ESCLUSIVA TA - Alberto Fontana: "Atalanta-Napoli senza calcoli. La Dea può ribaltarla col Dortmund"
C’è chi il calcio lo vive sotto i riflettori e chi sceglie la sostanza. Alberto Fontana, doppio ex della sfida tra Atalanta e Napoli che domenica accenderà la New Balance Arena, è sempre stato uno: concreto, capace di trasmettere calma anche quando tutto intorno bruciava. A Bergamo dal 1997 fino al gennaio 2001, l’ex portierone nerazzurro ha vissuto una delle esperienze più dure ma formative della sua carriera, tra retrocessioni, promozioni e stagioni in cui ogni domenica sembrava una battaglia. Eppure, in mezzo a quella pressione, Fontana aveva trovato qualcosa di familiare. Bergamo per lui era diventata un po’ casa: non c’era il mare della sua Romagna, ma c’era quella quotidianità semplice, quel ritmo a misura d’uomo che sapeva restituirgli equilibrio. Una città operosa, discreta, dove la Dea è identità prima ancora che squadra. E dove il portiere romagnolo ha imparato cosa significhi reggere l’urto e infondere serenità a uno spogliatoio anche nei momenti più complicati.
L'ARRIVO E GLI ANNI A BERGAMO
Alberto, il tuo passaggio all’Atalanta come avviene?
«Io arrivo dal Bari, a parametro zero – confida in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Mi ero incontrato a gennaio con Nicola Radici a Modena insieme al mio procuratore e nel giro di un mese abbiamo chiuso il trasferimento. Io rifiutai il rinnovo del Bari e firmai un quadriennale con l’Atalanta, dove, poi, sono arrivato a fine stagione. Il Bari, dopo la retrocessione, giocava in Serie B e quell’anno avevamo vinto il campionato».
Perché l’Atalanta?
«Sapevo che era una società che mi seguiva da tempo e la nomea di Bergamo ha aiutato: è una città dove si vive bene, dove c’è una tradizione calcistica importante. Non è grandissima e questo ha influito molto».
Che esperienza è stata quella nerazzurra?
«Il primo è stato un campionato difficile. Abbiamo pagato i tanti infortuni. Eravamo partiti molto bene, ma da novembre in poi è diventata dura e siamo retrocessi all’ultima giornata. È stata una grande delusione. Ovviamente era un’Atalanta diversa da quella di oggi. Parliamo di un altro tipo di società, di ambizioni. All’epoca era una squadra che faceva due o tre anni in Serie A, magari quattro, poi retrocedeva e poi tornava di nuovo nella massima serie, ma era un serbatoio di giovani incredibile. Quando ero lì mi sono reso conto perché Favini era considerato il numero uno. Lo è stato in tutti i sensi. L’Atalanta aveva sempre ragazzi del vivaio pronti a subentrare, a diventare un capitale per la società. Credo che questa sia stata la grande fortuna dell’Atalanta».
In questo contesto tu diventi un uomo spogliatoio. Ti rivedi in quel ruolo?
«Il primo anno mi sono trovato subito benissimo. C’erano Gallo, Carrera, Sgrò, Lucarelli. Eravamo proprio un gruppo vero. Ci siamo divertiti e siamo stati bene insieme anche fuori dal campo. Abbiamo pagato molto gli infortuni, però è stata un’esperienza bellissima. L’anno dopo in B eravamo il miglior attacco e la miglior difesa, ma non riuscimmo a essere promossi, mentre il secondo anno vincemmo il campionato in maniera molto netta».
Quel campionato vinto è stato il tuo momento più bello con la maglia dell’Atalanta?
«Sicuramente, ma io a Bergamo sono stato sempre bene. Io sono figlio di un bagnino e Bergamo assomiglia molto a Cesena. Mi piaceva proprio la quotidianità che si viveva in città. Anche quando ho giocato quattro anni a Milano, tutte le sere venivo a Bergamo, dove c’era il mio grande amico Costanzo Barcella, con cui avevo giocato. Giravo con la sua compagnia. Quindi Bergamo l’ho vissuta anche altri quattro anni. È una città a misura d’uomo. Su certe cose assomiglia molto alla Romagna. È una città oggettivamente molto bella, ma non troppo grande. E per chi è nato nelle mie zone è molto importante».
È vero che a Bergamo, soprattutto la prima stagione, certe domeniche ti sembrava di giocare una partita ogni dieci minuti?
«Uno conosce la storia dell’Atalanta, ma pensa che essendoci Milano vicina, t’immagini ci siano tanti tifosi dell’Inter o del Milan. Poi arrivi a Bergamo e capisci che la Dea è la Dea. Questa cosa ti spiazza, perché pensi sempre che la grande città vicina possa portarsi via un po’ di tifosi, invece a Bergamo si vive per l’Atalanta».
