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ESCLUSIVA TG - Bogetti (pres. Toro Club Bra) su Cairo: “Il Toro è un’officina per calciatori. Con lui non abbiamo futuro”

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Elena Rossin
Fonte: Elena Rossin
Oggi alle 09:00Primo Piano
autore Elena Rossin
18.10.2026 09:00Primo Piano
Il presidente del Toro Club Bra analizza il momento dei granata dopo la vittoria sull’Udinese: “Servono continuità e un’identità di gioco”. Poi le critiche al mercato di Cairo, i giovani, le prossime sfide e le iniziative dei tifosi.

Danilo Bogetti, presidente del Toro Club Bra, è stato intervistato da TorinoGranata.it. Con Bogetti abbiamo parlato della prossima partita del Torino, che lunedì sera affronterà il Parma al Tardini, e delle sensazioni che lui e i soci del club hanno sulla squadra che, in sei partite di campionato, ha ottenuto 7 punti, ha segnato 7 gol e ne ha subiti 9 e si trova al 12° posto in classifica.

Il Torino affronterà il Parma forte della vittoria sull’Udinese, arrivata dopo la sosta del campionato. Che idea si è fatto della squadra granata, che ha avuto un po’ di tempo per essere assemblata?
“Mi sembra ancora una squadra da costruire molto, nel senso che forse l’allenatore aveva un’idea di gioco e gli acquisti non sono stati proprio quelli che lui pensava. Probabilmente sta trovando la quadra adesso, speriamo che tutto vada verso il meglio. I presupposti comunque per poter fare bene ci sono, bisogna però inquadrare un po’ il sistema di gioco”.

È rimasto soddisfatto della partita con l’Udinese?
“Sì, diciamo che per il risultato decisamente sì (ride, ndr). Loro ci hanno un po’ nascosto il pallone per tutto il primo tempo, ma sono forti fisicamente e tecnicamente e forse hanno giocato meglio di noi nel primo tempo, mentre nel secondo tempo noi abbiamo aggiustato un po’ il tiro. Comunque sì, tre punti d’oro che servivano come il pane in questo momento. Anche perché in casa non avevamo ancora vinto: era dall’8 maggio dell’altro campionato, quando vincemmo con il Sassuolo, che non accadeva e quindi prendiamo tutto”.

Dalla partita con il Parma che cosa si aspetta, visto che è una squadra sulla carta alla portata?
“Sì, sì, decisamente. Io spero che i giocatori in campo diano un po’ di continuità e che ce ne sia anche per la formazione e il gioco. Perché comunque anche cambiare tanto sovente l’undici iniziale, secondo me, non è mai una cosa così positiva. Un conto è se hai la rosa del Real Madrid e del Barcellona e allora ti puoi permettere di cambiare più giocatori, tanto quello che subentra è sempre bravo come chi esce, se non di più. Ma con il nostro parco giocatori fare tanti cambi non so fino a che punto possa essere produttivo. Poi comunque una squadra, secondo me, deve avere 11, 12, massimo 13 titolari e poi gestire gli altri. Anche perché più giochi insieme e più facile è giocare”.

Però forse questi cambi sono proprio dovuti alla ricerca che fa l’allenatore per trovare l’assetto migliore.
“Sì, stiamo cercando ancora la quadra di tutto. E non dimentichiamoci anche che abbiamo un allenatore che è alla prima esperienza in Serie A, per giunta con un mercato fatto alla maniera di Cairo, e sappiamo tutti molto bene come opera sul mercato. Tutti gli anni sembra che il Presidente prenda l’allenatore più facile da sacrificare, anche perché poi, se le cose non vanno bene, le colpe sono dell’allenatore. Infatti anche in una delle ultime interviste ha detto che pensava che si facesse meglio. Però se compri, anzi, per la verità, se prendi i giocatori in prestito a ripetizione e poi non li riscatti mai, di certo non avrai mai una base sulla quale fare innesti per migliorare la squadra. Comuzzo, ad esempio, a 19 milioni Cairo non lo prenderà mai, a meno che non sappia già di venderlo a 40. Il portiere Perri l’abbiamo aspettato un mese, ma non mi sembra tutto questo fenomeno. E poi anche lui ha un riscatto di 16 milioni. Si capisce benissimo che sono tutti prestiti fatti per non comprare questi giocatori”.

Quindi per lei non c’è l’idea di puntare, come aveva detto Petrachi, sui giovani di prospettiva? Magari, con una squadra di giovani, tutto subito non si riesce a ottenere chissà quali risultati e non si va oltre una salvezza tranquilla, ma nel frattempo i giovani crescono e si forma una squadra che può avere ambizioni maggiori.
“Questa potrebbe essere una politica giusta, a patto che i giovani siano di proprietà e che vengano tenuti. Ma al Torino, storicamente, da quando c’è Cairo, appena un giovane fa un exploit, come è accaduto a Bellanova, che è stato venduto a campionato iniziato, negli ultimi giorni di mercato, viene venduto per fare cassa. Cairo non ci perde mai. Alzare il livello diventa difficile se si vendono sempre i giocatori migliori. E comunque i prestiti sono sempre un’incognita, perché non tutti poi rendono come ci si aspettava e, per giunta, fai il lavoro sporco valorizzando un calciatore che è di un altro. Il Torino mi sembra un po’ un’officina per calciatori”.

