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Parma, Cuesta: "Ecco quando ho capito che avrei fatto l'allenatore". E parla dell'amico Arteta

Parma, Cuesta: "Ecco quando ho capito che avrei fatto l'allenatore". E parla dell'amico ArtetaTUTTO mercato WEB
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Simone Bernabei
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Simone Bernabei
Oggi alle 19:06Serie A

Il tecnico del Parma Carlos Cuesta è intervenuto al “Global Launch of the 100’s” dell’European Golden Boy in corso di svolgimento a Solomeo, nell’azienda di Brunello Cucinelli:

Quando ha capito di voler fare l’allenatore?
“Il mio sogno era fare il calciatore ma non ero abbastanza bravo. A 18 anni ho scelto di mettere tutte le energie e le mie ore su una cosa che era l’allenare. Ho iniziato a pensare a come fare questo lavoro, per avere il calcio come stile di vita. Poi la vita mi ha portato grandi persone che hanno creduto in me e che mi hanno aiutato ad essere qua”.

L’esperienza da calciatore che hanno molti allenatori lei non ce l’aveva però…
“L’esperienza da calciatore aiuta, è un vantaggio. Io ho avuto la grande fortuna di fare un percorso in cui ho imparato da altri allenatori, i 5 anni all’Arsenal mi hanno aiutato molto. Il lavorare coi ragazzi mi ha aiutato, devi creargli delle linee guida. E’ stata una fortuna il passare tanto tempo sul campo e non ho pensato a quello che mi mancava. Volevo massimizzare l’opportunità con le mie qualità, non attraverso il vissuto e l’esperienza ma attraverso l’ascoltare e tutti gli altri mezzi”.

Prima l’Atletico Madrid, poi è passato a Vinovo per seguire il settore giovanile della Juventus…
“Ho iniziato all’Under 17 come vice di Pedone. Ho iniziato a 15 anni in una squadra di dilettanti di Maiorca. Poi ho studiato Scienze Motorie a Madrid e ho conosciuto persone del settore giovanile dell’Atletico. Dopo 4 anni lì, c’era sempre un momento per conoscere altri allenatori. Ho conosciuto un allenatore della Juventus che mi ha permesso di andare a Vinovo e mi ha presentato al direttore Cherubini”.

Cosa è successo all’Arsenal?
“Già avevo in testa la possibilità di essere allenatore professionista. Ero stimolato dal poter allenare in futuro, avevo 22 anni e tempo per prepararmi. Avevo un amico in comune con Arteta, l’inconsapevolezza di quando sei giovane mi ha portato a fare un’analisi profonda del Manchester City. Il mio amico l’ha girata ad Arteta, era la mia idea di come avrei fatto io. Ovviamente era incosciente come idea, ma ho pensato che anche se non mi avesse risposto avrei imparato qualcosa. Poi per fortuna Arteta ha letto il mio report e dopo 3 mesi mi ha invitato a Maiorca, lì l’ho conosciuto, ci ho parlato ed è iniziato un rapporto che poi ci ha portato a lavorare insieme. Ho avuto la sua fiducia, sapevo sarebbe stato difficile perché avevo tutto contro, ma sapevo anche che potevo trasmettere qualcosa che potesse fargli sentire il mio valore. Alla fine è quello, è quanto puoi dare, non quello che hai fatto in passato. Ha avuto il coraggio di portarmi lì”.

L’ha sentito Arteta dopo la vittoria della Premier?
“L’ho sentito, ha sempre avuto una visione chiara da quando è arrivato al club. E’ stato preciso, incredibile, ma sono convinto che il meglio debba ancora arrivare”.

Il dibattito su bel gioco e risultati?
“Per me giocare molto bene ti porta al risultato il 99% delle volte. Il risultato non puoi controllarlo, ma la prestazione sì. Poi si può dire cosa significa fare una buona prestazione? Per qualcuno è il possesso, per qualcuno sono gli Xg, per altri la capacità di ripartire e di fare bel gioco… Poi c’è la cultura che ti dà il club che alleni: a Madrid serve ritmo e transizione, a Barcellona serve altro. E’ tutto relativo, ma il giocare bene è guardare le due squadre che sono in finale di Champions: serve saper fare gol, saperli non prendere, avere giocatori che saltano l’uomo, essere bravi sulle palle inattive, giocatori bravi in campo aperto ma anche nello stretto”.

Serve anche la fortuna?
“Al 100%, perché i margini sono strettissimi. Ci sono tante partite in cui un evento come un palo sposta la dinamica di tutta la gara. Io sono convinto che ci sono anche cose intangibili, che vanno al di là della tattica”.

Media, formazione, allenamenti… Quale è la cosa più complicata?
“Sicuramente la cosa più difficile è fare la formazione, perché inconsapevolmente stai dicendo a qualcuno ‘oggi non credo in te’. Poi non è così, ma alcuni lo percepiscono. Per me è stata la prima stagione in cui facevo le scelte, prima davo solo la mia opinione. Non vivevo sulla pelle le conseguenze delle scelte, ma ero comunque dentro le dinamiche”.

In Germania c’è stata la prima donna allenatore in Bundesliga…
“Non posso avere nessun pregiudizio, mi hanno scelto a 29 anni… Il club ha sentito che era la scelta giusta per empatia, sensibilità e qualità. Il fatto di essere una donna può dare questa sensibilità in più che a volte gli uomini non hanno, sicuramente c’è una logica dietro che hanno portato a quella scelta”.

Fonte da Solomeo
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