Menu Serie ASerie BSerie CCalcio EsteroFormazioniCalendariScommessePronostici
Eventi LiveCalciomercato H24MobileNetworkRedazioneContatti
Canali Serie A atalantabolognacagliaricomocremonesefiorentinagenoahellas veronainterjuventuslazioleccemilannapoliparmapisaromasassuolotorinoudinese
Canali altre squadre ascoliavellinobaribeneventocasertanacesenafrosinonelatinalivornomonzanocerinapalermoperugiapescarapordenonepotenzaregginasalernitanasampdoriasassuoloturris
Altri canali mondialimondiale per clubserie bserie cchampions leaguefantacalciopodcaststatistiche
tmw / atalanta / Primo Piano
ESCLUSIVA TA - Antonio Gavazzeni: "La Curva Nord è stata la mia università. Ora sogno la Coppa Italia più della Champions"
Oggi alle 00:36Primo Piano
di Claudia Esposito
per Tuttoatalanta.com

ESCLUSIVA TA - Antonio Gavazzeni: "La Curva Nord è stata la mia università. Ora sogno la Coppa Italia più della Champions"

L'imprenditore ed ex dirigente si racconta: «Ivan Ruggeri criticato ingiustamente. Palladino si veste bene, ma nel calcio conta la persona. Gasperini? Lo stimo, ma ora è un avversario e lo fischio»

A Bergamo il cognome Gavazzeni è storia. Antonio è il nipote del direttore d’orchestra, compositore e musicologo Gianandrea Gavazzeni, il Maestro che ha dato voce alla nostra terra. Imprenditore bergamasco di grande successo nel campo della moda, Gavazzeni è stato uomo di Curva, quella Nord, e per un ventennio, dai 10 ai 30 anni, ha vissuto dentro il tifo organizzato, fino a essere tra i fondatori dei Wild Kaos. Poi l’ingresso nel Consiglio d’Amministrazione negli anni di Ivan Ruggeri, ma senza mai perdere quel legame con gli amici della Nord, restando in fondo quello che è sempre stato, quello che era cresciuto lì dove la Dea non si discute, ma semplicemente si vive.

LA STORIA PERSONALE: DALLA CURVA AL CDA

Antonio, questa passione per la Dea da dove nasce?
«Intanto lo zio di mia madre Franca era il senatore Daniele Turani, presidente negli anni Sessanta, quando la squadra aveva vinto la Coppa Italia – come riferisce in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Io ho iniziato ad andare allo stadio a cinque anni con mio padre Pino. Fino a 10 anni sono andato in tribuna, poi sono passato in Curva Nord, da solo. Ho iniziato a partecipare anche alle trasferte in pullman, prima con il Club Amici, poi con le Brigate Nerazzurre e infine i Wild Kaos, fondati insieme ad alcuni amici. Sono stato in Curva in maniera attiva, non da spettatore, fino a 30 anni, quando tramite mio padre e la famiglia Radici sono entrato nel Consiglio di Amministrazione. Erano gli anni della presidenza di Ivan Ruggeri, a cui sono stato molto legato e ho voluto molto bene, così come alla sua famiglia. Sono uscito dal CdA quando è arrivata la famiglia Percassi. Con loro ho un bellissimo rapporto e oggi sono un fedele abbonato in tribuna. Diciamo che mi sono un po’ “imborghesito”, però la passione è rimasta identica».

Entrare nel CdA ha cambiato i suoi rapporti con la Curva?
«La domenica prima ero in Curva, quella dopo in tribuna d’onore, ma i rapporti con la Nord sono sempre rimasti invariati. I miei migliori amici sono quelli della Curva, quelli con cui sono cresciuto fin da bambino. Sono rimasti i miei amici più sinceri. Purtroppo oggi alcuni di loro non ci sono più. Per questo mi è piaciuta molto l’iniziativa della Curva di realizzare la statua dell’Europa League e di dedicarla a “a chi l’ha sempre sognata e non ha potuto viverla”. Mi ha colpito molto».

E il suo modo di vedere la squadra, invece, è cambiato?
«No, assolutamente. Io amo questi colori e amo andare allo stadio, ma sebbene oggi sia stato ristrutturato e quindi sia più bello, io preferivo quello di una volta: quello dei 44.000 spettatori, pieno e stipato, piuttosto dello stadio di oggi dove tanti posti sono occupati da sponsor e ospiti. Talvolta mi sembra di essere a una sfilata di moda. Probabilmente è giusto così, ma io sono rimasto fedele al passato. Mi piacciono il calcio e la Curva di una volta».

