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Tifo e violenza, un problema sociale. A cosa serve fermarsi e prendere decisioni drastiche?

Tifo e violenza, un problema sociale. A cosa serve fermarsi e prendere decisioni drastiche? TUTTOmercatoWEB
© foto di Antonello Sammarco/Image Sport
Michele Pavese
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Michele Pavese
venerdì 15 dicembre 2023, 08:00Serie A

Cori volgari, striscioni irrispettosi, ululati e gesti razzisti. E poi ancora scontri, bus assaltati, giocatori e arbitri minacciati o addirittura aggrediti, città devastate. Presidenti pistoleri, dirigenti e genitori incapaci di controllarsi. Lo chiamano folklore, c’è chi sostiene che sia "normale" perché esistono rivalità storiche e qualcuno ci rimette dei soldi, o perché "è sempre successo". Invece è solo violenza gratuita, un sentimento di frustrazione individuale e collettiva che rende il calcio - ma anche altri sport - decisamente disumano e spegne la passione di chi lo vive in modo sano.

Ogni settimana, da troppo tempo, il pallone lascia spazio al sangue. È un odio che scava in profondità e diventa qualcosa di più, favorendo l'erosione della democrazia. Gli stadi e tutti gli impianti sportivi rischiano di diventare zone franche, terre di nessuno dove pochi individui dettano legge. Quello che sta capitando in diversi Paesi europei è solo la punta dell'iceberg di un problema profondo che ha radici lontane, tra sociologia e psicologia: la Francia è devastata da teppisti che quasi ogni weekend creano scompiglio e la morte del tifoso prima di Nantes-Nizza, forse, servirà ad aprire gli occhi delle autorità. In Grecia e Turchia si è deciso di agire subito ma le porte chiuse "a tempo" e la sospensione dei campionati saranno un semplice palliativo, lontani dalla cura definitiva.

Il disagio, la povertà e le difficoltà di integrazione non sono le uniche cause. L'autodeterminazione irresponsabile e il processo di deindividuazione diventano le armi più pericolose e provocano la maggior parte dei comportamenti irrazionali, disinibiti e illegali. L'io diventa parte del gruppo e si conforma ad esso, perdendo il controllo. La quasi assoluta certezza di restare impuniti è un ulteriore incentivo a commettere reati di ogni tipo.

È una realtà che viviamo quotidianamente e alla quale ci siamo tristemente abituati. Nei campi e nei palazzetti di periferia si insultano ragazzini e si attaccano giovani donne; non è "solo" lo sport ad esserne afflitto, è lo specchio di una società in cui manca cultura e in cui tutti - dai facinorosi delle gradinate ai leoni da tastiera - alzano la voce, cercando di essere protagonisti assoluti anziché restare semplici spettatori. Ma rispetto e sentimento di appartenenza possono coesistere, così come si può raggiungere la piena soddisfazione senza lasciarsi trascinare nel vortice negativo. Tensione, angoscia, paura e rabbia sono stati d'animo comprensibili, così come lo sfottò e la gioia sfrenata, perché in fondo ognuno vive il tifo a modo proprio. Quello che non è accettabile, invece, è che qualcuno muoia o si porti dietro cicatrici (non solo fisiche) per quello che - in fondo - è solo un gioco, un passatempo. Anche perché poi le tragedie sconvolgono, uniscono, sono mediatiche, ma la tregua dura sempre troppo poco. E si ricomincia daccapo.

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