ESCLUSIVA TA - Dario Bergamelli: "All'Atalanta impari il rispetto. Coppa Italia? È la volta buona"
Dario Bergamelli è bergamasco di Albino, è cresciuto nel settore giovanile dell’Atalanta ed è stato capace di trasformare la passione di bambino in una carriera professionistica. Difensore determinato, ha esordito in prima squadra con l’Atalanta e, nel corso della sua carriera, ha vestito anche le maglie di AlbinoLeffe e Cremonese, diventando così un doppio ex della sfida che si giocherà lunedì a Bergamo. Nonostante gli infortuni lo abbiano costretto a smettere presto di giocare, Bergamelli, titolare del Berga Padel ad Albino, racconta in esclusiva a TuttoAtalanta.com la sua carriera con orgoglio, mettendo in luce radici, passione e tenacia, che restano il vero cuore dello sport.
DALLE ORIGINI ALL'ESORDIO
Come nasce il legame tra Dario Bergamelli e l’Atalanta?
Bergamelli: «Giocavo all’oratorio Marinelli di Comenduno – come riferisce in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –, come tutti i bambini di Albino: a 7, su un campo di terra battuta. A 9 anni ho fatto i provini per l’Atalanta e a 10 ero nel vivaio nerazzurro».
L’Atalanta nota te, ma questa è una storia particolarissima.
«Una storia incredibile. Nessuno, poi, è diventato calciatore professionista, ma fa specie pensare che da una squadra di oratorio cinque giocatori siano finiti all’Albinoleffe e poi uno al Milan e uno all’Atalanta. Una cosa che, sinceramente, credo non sia mai più capitata. Eravamo tutti della stessa età, amici, con una passione fuori dal normale per il calcio. Ci trovavamo praticamente tutti i giorni per giocare. Vincemmo anche il campionato provinciale, perché obiettivamente eravamo più forti delle altre squadre. Poi ognuno ha seguito il proprio percorso: chi ha continuato all’AlbinoLeffe, chi è andato in prestito in Eccellenza o in Serie D. Qualcuno ha smesso presto, ma per essere una squadra di oratorio, quello che è successo resta qualcosa di straordinario».
I tuoi ricordi più belli all’Atalanta sono proprio legati al settore giovanile?
«Ricordo benissimo tutto. Venni selezionato dal maestro Bonifaccio, che era una figura storica nella selezione dei giovani. Andavamo ancora al campo militare, vicino allo stadio. Sono entrato nel vivaio nerazzurro da piccolo e tutto il percorso è stato meraviglioso. L’esordio in prima squadra, ovviamente, è stato il coronamento di un sogno. Poi, per mille motivi, non sono riuscito a restarci. Sono andato in prestito e non sono più tornato, ma mi restano ricordi bellissimi».
Come l’esordio in prima squadra e la promozione a fine stagione?
«Il mio esordio arriva nell’anno della promozione con Colantuono, nel suo primo campionato sulla panchina nerazzurra. In squadra c’erano Consigli, Osvaldo, Defendi, Manzoni, tanti ragazzi di valore. Il mio esordio fu contro il Modena, in casa, a Bergamo. Me lo ricordo benissimo: avevo 18 anni, c’erano i miei amici in Curva. Qualcosa d’incredibile. Perdemmo la partita 1-0. Segnò Bucchi, che quell’anno fu capocannoniere della Serie B, ma per me fu bellissimo, come lo fu essere aggregato tutta la stagione alla prima squadra. In quegli anni non era affatto scontato: far esordire i giovani era molto più complicato rispetto a oggi».
Sapevi che avresti esordito o è stata una sorpresa?
«In realtà pensavo potesse succedere prima, ma per vari motivi l’attesa si è allungata. Era l’anno della vittoria del campionato a Catanzaro, con il gol di Zampagna. Però Colantuono, bene o male, mi ha sempre portato con il gruppo, e questo per me è stato fondamentale. C’erano tanti ragazzi di valore, molti dei quali hanno poi fatto carriere importanti».
TRA INFORTUNI E PRESTITI
Dopo varie stagioni in prestito in più Club, arrivi all’AlbinoLeffe, che poi ti riscatta definitivamente dall’Atalanta. Come vivi quel momento?
«Non lo vivo male. Certo, l’ambizione era quella di tornare all’Atalanta. Il mio passaggio all’AlbinoLeffe era rientrato nell’ultima operazione tra Atalanta e AlbinoLeffe, che aveva riguardato anche Karamoko Cisse e Nicola Madonna. Ero sereno: l’AlbinoLeffe stava facendo bene, era in Serie B, e io a 23-24 anni avevo già superato le 100 presenze nella serie cadetta. Ero felice. Poi le cose hanno preso una piega diversa. Ho avuto diversi problemi fisici e non sono più riuscito a rendere al 100%».
Gli infortuni, infatti, hanno inciso nella tua carriera.
«Come è successo a tanti. Io ho subito 8 interventi. Non è stata una cosa facile, però purtroppo fa parte dello sport. Se devo essere sincero, all’inizio fai molta fatica ad accettarlo. Poi, pian piano, lo accetti: fa parte del percorso. Io non sono stato fortunato con gli infortuni e non lo dico per piangermi addosso. È semplicemente la realtà. Ovviamente un po’ di rammarico resta, come per qualsiasi giocatore. Anche Caldara li avrà. È normale. Ti chiedi come sarebbe potuta andare, ma agli sportivi, specie quelli che si “rompono spesso”, capita. Però alla fine ho fatto quello che mi piaceva e ho vissuto in un contesto che era il mio sogno fin da bambino. A Bergamo abbiamo visto vere tragedie. Io ero amico di Piermario Morosini e conoscevo benissimo Davide Astori».
