Auf Wiedersehen mister Runjaic. Un buon gestore, ma il gioco promesso non si è mai visto. Ora Zanetti deve ricostruire tutto
Stefano Pontoni
Un epilogo scontato, almeno per quello che abbiamo visto in questo disastroso avvio di campionato. Cinque punti, sette sconfitte nelle ultime otto partite, una squadra precipitata al penultimo posto e soprattutto la sensazione che il tecnico tedesco non avesse più gli strumenti per invertire la rotta. Andare avanti sarebbe stato un azzardo, forse persino un atto di ostinazione. E allora Gino Pozzo, che pure di fiducia a Runjaic ne ha concessa tanta, ha deciso di cambiare.
Chi mi legge da tempo lo sa: non sono mai stato un grande estimatore del tecnico tedesco. L’ho scritto più volte in questi anni, anche quando i risultati erano positivi. Questo non significa, però, non riconoscergli i meriti che ha avuto. Perché Runjaic qualcosa di buono a Udine lo ha fatto, eccome. Ha restituito tranquillità a un ambiente reduce dalla salvezza conquistata all’ultimo respiro a Frosinone, ha riportato la squadra a navigare in acque decisamente più serene e, soprattutto, ha centrato quella che resta la migliore stagione dell’era post Guidolin, raggiungendo quota 50 punti.
Un risultato importante, che sarebbe ingeneroso sminuire. Anche se, personalmente, continuo a pensare che proprio quella stagione abbia lasciato un pizzico di amaro in bocca. Perché l’Udinese aveva le qualità per fare qualcosa di più, per provare almeno a inserirsi nella corsa a un obiettivo davvero ambizioso. Invece, tra punti gettati e occasioni sprecate, ci siamo fermati a metà strada. Soddisfatti, forse troppo, di aver ritrovato una normalità che a Udine mancava da tempo.
Ed è proprio qui che nasce il mio principale rimprovero a Runjaic: è stato un buon gestore, ma non è mai diventato un vero costruttore di gioco.
Quando arrivò in Friuli, il tecnico parlò di un calcio moderno, europeo, propositivo, capace di valorizzare il possesso e l’iniziativa offensiva. Parole interessanti, che avevano alimentato curiosità e aspettative. Il problema è che, tra il dire e il fare, è rimasta una distanza enorme. In questi anni non ho mai visto un’Udinese con un’identità tattica davvero riconoscibile, capace di andare oltre le qualità dei singoli. Ho visto piuttosto una squadra che funzionava quando funzionavano i suoi uomini migliori. E che, appena questi venivano meno, si spegneva quasi completamente.
Nella prima stagione bastava guardare il rendimento di Thauvin e Lucca per capire quanto dipendessimo da loro. Quando il francese inventava e l’attaccante trovava la porta, l’Udinese poteva diventare pericolosa per chiunque. Quando invece sono venuti meno, il rendimento è precipitato e il finale di campionato è stato decisamente negativo.
Di quella prima annata, poi, personalmente non dimentico nemmeno la gestione di Alexis Sanchez. Il Niño, tornato a Udine con entusiasmo e aspettative, è stato trattato troppo spesso come un elemento marginale, quasi fosse l’ultimo arrivato. Una gestione che non ho condiviso allora e che continuo a non condividere oggi. E Sanchez non è stato nemmeno l’unico caso di un rapporto complicato tra Runjaic e alcuni elementi della rosa. In questi anni è emersa più volte la sensazione di un allenatore molto legato ai propri fedelissimi e decisamente meno disponibile a concedere opportunità a chi non rientrava nelle sue preferenze. Naturalmente ogni tecnico ha il diritto di fare le proprie scelte. Ma quando certe esclusioni diventano sistematiche, qualche domanda è legittimo porsela.
Lo scorso anno il rendimento è migliorato, ma il problema di fondo è rimasto sostanzialmente identico. Con Davis in forma, Zaniolo ispirato, Atta ed Ekkelenkamp capaci di incidere e Solet padrone della difesa, l’Udinese aveva qualità, fisicità e talento per mettere in difficoltà chiunque. Era una buona squadra, forse persino più che buona. Ma quando veniva meno uno di questi protagonisti, mancavano le soluzioni alternative. Non c’era un sistema di gioco capace di compensare l’assenza di un singolo. Non c’erano automatismi offensivi sufficientemente consolidati. Non c’era quella capacità di trovare strade diverse per arrivare alla porta avversaria. Troppo spesso ci si affidava all’iniziativa individuale, alla giocata estemporanea, allo strappo di Davis o all’invenzione di Zaniolo.
E allora mi chiedo: quanto di quella stagione positiva è stato merito dell’organizzazione di Runjaic e quanto della qualità dei giocatori che aveva a disposizione? Una domanda alla quale, credo, questo avvio di campionato abbia fornito una risposta piuttosto chiara.
Quest’anno non ha funzionato praticamente nulla. E pensare che soltanto poche settimane fa, durante la presentazione della squadra al Moretti, si parlava apertamente di Europa. Proclami ambiziosi, forse persino eccessivi, che oggi suonano quasi come una beffa. Perché da quelle dichiarazioni alla realtà del campo il passo è stato brevissimo, ma il precipizio enorme.
L’Udinese si è letteralmente sgonfiata. Prima sul piano del gioco, poi su quello fisico e infine, cosa ancora più preoccupante, su quello mentale. Una squadra sempre più fragile, incapace di reagire alle difficoltà, che nelle ultime settimane ha dato l’impressione di aver smarrito completamente fiducia e convinzione. E anche Runjaic è sembrato cambiare. Da allenatore sorridente, tranquillo e sicuro delle proprie idee a tecnico progressivamente più scoraggiato, quasi rassegnato davanti a problemi ai quali non riusciva più a trovare risposte.
