Gravina non ha finito: dai vivai agli sgravi fiscali, pressione al Governo sui mancati aiuti
La fine dell’era di Gabriele Gravina chiude un ciclo lungo oltre sette anni, attraversato da cambi di governo, emergenze e momenti sportivi opposti. Dalla gestione della pandemia fino ai trionfi e alle delusioni della Nazionale, il suo percorso è stato segnato da una forte componente politica, necessaria per restare al vertice in un contesto complesso.
Nel 2020, in piena emergenza Covid, Gravina difese la ripartenza del calcio: “Non sarò io il becchino del calcio italiano… abbiamo già perso 500 milioni”, disse, annunciando la ripresa delle competizioni. Un momento cruciale, seguito poi dalla vittoria dell’Europeo a Wembley e, successivamente, dalle difficoltà culminate con le mancate qualificazioni mondiali.
Sul piano istituzionale, il suo mandato è stato caratterizzato da diversi tentativi di riforma, spesso rimasti incompiuti. Dalla riduzione delle squadre professionistiche al rilancio dei vivai, fino agli incentivi fiscali e allo sviluppo delle infrastrutture, molte delle idee sono rimaste sulla carta. Ma per le quali - scrive La Gazzetta dello Sport oggi in edicola - continuerà a spingere, incalzando la politica e facendo pressione sul Governo prima delle elezioni di giugno.
Tra i risultati più significativi della gestione-Gravina resta l’assegnazione di Euro 2032 all’Italia insieme alla Turchia, una sfida ora cruciale per il futuro. Il sipario cala così su una gestione lunga e complessa, tra ambizioni, ostacoli e obiettivi solo parzialmente raggiunti.











