ESCLUSIVA TA - Marzio Lugnan: "Percassi compagno silenzioso, Scirea ragazzo d'oro. L'Atalanta di oggi è una vera big"
Ci sono interviste che scorrono e interviste che restano. Quella con Marzio Lugnan appartiene alla seconda categoria: non solo per ciò che racconta del calcio di ieri, ma per il modo in cui lo racconta. Con calma, precisione, memoria limpida e soprattutto con una disponibilità rara. Dai primi passi lontano da casa fino agli anni in nerazzurro vissuti tra sacrificio, spogliatoi veri e sogni di Serie A, il difensore nerazzurro degli anni Settanta ripercorre la sua storia. Ne esce il ritratto di un uomo profondamente legato a Bergamo e riconoscente all’Atalanta. Un racconto fatto di ricordi autentici, grandi personaggi incrociati lungo il cammino e uno sguardo appassionato su un’Atalanta che oggi vola in Europa, ma non ha dimenticato le proprie radici.
GLI INIZI E L'ARRIVO A BERGAMO
Partiamo dal suo arrivo a Bergamo.
«Sono cresciuto nel settore giovanile dell’Udinese - racconta in una lunga e speciale intervista, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Io sono di Grado: da ragazzo feci un provino con i bianconeri e mi presero. Ho fatto gli Allievi, poi la Juniores. A un certo punto, in agosto, mi arrivò una chiamata dall’Atalanta. Ai nerazzurri interessava Pierino Fanna, ma avevano bisogno anche di un difensore per la Primavera e mi proposero questo passaggio. E io ovviamente dissi sì subito».
Erano tempi diversi rispetto a oggi...
«Io ero abituato a stare fuori casa. Uscivo la mattina per andare a scuola e tornavo all’ora di cena. I miei non mi hanno fermato, perché io ero molto deciso e ci sarei venuto comunque».
Non le è mai pesata la lontananza da casa?
«No. A Bergamo dormivamo tutti insieme al Palazzo Jolly, in via Camozzi. Eravamo in 17, tra ragazzi della Primavera e prima squadra. Abbiamo fatto davvero gruppo anche fuori dal campo. Eravamo una bella compagnia».
La prima stagione è subito amara.
«Io giocavo nella Primavera, ma venni aggregato anche alla prima squadra. Siamo retrocessi in B all’ultima di campionato per differenza reti dopo la sconfitta 1-0 con il Vicenza con l’autorete di Vianello. Con la Primavera, inoltre, ci giocammo il titolo nazionale contro la Roma: 2-2 all’andata a Roma, poi perdemmo 1-0 a Bergamo con un gol di Agostino Di Bartolomei».
E la stagione successiva come va?
«L’anno dopo in Serie B io non dovevo nemmeno partire titolare. L’Atalanta aveva preso Manera dal Genoa, che era un grande terzino e segnava anche parecchio, ma all’inizio non trovò l’accordo sul contratto. Così giocai io le prime partite, anche amichevoli importanti contro Juventus e Bayern Monaco. E da lì mi tenni il posto per tutto l’anno. Quando poi Manera firmò, lo fecero giocare in altri ruoli. A livello personale fu una grande soddisfazione. A livello di squadra, invece, avevamo l’obiettivo di risalire subito in Serie A, ma non ci riuscimmo».
Nemmeno al secondo tentativo?
«La terza stagione sulla carta avevamo uno squadrone, con tanti nuovi acquisti, ma andò male lo stesso. Cambiammo anche allenatore in corso, ma non centrammo l’obiettivo».
Ha un ricordo più bello dei suoi anni in nerazzurro?
«Tutto il periodo in sé. Se oggi sono ancora a Bergamo è grazie all’Atalanta. Mi sono fidanzato qui, mi sono sposato e sono nati i miei figli. Bergamo è diventata casa mia».
PERCASSI, SCIREA E IL VALORE DEL VIVAIO
Nell'estate del 1975 è stato ceduto insieme ad Antonio Rocca al Novara. Possiamo dire per una cifra significativa per quell’epoca?
«Fu un trasferimento importante anche dal punto di vista economico. Quell’anno con il Novara andammo vicinissimi alla Serie A. Ce la giocammo fino all’ultima giornata a Foggia, ma perdemmo 1-0. Paradossalmente, nello stesso anno l’Atalanta rischiò seriamente di scendere in Serie C e si salvò solo all’ultima partita a Piacenza».