All’AlbinoLeffe ti sei trovato a giocare in campionato contro l’Atalanta. Per i nerazzurri il vero derby è quello con il Brescia. Sul fronte biancoceleste, invece, quella partita come veniva vissuta?
«Quando abbiamo giocato contro l’Atalanta, nell’AlbinoLeffe c’eravamo io, Bombardini, Bernardini, Gigi Sala, Mingazzini, Foglio, Mondonico. Chi dalle giovanili e chi dalla prima squadra, eravamo praticamente tutti passati dall’Atalanta, quindi era impossibile non sentirla come una partita speciale».
Cremona, invece, cosa ha rappresentato per te?
«Cremona è stata una parentesi bellissima. Una società storica, con un presidente serio, Arvedi, lo stesso di oggi, una bella tifoseria e una bella città. In quegli anni avrei potuto continuare a fare la Serie B, ma ho sempre scelto progetti ambiziosi, dove, al di là della categoria, c’era l’idea di costruire qualcosa di bello. A Cremona il direttore tecnico era Gigi Simoni, una figura di livello assoluto, uno che aveva allenato Ronaldo all’Inter. Era una società strutturata, con la sensazione che prima o poi sarebbe arrivata. Quando vai in un posto così, speri sempre di far parte di quel percorso. Purtroppo perdemmo i playoff, ma resta un’esperienza molto positiva».
Alla Ternana, la cui tifoseria è gemellata con quella dell’Atalanta e dove sei rimasto tre anni e mezzo, invece, com’era andata?
«Lì si respira il rapporto incredibile che c’è con Bergamo e l’Atalanta. Girando per la città, capitava anche spesso d’incontrare qualche bergamasco. Noi eravamo in 4 ex Atalanta. Con me c’erano Defendi, Suagher e Marilungo e ci sentivamo davvero un po’ a casa. Ci hanno sempre trattato benissimo, con grande rispetto. Anche per questo siamo rimasti legati alla città. A noi bergamaschi o atalantini concedevano anche qualche errore in più (ride, ndr)».
VALORI E FUTURO
C’è qualcosa che accomuna tutte le tue esperienze in giro per l’Italia e che, magari, ti ha lasciato l’Atalanta?
«Assolutamente sì. Chiunque passi dall’Atalanta lo dice. Nel vivaio nerazzurro apprendi cosa sia il rispetto. Chi usciva dall’Atalanta, lo faceva con una formazione umana e professionale precisa. Vuoi per Mino Favini, vuoi per gli allenatori, vuoi per tutto l’ambiente, ma eri una persona rispettosa dei ruoli, un professionista serio. Nel 99% dei casi eravamo tutti fatti con lo stampino sotto quest'aspetto. Ed è la cosa più bella che l’Atalanta mi ha lasciato: un insegnamento umano, ancor prima che calcistico».
Oggi di cosa ti occupi?
«Ho aperto un mio centro padel ad Albino. Si chiama Berga Padel. Il nome non è per esaltare me stesso, ma per mio papà: volevo qualcosa che lo ricordasse».
Dal calcio al padel: oggi ti diverte di più questo?
«Il calcio resterà sempre il mio grande amore e questo non cambierà mai. Però il padel mi diverte molto. È un ambiente giovanile. È bello ed è un altro modo di vivere lo sport e la socialità. Volevo restare nello sport e ci sono riuscito».
Con il calcio hai chiuso per sempre?
«Per ora. Poi mai dire mai. Sono ancora abbastanza giovane. Ho smesso presto, a 34 anni, proprio a causa degli infortuni. Me li trascinavo da tanto tempo e, onestamente, facevo fatica ad accettare l’idea di smettere. Non è stato semplice, ma a un certo punto ho capito che era la scelta giusta».
ATALANTA-CREMONESE
Dell’Atalanta di questa stagione cosa ne pensi?
«Tutto quello che è successo negli ultimi dieci anni – Champions League, Europa League – è qualcosa che prima era impensabile. Oggi nove bambini su dieci nascono e crescono atalantini, grazie ai risultati straordinari della squadra e per Bergamo è una cosa bellissima. C’è un grande senso di appartenenza. Speriamo di poter continuare a sognare il più a lungo possibile».
Battendo la Juventus, l’Atalanta ha buone possibilità di arrivare in finale di Coppa Italia. A questo punto della stagione, è la strada più facile per raggiungere l’Europa?
«Non è impossibile nemmeno attraverso il campionato, ma la Coppa Italia è sicuramente una grande occasione. È un trofeo che c’è sfuggito per poco in passato e questa potrebbe essere la volta buona. La rosa è forte e Palladino sta facendo un lavoro super».
Lunedì si gioca Atalanta-Cremonese: cosa ti aspetti?
«Ovviamente l’Atalanta parte favorita, mentre la Cremonese non attraversa un momento straordinario. Era partita bene, quindi fortunatamente non ha una posizione di classifica a rischio. Ha ancora qualche punto di vantaggio sulla zona retrocessione. Ha rinforzato la rosa e ha un buon allenatore. Sono quelle partite in cui devi stare sempre attento, anche se si arriva dalla grande vittoria contro la Juventus. Ma quelli dell’Atalanta sono ormai giocatori internazionali e lo sanno bene. Mi aspetto una partita dove la Cremonese proverà a giocare, perché non è una squadra attendista. Gioca bene e non si chiuderà troppo dietro. Proverà a fare il suo gioco».
Doppio ex di Atalanta e Cremonese, Dario Bergamelli rappresenta l’orgoglio e la tenacia di un bergamasco cresciuto tra i colori nerazzurri e fiero della squadra della sua città. Gli infortuni hanno segnato la sua carriera, ma non ne hanno spento la passione per lo sport, né la determinazione.
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