Il Torino adesso affronta un filotto di partite alla portata: Parma, Monza, Frosinone e Lecce, con il Como a parte. Un periodo in cui si può testare effettivamente quanto è riuscito a fare Abate e quanto vale questa squadra?
“Certo, anche perché con le squadre alla nostra portata è obbligatorio fare risultato. Perché tutti i punti che fai contro le dirette avversarie sono punti buoni e che poi, alla fine, pesano. Ci può stare di perdere contro il Como, ci può stare di perdere contro le grandi, però contro le dirette i punti bisogna farli, altrimenti diventa subito un campionato che fin dalla partenza è in salita. Se si riesce invece ad avere già una posizione più tranquilla, poi puoi anche gestire un risultato sfavorevole, diventa tutto più facile e anche l’ambiente è un po’ più calmo”.

Quanti punti si aspetta in queste prossime partite, fino a quella con il Lecce, visto che poi c’è la seconda sosta del campionato?
“Sono cinque partite, per cui, se riuscissimo a fare 10-12 punti, sarebbe tanta roba. Si può mettere in preventivo un pareggio fuori casa. Ma il discorso, secondo me, più di tutto è cercare di avere un’idea di gioco che sia quella e andare avanti con quella. Hai i giovani e, se vuoi farli giocare, anche perché devi valorizzarli, bisogna farli giocare nel proprio ruolo. C’è tutto un insieme di cose che devono essere fatte.
Ho 58 anni e da più di 50 sono abbonato, il primo a 6 anni, quindi qualcosina l’ho vista in tutti questi anni. Una volta gli allenatori non erano vincolati a un modulo o a un sistema di gioco e il Presidente comprava i giocatori e diceva: “Guarda, ci sono questi, falli giocare”. Adesso a ogni inizio di stagione cambiamo allenatore e quindi sistema di gioco, e questo vuol dire comprare e vendere almeno 10 giocatori tutti gli anni. Ovviamente rimane difficile costruire se, a partire dall’allenatore, non riesci ad avere un’idea fissa. Guardiamo le grandi cantere, quelle del Barcellona e del Real Madrid, che fin dalle giovanili, per arrivare alla prima squadra, tutte le squadre giocano con lo stesso modulo. Ebbene, rimane più facile per un ragazzino preso dalla Primavera, in caso di piena emergenza, entrare in campo perché sa quello che deve fare, poiché gioca già in quella maniera. Ma come fai a far giocare tutte le squadre con lo stesso sistema di gioco se ogni volta cambi l’allenatore? È una cosa che non riesco a capire come Cairo, che è risaputo che è uno che intende spendere molto poco, concepisca che la squadra cambi sempre modulo e quindi, di conseguenza, bisogna cambiare anche tanti giocatori. È anche controproducente per lui, secondo me, però evidentemente ha la sua visione astratta del mondo del calcio”.

Il vostro Toro Club venerdì ha organizzato un aperitivo, ma avete in programma anche altre iniziative?
“Tutti gli anni facciamo un torneo giovanile, dei primi calci, dedicato a Don Aldo Rabino e al quale partecipa anche il Torino FC. A questo torneo viene sempre anche Francesco “Cecco” Lurgo, il collaboratore di Don Aldo. Quest’anno abbiamo fatto un gadget con il logo del nostro Club per tutti i ragazzini: degli occhiali da sole. E alla fine del torneo, alle premiazioni, c’erano tutti i ragazzi con gli occhiali da sole, è stato carino. Lo facciamo a fine campionato, appena il Bra riesce a darci i campi.
Da due anni facciamo anche un torneo fra i vari Club di tifosi braidesi di calcio. Il primo è stato un quadrangolare con Toro, Juventus, Inter e Milan, quest’anno un triangolare e noi granata abbiamo vinto tutte e due le edizioni, ed è motivo d’orgoglio. Questo torneo lo facciamo nelle pause del campionato per la Nazionale oppure a fine stagione, non c’è una data fissa poiché dipende da come riusciamo a organizzarci. Quest’anno lo abbiamo fatto a luglio.
Abbiamo anche realizzato un monumento collocato in viale Madonna dei Fiori. In collaborazione con il Toro Club Carmagnola, ogni domenica, o quando si gioca, organizziamo un pullman per andare allo stadio Grande Torino e anche con il Toro Club di Villanova d’Asti organizziamo le trasferte. Collaboriamo con gli altri club per riuscire a fare qualcosa perché purtroppo ormai vediamo che un club da solo non basta: l’unione fa la forza, costa molto noleggiare un pullman e quindi bisogna riempirlo.
Ci sono un mare di persone che dicono che finché ci sarà Cairo non andranno, per cui, per riempire il pullman, bisogna unirsi ad altri Club. Arriverà il giorno in cui Cairo andrà via e allora andremo a prendere casa per casa tutti quelli che non venivano perché c’era lui e diremo loro: “Adesso che non c’è più, tornate allo stadio?”. Sperando che nel frattempo non abbiano cambiato passione e interessi.
Personalmente, la cosa che mi dà più noia di Cairo è che lui, a livello imprenditoriale, nelle sue altre aziende fa fatturati e le fa crescere, mentre con noi non fa assolutamente nulla. È vero che lui compra le aziende a bassissimo costo, come ha fatto anche con noi, e quindi è facile poi farle crescere, ma con noi no: gli basta vendere i migliori giocatori tutti gli anni, gli interessa solo questo. Tutti noi abbiamo la speranza che Cairo se ne vada al più presto perché con lui purtroppo non abbiamo un futuro”.

Fonte: Elena Rossin

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