I RICORDI INDELEBILI E LE TRASFERTE EPICHE

Ha un ricordo speciale da tifoso?
«Io ricordo benissimo la partita in tribuna con mio papà l’anno in cui siamo retrocessi in casa con il Vicenza. In campo c'era ancora Antonio Percassi. E poi ho un ricordo bellissimo dello spareggio promozione a Genova contro il Cagliari, che abbiamo vinto nel giugno 1977. Avevo dieci anni. Ero con gli amici Robi Salvi, Bianchi Cassina e Gualtiero Bertini, con cui sono andato in Curva tanti anni prima che poi venisse a mancare. Ricordo altrettanto bene anche la sfida col Malines, la partita della storia, quando abbiamo perso in semifinale di Coppa delle Coppe».

Lei era anche a Dublino?
«Sì, ero presente».

È stata l’emozione più grande?
«Ci metto anche il pareggio per 1-1 a Lisbona del 6 marzo 1988 con il gol di Cantarutti che, dopo il 2-0 dell'andata, ci spalancò le porte della semifinale di Coppa delle Coppe col Malines e lo spareggio di Genova di cui parlavo prima. Per me sono partite altrettanto memorabili. La squadra ha sempre regalato emozioni anche nel passato. E poi ci sono trasferte che ti restano dentro per altri motivi, non solo per la partita, ma per quello che succede intorno».

Per esempio?
«Me ne ricordo una in particolare, a Colonia, per il ritorno degli ottavi di Coppa UEFA a fine novembre ’91. Io e alcuni amici eravamo partiti il giorno prima in macchina. Guidava Daniele Belotti. La sera abbiamo assistito alla partita, finita 1-1 e poi, senza fermarci, siamo subito ripartiti per tornare a casa. Sono circa 850 km. Daniele aveva guidato anche il giorno prima e non avevamo riposato. Aveva sonno e verso le quattro del mattino, appena prima dell’ingresso della galleria del San Gottardo, mi ha chiesto se potevo guidare io in modo che lui potesse riposare. Mi sono messo al volante. Lui si è addormentato e si è risvegliato alle 8, convinto di essere a Bergamo, e invece si è ritrovato con la macchina sepolta dalla neve, appena fuori dalla galleria. Ero stanco anch’io e senza dire nulla mi ero affiancato per dormire».

Con suo nonno Gianandrea Gavazzeni era mai andato allo stadio?
«Con lui e mio padre siamo andati a vedere Modena nel ’77, dove abbiamo vinto 1-0. Ricordo che a fine partita ci fu una contestazione da parte dei tifosi di casa e rimanemmo chiusi dentro lo stadio. Mio nonno era una persona straordinaria, molto intelligente e umana. Simpatizzava per i nostri colori, ma lui, in generale, simpatizzava sempre per i più deboli».

Lei ha vissuto gli anni più difficili ancor prima dei successi più recenti.
«Ero abbonato in Serie C e a Bergamo lo stadio è sempre stato pieno. Ho seguito la squadra nei momenti più complicati, perché i colori nerazzurri si amano indistintamente dalla categoria o dalle Coppe giocate».

Ha definito la Curva la sua scuola di vita: cosa intende?
«Io non ho fatto l’università. Ho fatto il militare e poi ho girato il mondo - Londra, Tokyo, New York - per formarmi nel mio lavoro, ma allo stesso tempo sono stato in Nord dai 10 ai 30 anni e sono fortemente convinto ancora oggi che la Curva sia stata per me una scuola di vita. Ho conosciuto tantissimi amici veri. Se uno riesce a viverla in modo sano, la Curva è una piccola università».

È stato anche tra i fondatori del Wild Kaos?
«Sì, insieme ad altri amici, tra cui Gigi il “Rosso”, lo Svizzero, il Ciuffo, che sono ancora tra i miei migliori amici in assoluto. Io amo la Curva, amo gli ultras, amo questa parte del calcio che reputo sana e fondamentale».