Lei ha giocato con Antonio Percassi. Meglio come giocatore o come imprenditore?
«Come imprenditore non si discute, ma come calciatore aveva un ruolo molto particolare: lo stopper di una volta. Era il marcatore puro, quello che s’incollava al centravanti come un francobollo. Non era uno tecnicamente dotato, ma fisicamente era fortissimo ed estremamente efficace nel suo compito. Nelle grandi squadre di allora quel ruolo era fondamentale».
E nello spogliatoio il Percassi giocatore com’era?
«Molto discreto. Molto simile a me. Un po’ timido, stava sulle sue, parlava poco. Esattamente il carattere che ha mantenuto anche negli anni. L’ho visto poco tempo fa ed è rimasto lo stesso: serio, riservato, sempre uguale. Già allora stava meglio economicamente rispetto a tanti altri, ma non l’ha mai fatto pesare, mai una volta. Dopo Bergamo andò a Cesena e poi scelse la strada degli affari, anche se come calciatore avrebbe potuto stare in categorie importanti come molti altri».
Lei ha giocato anche con un certo Gaetano Scirea...
«Un ragazzo straordinario. Quell’anno, poi, lui fu acquistato dalla Juventus. Ricordo che il giorno dopo un’amichevole estiva tra Atalanta e Juve ci incontrammo in centro a Bergamo. Mi raccontò del suo ingaggio: con i primi soldi era riuscito a comprare due appartamenti, uno per sé e uno per i genitori. Era fatto così: umile, generoso, una persona splendida. Ed è rimasto sempre quello, nonostante tutto quello che è diventato».
La sua Atalanta era un’Atalanta di sacrificio, con tanti giovani che salivano dal vivaio in prima squadra. Cosa ha conservato di più il Club nerazzurro di quella sua identità?
«Il fatto di puntare molto sul settore giovanile, che è cresciuto sempre, anno dopo anno. Ancora oggi sforna talenti continuamente. Scalvini e Bernasconi ne sono la dimostrazione».
L’Atalanta è cambiata più nei risultati o nella mentalità?
«I risultati contano. Oggi Bergamo, che nel 2027 sarà anche Capitale Europea dello Sport, è conosciuta in tutta Europa grazie ai successi sportivi, alla vittoria dell’Europa League, alla permanenza in Champions. Prima fuori dall’Italia nessuno sapeva dov’era Bergamo, mentre oggi è una città che attira anche tanto turismo. E l’Atalanta in questo ha fatto una differenza enorme».
Lei si sente parte di questo percorso?
«Sì, ed è una grande soddisfazione. Ho girato tante squadre, vedi Novara per quattro anni, dove sono stato anche capitano, Lecce, Venezia, ma Bergamo è speciale. È casa mia dal ’72».
Poi ha deciso di restare nel mondo del calcio.
«Ho fatto l’allenatore, ma ora sono fermo per problemi fisici. Ho anche collaborato con la delegazione FIGC di Bergamo e con l’Orobica femminile».
L'ATALANTA DI OGGI E LA CHAMPIONS
Marzio, lei ha commentato in tv la partita tra Atalanta e Napoli. Cosa ne pensa?
«Nel primo tempo non mi ha convinto molto, mentre nella ripresa l’Atalanta ha cambiato marcia. Io, da allenatore, però, farei giocare sempre quelli che mi danno più garanzie. Quelli che secondo me sono più in forma. Negli ultimi tempi c’era una formazione che stava facendo bene, giocando bene e vincendo. Capisco il turnover, ma quando si trova l’equilibrio, io preferisco continuare con gli stessi uomini. Bellanova, per esempio, io lo avrei fatto entrare a inizio secondo tempo. Ora, fisicamente non regge i 90 minuti. Se parte titolare, si trova di fronte avversari al 100%, mentre se entra nella ripresa, gli avversari hanno già corso 45 minuti e lui lì può fare la differenza. Con difese meno fresche, può incidere di più. Per il resto credo che i cambi abbiano determinato la partita. Tre cambi: non solo l’inserimento di Samardzic e Bernasconi, ma anche lo spostamento di Zappacosta da sinistra a destra. Ultimamente su quella fascia ha sempre giocato benissimo e con Bernasconi a sinistra si è visto un equilibrio perfetto. E, infine, il rigore non c’era assolutamente».