Le sue difficoltà nella lettura delle partite, peraltro, non sono una novità. La gestione dei cambi è stata spesso uno dei suoi punti deboli, così come la capacità di intervenire tatticamente quando una gara prendeva una direzione diversa da quella immaginata. Troppe volte abbiamo visto sostituzioni tardive, scelte poco comprensibili e una squadra incapace di modificare il proprio atteggiamento a partita in corso.
E questo pesa ancora di più considerando un altro aspetto: probabilmente nessun allenatore dell’Udinese negli ultimi anni ha goduto di una fiducia paragonabile a quella concessa a Runjaic. Gino Pozzo lo ha sostenuto anche nei momenti complicati, gli ha dato tempo, gli ha garantito continuità e gli ha permesso di avere voce in capitolo anche nella costruzione della rosa. Su diversi arrivi c’è stata anche la sua impronta. Non era, insomma, un tecnico lasciato solo a gestire una squadra costruita da altri. Era parte integrante del progetto. E proprio per questo non può essere esonerato dalle responsabilità per quanto accaduto.
Attenzione, però, a non trasformarlo nell’unico colpevole. Perché anche la società dovrà riflettere sulle scelte di mercato, su una rosa che presenta lacune evidenti e su una programmazione che, dopo le ambizioni estive, ci ha consegnato una squadra penultima in classifica. L’esonero può rappresentare una scossa, ma non cancella automaticamente gli errori commessi.
Che cosa resta, dunque, dell’esperienza di Kosta Runjaic a Udine? Resta innanzitutto un grazie. Doveroso, sincero. Perché ha accompagnato l’Udinese per oltre due anni, ha contribuito a riportare serenità dopo una stagione drammatica e ha ottenuto risultati che meritano rispetto. Resta il ricordo di un allenatore che, almeno inizialmente, aveva saputo gestire bene il gruppo e restituire credibilità alla squadra.
Resta anche, però, la sensazione di un’occasione parzialmente sprecata. Di un progetto che avrebbe potuto crescere molto di più e che invece si è fermato, forse perché lo stesso allenatore, a un certo punto, si è seduto sugli allori. Convinto che quanto fatto fosse sufficiente, senza trovare il coraggio di evolvere, cambiare e aggiungere qualcosa di nuovo.
E resta, naturalmente, il ricordo di quelle conferenze stampa in tedesco, con il sorriso sornione e il traduttore al fianco. Dopo oltre due anni, di italiano ne abbiamo sentito davvero poco. Una particolarità che ha accompagnato tutta la sua esperienza friulana e che, nel bene e nel male, resterà uno dei tratti distintivi della sua avventura.
Adesso, però, si volta pagina.
Tocca a Paolo Zanetti. E la prima curiosità, concedetemi la battuta, sarà capire se anche lui si presenterà in conferenza stampa con un «Guten Tag», per ripartire simbolicamente da dove ci siamo fermati, oppure se deciderà di tagliare immediatamente con il passato e inaugurare un corso completamente diverso.
Scherzi a parte, il nuovo allenatore si trova davanti a una sfida enorme. Ha pochissimo tempo, una classifica complicata e una squadra che deve essere ricostruita prima di tutto nella testa. Ma ha anche un’opportunità importante per rilanciare la propria carriera.
E pensare che Zanetti avrebbe potuto allenare l’Udinese già qualche anno fa. Dopo aver conquistato la promozione in Serie A con il Venezia, aveva ricevuto una proposta dal club friulano, scegliendo però di rimanere in laguna per riconoscenza verso la società che gli aveva dato fiducia. L’Udinese proseguì allora con Luca Gotti, mentre Zanetti sarebbe stato esonerato dal Venezia qualche mese più tardi. Da allora sono arrivate le esperienze con Empoli e Verona, avventure complicate, vissute alla guida di squadre chiamate soprattutto a lottare per la permanenza nella massima categoria.
Ora trova un’Udinese che, nonostante la classifica, dispone di valori tecnici importanti. Perché questa rosa ha certamente dei limiti, ma non è una squadra da cinque punti dopo dieci giornate. Ci sono giocatori di qualità, elementi di esperienza e giovani interessanti sui quali costruire qualcosa.
Il problema è che bisogna farlo in fretta. Anzi, immediatamente. Venerdì al Penzo c’è già il Venezia, proprio la squadra con la quale Zanetti ha scritto una delle pagine più importanti della propria carriera. Uno scontro diretto che pesa tantissimo, non soltanto per la classifica, ma anche per il morale di un ambiente che ha disperatamente bisogno di ritrovare entusiasmo.
Serviranno idee nuove, coraggio, personalità. Servirà soprattutto un allenatore capace di dare alla squadra ciò che negli ultimi tempi è mancato: un’identità precisa, un’organizzazione riconoscibile e la convinzione di poter essere competitiva anche quando i singoli non sono nella loro giornata migliore. Perché l’Udinese non può più permettersi di vivere soltanto delle giocate dei suoi uomini migliori. Deve tornare a essere una squadra.
Runjaic lascia dopo aver fatto qualcosa di buono, ma anche con il rimpianto di non aver saputo trasformare una gestione positiva in un progetto davvero ambizioso. Zanetti arriva con il compito di raccogliere ciò che resta e provare a costruire qualcosa di diverso.
Il tempo degli esperimenti e dei proclami, però, è finito. Adesso servono fatti, punti e risultati. E magari anche un po’ di quel coraggio che, negli ultimi tempi, a Udine è mancato terribilmente.