Rispetto alle piazze importanti dove sei stato, come Milano o Napoli, c’è differenza?
«In base alla dimensione della città, il calore e la devozione verso la squadra sono oggettivamente enormi. Lo stadio è sempre pieno e la gente è davvero molto legata alla squadra».
Ti sei sentito sostenuto anche nei momenti più complicati?
«Assolutamente sì. È una piazza che ti spinge anche quando c’è maggior affanno. Io ho sentito molto affetto dalla gente. A Bergamo sono stato bene e io ricordo quelle stagioni in maniera molto positiva».
Dopo gli anni all’Inter ti è più capitato di tornare a Bergamo?
«Sì, mi è capitato. In questo momento l’allenatore della Primavera, Giovanni Bosi, è un mio amico. È cresciuto nel Cesena. Lo conosco e qualche volta sono tornato a Bergamo. Resta una città che ti fa vivere molto bene, che ti lascia spazio».
IL SETTORE GIOVANILE E I GIOVANI
Conosci Bosi e prima parlavi di Atalanta come serbatoio di giovani: lo è ancora oggi?
«Intanto la mia Atalanta era una squadra che lottava per salvarsi oppure per vincere la B e inserire un giovane in prima squadra era oggettivamente la prassi. Dal vivaio arrivano giocatori incredibili. Penso a Morfeo, Locatelli, i gemelli Zenoni, Zauri. C’è una storia a Bergamo che parla di una crescita costante di ragazzi arrivati in prima squadra e poi venduti a squadre importanti. Oggi la situazione è diversa. L’Atalanta adesso è un’altra realtà, è una squadra che gioca in Europa e il salto dalla Primavera alla prima squadra è molto più complicato. Per questo trovo la scelta dell’Under 23 oculata e giusta, perché i giovani possono fare un giusto step intermedio. Entrare direttamente a far parte di una squadra che gioca per la Champions è molto difficile».
Quelle stagioni di alternanza tra Serie A e B sono state le fondamenta della crescita attuale?
«Sì, la cultura del settore giovanile a Bergamo ha fatto storia. Favini è stato il guru dei giovani. Io ho avuto la fortuna di conoscerlo. Lui conosceva tutti i ragazzini, ne sapeva il nome e pure il soprannome. C’è stata una programmazione che è tipica bergamasca. Voi fate le cose bene. Questo ha fatto sì che l’Atalanta sia sempre stata una società sana, che non è poco. Poi sono arrivati i Percassi, persone innamorate dell’Atalanta, con i mezzi, ma soprattutto con i modi giusti, perché servono anche quelli per gestire una società. È stata una programmazione che ha portato l’Atalanta a essere quella che è adesso».
L'ADDIO E IL NAPOLI
Dopo l’Atalanta vai a Napoli.
«Avevo appena vinto il campionato con l’Atalanta, tra l’altro facendo molto bene. In ritiro mi sono rotto un dito, si è infettato e sono rimasto fermo quattro mesi. Ha giocato Davide Pinato e ha giocato benissimo, ma poi è stato costretto a fermarsi per un intervento al menisco. A quel punto è subentrato Pelizzoli, che, a sua volta, ha fatto benissimo e la società ha deciso di proseguire con lui. Era giovane e poi è stato venduto alla Roma per 20 milioni. Quell’anno, a gennaio, fui richiesto dal Napoli di Mondonico, che avevo già avuto a Bergamo, e accettai».
Mondonico chiama e Fontana risponde.
«Quando un allenatore che hai avuto ti cerca di nuovo è una soddisfazione. Lo segui volentieri, perché ritrovi una persona con cui eri stato bene».
A Napoli come ti trovi?
«Quando arrivo, il Napoli è ultimo in classifica con 11 punti, praticamente quasi condannato alla retrocessione. Poi facciamo un girone di ritorno strepitoso, ma retrocediamo all’ultima giornata per la discussa vittoria dell'Hellas Verona sul campo del Parma. Uno degli epiloghi più discussi di quegli anni e quindi con un grande rammarico. Oggi non sarebbe tollerato, ma allora era ammesso».
Hai una parata più bella a cui sei particolarmente legato?
«No. Magari mi ricordo qualche intervento che ha portato a un risultato importante in quel momento. Però non sono legato a una parata in particolare».
C’era invece qualche attaccante che ti faceva più paura?