E, da difensore, giusto annullare il gol del Napoli?
«Hojlund con il braccio ha tenuto Hien: la decisione dell’arbitro per me è corretta».
Ultimamente la difesa nerazzurra è stata al centro di qualche critica. È d’accordo?
«Quella dell’Atalanta è una delle migliori difese del campionato. Il problema, per me, non è tanto il numero dei gol subiti, ma la marcatura in area. Oggi si difende a zona. Le squadre fanno partire tre o quattro uomini da dietro, come ha fatto ieri il Napoli, pronti a colpire di testa. In area hai 11 uomini a difendere, ma marcando a zona quelli davanti non vedono partire quelli dietro. Io sono un po’ alla vecchia maniera e opterei per una marcatura a uomo sui due o tre giocatori più pericolosi. Per me dà maggiori garanzie nelle mischie in area».
Ma quindi a lei quest’Atalanta piace?
«Sì, e lo dicevo anche all’inizio. Juric ha ottenuto sette pareggi consecutivi, ma in tre o quattro partite l’Atalanta aveva meritato di stravincere. Penso alla gara casalinga con la Lazio: cinque gol sbagliati. C’era un problema a livello mentale. Quando non arrivano i risultati giochi con paura, non rischi il dribbling in più. Quando invece vinci, hai morale e osi di più».
La vittoria con il Napoli rilancia l’Atalanta nella corsa per la Champions?
«Assolutamente, anche alla luce dei tanti scontri diretti ancora in calendario. La corsa vera, secondo me, è con Juventus, Roma e Napoli. Inter e Milan mi sembrano ormai davanti. Dietro, invece, è tutto apertissimo. C’è poi anche la Coppa Italia: se l’Atalanta passasse con la Lazio, in finale probabilmente troverebbe l’Inter. E con un'Inter già in Europa, anche solo arrivare in finale varrebbe un posto diretto per noi. Fermo restando che penso che l’Atalanta possa giocarsi pure il posto in Champions. Ormai è una big del campionato ed è inutile nascondersi. Può giocarsela con chiunque. Se giochi contro Inter o Milan puoi anche pareggiare o perdere. Ci sta. Ma con le altre devi sempre scendere in campo per vincere. Resta solo il rammarico per alcuni punti buttati via, vedi Verona e Pisa. Sono quei due o tre punti che alla fine possono fare la differenza, perché la corsa sarà probabilmente punto a punto con Juventus e Roma».
E il Como?
«Posso parlarne solo bene. È una delle squadre che gioca meglio in assoluto».
A proposito di Champions: l’Atalanta può ribaltare il risultato di Dortmund?
«Sarà durissima, ma non impossibile. Il Borussia è una buona squadra, però all’andata il gol dopo due minuti ci ha spezzato le gambe. Partire subito sotto ti cambia tutta la partita. Se al ritorno l’Atalanta riuscisse a segnare presto, metterebbe pressione ai tedeschi. L’ideale sarebbe sbloccarla nel primo tempo».
E con il Sassuolo che partita si aspetta?
«Il Sassuolo in casa sta facendo bene e non regala nulla, ma l’Atalanta è superiore».
Può incidere l’impegno in Champions, sia a livello fisico che mentale?
«Io sono sempre un po’ controcorrente su questo tema. Si dice che l’impegno in Champions possa togliere energie in campionato, ma io la penso diversamente. Se fossi l’allenatore, farei giocare sempre quelli più in forma, quelli che mi danno sempre tanto e subito. Il mercoledì, nella settimana tipo, è il giorno più duro: doppio allenamento, mattina e pomeriggio. Io preferisco mille volte farmi una partita piuttosto che due sedute pesanti. A quell'età, ma quale fatica? Giocherebbero dalla mattina alla sera. Mentalmente poi la partita è la cosa più bella: la aspetti, ti diverti, non la vivi come un peso. E un calciatore non dirà mai all’allenatore che preferisce riposare. Anche se fosse stanco, non lo ammetterebbe. Tutti vogliono stare in campo».
Le parole di Marzio Lugnan riportano tutto all’essenziale: lavoro, rispetto, appartenenza. Ha vissuto spogliatoi veri e oggi guarda l’Atalanta con affetto. Forse è proprio questa la cosa che colpisce di più: la naturalezza con cui racconta il passato e analizza il presente, senza mai mettersi sopra la storia, ma sentendosene parte.
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