceva il basket, per mio padre avrei dovuto giocarci ma per fortuna non gli ho dato retta. Jordan è stato uno stimolo, è stato lo sportivo della mia infanzia". Cos'è per lei la famiglia? "Ora sono nonno, mia nonna è bisnonna. Non lo vedo tantissimo perché con mia moglie facciamo i nonni, non gli invadenti. Vogliamo goderci un nipote per quel che è veramente. I nostri figli sono tutti sparsi per il mondo, una fa psicologia a Milano, Davide gioca con i Cosmos, è un difensore centrale come me, anche se destro. Un po' mi ci rivedo. E per me i Cosmos, con Pelé, Beckenbauer e Chinaglia, erano un punto d'arrivo: oggi ho un figlio lì, è storia. Il più grande fa il tatuatore, l'artista, è felice, ha un figlio e gliene arriva un altro adesso". Qualcosa che rimpiange? "Non vivo di rimpianti, non avrebbe senso. La vita ti riserva tante cose belle e brutte, quando capitano queste ultime cerchi di rimanere positivo. Ora per esempio ho mio fratello affetto da SLA, la cosa brutta è non poterci fare niente: sta facendo una terapia bloccante, sarebbe una gran cosa. Un fulmine a ciel sereno. Capitano certi episodi, fai una risonanza e dici che non hai niente, poi ti arriva addosso un tram. L'ultimo che fa pesare questa situazione è lui, ha forza d'animo, va tutte le sere a vedere suo figlio che si allena. Dice che se si chiude in una camera da letto, muore. Con lui abbiamo passato momenti in cui ci si prendeva poco, la circostanza ci ha riavvicinati e di questo ne sono contento, l'importante è la famiglia". Oggi i difensori sono differenti. "Sono cambiati, ma è perché è cambiato il calcio. Il presidente fanno colloqui con gli allenatori e sentono 50-60 tecnici prima di scegliere, sentendosi dire che la cosa importante è costruire dal basso. Ai nostri tempi contava marcare e non prendere gol, poi si discuteva su come far male all'avversario. Da difensore, la cosa che uno più soffre è la palla alle spalle, mentre quando ti vengono incontro sei avvantaggiato. Oggi invece i difensori devono prima saper maneggiare il pallone con i piedi, e non è che non fossi capace, invece che marcare". Quanto è orgoglioso di se stesso? "Molto. Tutto quello che ho fatto me lo sono conquistato sul campo, in battaglia e assieme alla mia famiglia".