Crisi calcio italiano, Palmieri: "Serve coraggio. E almeno un giovane all'anno in Prima Squadra"
"Le considerazioni che sento ultimamente sul calcio italiano sono dettate unicamente dai risultati e quindi sbagliamo in partenza". Così Francesco Palmieri, a capo del settore giovanile del Sassuolo (pronto a partecipare alla finalissima della Viareggio Cup con la sua Under 18, ndr), analizza la crisi del calcio italiano, che secondo qualcuno non produrrebbe più giovani all'altezza della sua storia. "Mancini secondo ha fatto un buonissimo lavoro ed è lo stesso tecnico che otto mesi fa ha vinto l'Europeo, le considerazioni che si possono fare ora valevano anche allora ed è allora che dovevano essere fatte. Il ct ha impostato la squadra dandogli un buon gioco e inserendo tanti giovani, ma il calcio è uno sport che si decide sugli episodi e negli ultimi tempi sono stati tutti sfavorevoli all'Italia. I problemi che c'erano a giugno invece rimangono insoluti".
Che problemi riscontra e quale ricetta può esserci per risolverli?
"Intanto tante squadre faticano a fornire ai propri giovani un centro sportivo all'altezza, così come un numero di istruttori adeguati: in questo secondo me c'è un errore di fondo. Gli investimenti vanno fatti sul settore giovanile, togliendo magari qualcosa alla Prima Squadra, non l'inverso: assurdo speculare su un allenatore o su un osservatore in più. L'obiettivo minimo, secondo la mia opinione, deve essere far salire in Prima Squadra almeno un giocatore all'anno. Bisogna crederci, serve imporsi questa forma mentis e non deviare dall'obiettivo".
Perché i giovani faticano a imporsi tra i grandi?
"Perché c'è troppa differenza tra Primavera e Prima Squadra, nel mio caso specifico la Serie A. Non è vero che non ci sono calciatori bravi in Italia, come sento dire: io non sono assolutamente d'accordo. Diamogli campi per allenarsi, allenatori nella giusta quantità e messi nella condizione ideale, supporto. In breve, facciamoli sbagliari senza metterli subito in croce, e il talento emergerà".
Nicolato ha detto che a breve l'Under 21 dovrà rivolgersi alla Serie C per i propri convocati:
"Nicolato prima della Nazionale allenava la Primavera del Chievo però e la situazione era la stessa. Se i calciatori vanno in C è perché non sono pronti per la Serie B o per esordire con Prima Squadra. 30 anni fa in C i calciatori si compravano, oggi si prendono solo in prestito per una questione di minutaggio e contributi. Di conseguenza, se vuoi mandare un calciatore a giocare devi pagare tu! Stipendio, contribuiti, è un bagno di sangue. Più che di investimenti io parlerei di struttura sbagliata. Se le squadre di C sono così in crisi apriamo al semiprofessionismo, sarebbe una scelta preferibile per dar loro una boccata d'ossigeno. E non dimentichiamoci delle seconde squadre, che secondo me possono essere un buono sbocco per le squadre di A, dando modo ai giovani di giocare sicuramente, non come in C, e di poter sbagliare, soprattutto".
La Nazionale però deve ripartire, subito. C'è un nome su cui fonderebbe la nuova squadra?
"Non mi piace fare nomi, bisogna vedere, non è tutto da buttare come dicevo prima. Scamacca e Raspadori? Sicuramente faranno parte del nuovo gruppo, ma magari tra quattro anni ci saranno compagni più bravi di loro e non giocheranno. Su Scamacca posso dire che Mancini lo conosceva già tre anni fa: ricordo che ne parlammo a Coverciano e ci chiese come mai giocasse ancora in B. Per concludere, le società devono avere coraggio e col tempo verranno ripagate".