Da tifoso della Curva, ci sono delle rivalità con alcune squadre che ancora oggi si porta dietro nel tempo?
«Io ho più antipatia per i tifosi bergamaschi che tifano altre maglie. È contro natura non tifare la squadra della propria città, indipendentemente che vinca o che perda o dalla categoria in cui gioca».

LA DIRIGENZA E IL MODELLO SOCIETARIO

Lei è entrato nel Consiglio di Amministrazione durante la presidenza di Ivan Ruggeri. A tredici anni dalla sua scomparsa, che ricordo ne conserva?
«Io sono entrato nel CdA tramite mio padre, di cui ho preso il posto, e tramite la famiglia Radici, con cui eravamo e siamo tuttora amici. Ivan Ruggeri è stato molto criticato anche da noi ultras e da tante persone, ma oggi, col senno di poi, dico che lo è stato ingiustamente. Era una persona meravigliosa, spontanea, semplice, con una grande passione per i nostri colori. Ha fatto il massimo di quello che poteva fare, ottenendo anche risultati importanti e dando continuità al club. Io e la sua famiglia abbiamo condiviso momenti bellissimi».

Che ricordo ha, invece, del momento in cui è entrato nel CdA?
«Lo stesso mio giorno, tramite Ivan Ruggeri, entrò nel CdA Roberto Selini e ancora oggi è un mio carissimo amico».

Lei è un imprenditore di successo. Nel suo lavoro costruire un brand significa difendere identità e riconoscibilità. Quanto è stato importante mantenere una linea così coerente nel tempo?
«Al di là dei grandi risultati degli ultimi dieci anni, grazie soprattutto al più grande allenatore che abbiamo avuto, Gian Piero Gasperini, e alla società Percassi che lo ha supportato, nella sua storia questo club ha sempre avuto una gestione sana. Da Turani ai Bortolotti e i Ruggeri, c’è sempre stata grande identità e senso di appartenenza. Oggi nel calcio vedo tante proprietà straniere e fondi: lo capisco dal punto di vista del business, ma meno da quello della passione. Noi abbiamo la fortuna di avere un proprietario straniero, ma con una gestione ben radicata e salda che è nelle mani della famiglia Percassi, che dobbiamo solo ringraziare perché questo fa la differenza».

Lei viaggia molto per lavoro: cosa dicono della Dea fuori da Bergamo?
«Anche se torno sempre a Bergamo almeno una volta a settimana, io vivo a Milano da tanti anni e posso dire che ogni volta che vinciamo ricevo messaggi da tantissimi amici, italiani e stranieri, come se avessi vinto io. È una squadra che fa simpatia, che piace».

Sua madre è nipote del senatore Turani, già presidente. Viene da pensare che questi colori fossero proprio nel suo destino…
«Scherzando dico sempre che mio padre ha sposato mia mamma perché era la nipote del presidente. Al di là delle battute, mio padre, che oggi ha 86 anni, è ancora innamorato dei nerazzurri. Non guarda nemmeno le partite in tv perché soffre troppo. È proprio una passione di famiglia, trasmessa da padre in figlio».

LA MODA, PALLADINO E GASPERINI

Lei lavora nel mondo della moda: ha mai pensato a una collaborazione con la squadra?
«Con la mia azienda, quando eravamo in società, prima mio padre e poi io, abbiamo già vestito la prima squadra. Oggi sarebbe più complesso».

Restando sul tema, l’eleganza e la cura dell’immagine di Raffaele Palladino possono contribuire a trasmettere all’esterno un’idea di prestigio del club?
«Io sono dell’idea che non sia vero che l’abito non fa il monaco perché il modo in cui si veste una persona dà l’idea della cura che può avere di sé. Detto questo, non è quello che conta davvero: uno può vestirsi bene e non essere una brava persona, un altro può vestirsi male ed essere una persona per bene, che è la cosa più importante. Da tifoso non m’interessa come un allenatore si veste: a me basta che la squadra vinca, giochi bene e dia tutto in campo. Juric non era all’altezza, ma non perché si presentava in tuta, così come non sono giacca e cravatta a fare di Palladino un buon allenatore. Però da imprenditore nel campo della moda, mi piace come si veste Palladino. Si presenta bene. Sta attento alla sua cura e alla sua immagine. Personalmente, nella sua semplicità, mi era piaciuto molto com’era vestito Kompany, l’allenatore del Bayern Monaco. Sicuramente non mi piace chi si presenta con barba sfatta o chewing gum perché sono un esteta, ma quel che conta davvero è che la persona sia per bene e professionalmente all’altezza».

