Un Leone non muore, dorme! La tragedia di Marc-Vivien Foé
LIONE – Ci sono date che il calcio non può e non vuole dimenticare.
Giorni in cui il verdetto del campo, i gol e i passaggi per una finale sbiadiscono improvvisamente di fronte alla crudele realtà della vita. Il 26 giugno è, per antonomasia, il giorno del silenzio e delle lacrime per il calcio mondiale.
Ventitré anni fa, sullo sfondo dello stadio Gerland di Lione, si consumava uno dei drammi più sconvolgenti mai visti in diretta televisiva: la morte sul campo di Marc-Vivien Foé.
Era il 26 giugno 2003. Si giocava la semifinale di Confederations Cup tra il Camerun, campione d'Africa in carica, e la Colombia.
L'atmosfera era quella delle grandi occasioni, ma il caldo torrido di quella fine di giugno gravava come un macigno sulle gambe dei ventidue in campo. Al minuto 72, il gigante buono del centrocampo camerunese, un atleta dal fisico apparentemente indistruttibile, crollò improvvisamente nel cerchio di centrocampo.
Nessun contatto, nessun contrasto. Solo un corpo che cedeva di schianto, gli occhi rivolti al cielo, vitrei.I soccorsi furono immediati ma drammatici.
I tentativi di rianimazione a bordo campo e la corsa disperata verso il centro medico dello stadio si rivelarono inutili.
Dopo 45 minuti di massaggio cardiaco, il cuore di Marc-Vivien Foé smise di battere per sempre, stroncato a soli 28 anni da una cardiomiopatia ipertrofica latente.
La notizia della sua morte piombò come un fulmine a ciel sereno mentre nell'altro stadio si disputava la seconda semifinale tra Francia e Turchia.
Le immagini dei calciatori francesi, molti dei quali compagni di squadra di Foé nel Lione e nel Manchester City, in lacrime nel tunnel degli spogliatoi, restano una delle istantanee più dolorose dello sport moderno. Il gol, la vittoria, la qualificazione: tutto aveva perso senso.Il sacrificio di Foé non è stato però invano. Quella tragedia in mondovisione impose una profonda riflessione sulla salute degli atleti, portando la FIFA e le federazioni internazionali a introdurre controlli cardiaci preventivi molto più rigorosi e l'obbligo di defibrillatori semiautomatici a bordo campo in ogni competizione ufficiale.
Oggi, a distanza di anni, il 26 giugno non è più solo la ricorrenza di una partita di pallone.
È il giorno in cui il mondo del calcio si toglie il cappello, guarda verso il cielo di Lione e ricorda il sorriso e la forza di Marc-Vivien Foé, il leone indomabile che corse fino all'ultimo respiro.
Un intero Paese paralizzato dal dolore, unito nel pianto per il proprio figlio più vigoroso. I funerali di stato di Marc-Vivien Foé, celebrati nella capitale camerunese Yaoundé, hanno trasformato il dramma di Lione in un momento di storica e oceanica commozione collettiva, unendo capi di stato, leggende dello sport e semplici cittadini.
La bara del centrocampista ventottenne, avvolta nella bandiera tricolore del Camerun con la celebre stella dorata, è stata accolta da una folla immensa.
Più di trentamila persone hanno assediato la cattedrale di Yaoundé e le strade circostanti, in un clima di incredulità e profonda devozione per il calciatore che aveva onorato la maglia dei "Leoni Indomabili".
Alla cerimonia ha preso parte l'intera squadra nazionale del Camerun, visibilmente distrutta dal dolore.
I compagni di squadra, che solo pochi giorni prima condividevano con lui lo spogliatoio in Francia, hanno trasportato a spalla il feretro del loro "fratello maggiore". Tra le prime file della chiesa, in lacrime, erano presenti anche grandi personalità del calcio mondiale, tra cui il presidente della FIFA Sepp Blatter e l'allora presidente camerunese Paul Biya, a testimonianza dell'impatto globale di questa tragedia.
"Un leone non muore, dorme", recitava uno dei tantissimi striscioni esposti dai tifosi fuori dalla cattedrale.
Durante l'omelia, Foé è stato ricordato non solo come un atleta straordinario e instancabile, ma soprattutto per la sua immensa generosità e per i progetti benefici avviati in patria a favore dei giovani calciatori meno fortunati.
Al termine della funzione, il feretro è stato trasportato a Biteng, la periferia della capitale dove il calciatore stava facendo costruire un grandioso centro sportivo per i bambini del suo Paese.
È lì che le sue spoglie riposano, in quella stessa terra che aveva sempre cercato di riscattare con la sua forza e il suo sorriso.
Il Camerun ha salutato il suo campione con gli onori militari, ma soprattutto con l'amore eterno di un popolo che non dimenticherà mai il suo sacrificio sul campo.