«A differenza di oggi, con l’Inghilterra, a livello economico e di blasone, davanti a tutti, in quel periodo il calcio italiano era il clou a livello mondiale e quindi c’erano tanti grandi attaccanti. Per quel che mi riguarda, quando incontravo Beppe Signori non era una bella giornata. Lui, bene o male, mi ha fatto gol in tutti i modi».
IL PRESENTE NERAZZURRO E LA SFIDA AL NAPOLI
Da portiere a portiere, di quello nerazzurro, Marco Carnesecchi, cosa ne pensi?
«È un grande portiere. È cresciuto a Cesena, è romagnolo come me: lui è di Rimini, io sono di Cervia. Siamo entrambi nati al mare. È stato ceduto dal Cesena perché in quel momento la società era in difficoltà e l’Atalanta, come al solito, è stata pronta a portarsi a casa un ragazzo che sta facendo benissimo».
Può giocarsela con Gianluigi Donnarumma?
«Oggi come oggi è difficile rubare la maglia da titolare a Donnarumma, però Carnesecchi è nel giro della Nazionale e se l’è meritato sul campo».
Dell’Atalanta di questa stagione cosa ne pensi?
«La fine di una storia d’amore come quella con Gasperini all’inizio è stata difficile da metabolizzare. L’Atalanta ha avuto dei problemi, inutile negarlo. Adesso però le cose si stanno sistemando. Vedo una squadra meno contratta. Il risultato con il Dortmund ci può stare. Quando si entra nell’élite del calcio capitano serate in cui si deve soffrire, ma in campionato vedo un’Atalanta in salute, che può rientrare nel giro e dare fastidio a chi lotta per la Champions».
Secondo te la corsa al quarto posto è ancora aperta?
«Secondo me sì. Togliendo Inter, Napoli e Milan, io il quarto posto non lo vedo per nulla già assegnato».
Quindi, secondo te, possono traballare Juventus e Roma, ma non il Napoli.
«Il Napoli, per programmazione, non può non centrare l’obiettivo, ma io la corsa all’ultimo posto Champions la vedo ancora aperta, anche perché per la Juventus non sarà facile metabolizzare il risultato rimediato con il Galatasaray».
Sarà difficile anche per l’Atalanta, ma al ritorno potrà contare sulla spinta della New Balance Arena. Questo può fare la differenza?
«Sicuramente sì. Il 2-0 non è un bel risultato, ma l’Atalanta può ribaltarlo».
E contro il Napoli che partita ti aspetti? Chi arriva più in forma alla gara tra le due squadre?
«Il Napoli arriva un po’ più riposato, perché la Champions porta via energie. In questa stagione i partenopei hanno pagato un po’ gli infortuni. Quando ti mancano tanti giocatori insieme l’equilibrio di una squadra ne risente. L’Atalanta, invece, arriva dalla vittoria in campionato a Roma e oggi è una squadra che nessuno è contento di affrontare. Mi aspetto una partita aperta: nessuna delle due squadre può fare troppi conti. Forse sarà una partita un po’ contratta, ma entrambe non giocheranno per pareggiare».
LA VITA DOPO IL CALCIO
Hai avuto una carriera lunghissima e hai smesso di giocare a calcio a 42 anni. Perché poi ti sei dedicato a tutt’altro e non sei rimasto in quel mondo?
«Sono figlio di un bagnino. La mia famiglia aveva uno stabilimento balneare e ora sono albergatori. Ho voluto tornare a Cervia e ho staccato completamente».
Non ti manca il calcio?
«Lo seguo da appassionato, ma mi mancavano la spiaggia, la sabbia».
Alberto Fontana che squadra tifa?
«Io tifo Cesena. Ho simpatizzato per l'Inter perché credo che quando una persona conosce Massimo Moratti sia impossibile non restarne affascinati. Sono stato nel calcio 20 anni. I signori con la S maiuscola sono pochi. Lui e Giacinto Facchetti lo erano».
Quella è stata l’esperienza più importante della tua carriera?
«No, non la più importante. Io ho avuto la fortuna di giocare sempre tanto altrove, mentre a Milano sapevo che avrei giocato meno. Avevo davanti Toldo. Però è stato molto gratificante a livello personale arrivare a certi livelli e vedere che tutti si fidavano sebbene ormai non fossi più un ragazzino».
Oggi Alberto Fontana ha scelto una vita lontano dai riflettori, tornando alle sue radici, alla sabbia e al profumo del mare. Atalanta-Napoli per lui non è solo una partita tra due ex squadre: è un incrocio di stadi pieni e di domeniche da vivere con il cuore in gola. Bergamo il luogo che profumava di casa, Napoli una sfida affrontata con orgoglio. Nel mezzo la voglia di restare sé stessi anche quando il rumore intorno era fortissimo.
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