A proposito di tecnici, Gian Piero Gasperini come l’aveva conosciuto?
«Lo conoscevo già prima che arrivasse in nerazzurro. Giocavo nella Nazionale Stilisti, nata nei primi anni Duemila. Per un ventennio abbiamo fatto tante partite benefiche. La base era a Torino, dove c’era l’allenatore della Nazionale, Franco Ricci, che era il nostro coordinatore. A Torino c’era anche Gasperini. Allenava nel settore giovanile bianconero e veniva spesso ai nostri allenamenti e alle nostre partite. Siamo diventati amici, tanto che poi siamo andati anche a giocare a Genova, a Marassi e a Pegli, contro le vecchie glorie rossoblù. Quindi quando è arrivato a Bergamo lo conoscevo già. Eravamo in ottimi rapporti e lo siamo ancora oggi. Ho sempre avuto simpatia e affetto per lui, oltre che ammirazione e gratitudine per quello che ha fatto per questa squadra. Chi potrebbe non averne?».

Quindi solo riconoscenza per l’ex tecnico?
«Sempre riconoscenza. Ovviamente io sono tifoso nerazzurro, quindi l’avversario non lo amo mai, chiunque sia. Quindi, anche se voglio bene a Gasperini e lo stimo, lo fischio (ride, ndr)».

IL PRESENTE E GLI OBIETTIVI STAGIONALI

Le piace la squadra di oggi?
«Sì, certo che mi piace. Gioca abbastanza bene. Ha una rosa di giocatori bravi che sono anche persone per bene, sebbene io non ami il singolo giocatore. Io sono tifoso a prescindere da chi gioca, da chi arriva o da chi va via. Tutto passa, la maglia rimane. Le uniche eccezioni sono le bandiere vere, come i vari Stromberg, De Roon e Bellini».

Oggi il vero obiettivo qual è?
«Io da tifoso preferirei vincere la Coppa Italia piuttosto che arrivare nelle prime quattro e andare in Champions. Voglio il trofeo che rimane, anche se, chiaramente, dal punto di vista economico per la società è importante entrare nelle prime quattro. Da tifoso, però, preferirei vincere la Coppa Italia e arrivare settimi in campionato che arrivare quarti senza vincerla».

Secondo lei la Coppa Italia è alla portata?
«Non è facile, ma è alla nostra portata. Io ne ho viste perdere tante: con il Napoli di Maradona, con la Fiorentina di Batistuta, a Roma con la Lazio, a Sassuolo e a Roma con la Juventus».

Antonio, dopo l’Europa League, il sogno scudetto è qualcosa di realistico per i prossimi anni?
«Potevamo vincerlo l’anno scorso. È stata un’occasione irripetibile. Io già al primo anno di Gasperini, quando era inimmaginabile, avevo detto di sognare di vincere lo scudetto. Oggi sogno di vincere la Coppa Italia. In campionato siamo settimi. Io ho il mio desiderio, ma anche se finissimo così o anche ottavi, dovremmo comunque essere contenti e non dimenticarci mai da dove arriviamo».

Per lei dove possiamo arrivare?
«Possiamo arrivare in Champions League e vincere anche la Coppa Italia».

Ma la corsa per la Champions è ancora aperta?
«Assolutamente sì. Passa dalla sfida con la Juventus, da quella con la Roma e dagli scontri tra le altre squadre. È tutto ancora aperto, ma bisogna vincere».

Lei che partita si aspetta sabato sera con la squadra bianconera?
«Una bella partita, combattuta e mi aspetto una nostra vittoria. Io sarò allo stadio. Sono abbonato e ogni volta che posso, sono presente».

Oggi lo stadio lo vive dalla tribuna, ma il suo sguardo resta quello di chi la Curva l’ha fatta davvero. Antonio Gavazzeni tiene insieme tutto: una famiglia che a Bergamo è storia, un percorso imprenditoriale internazionale e un’identità da tifoso costruita nel cuore del tifo organizzato. Ha attraversato tutte le stagioni nerazzurre, dalle più difficili a quelle vincenti, senza mai cambiare idea: non sono i risultati a definire il legame. Perché, alla fine, per lui vale una cosa sola, che questa maglia si ama sempre.

© Riproduzione Riservata